20 aprile 2016

La proliferazione dei centri commerciali: un danno per ambiente ed economia


La proliferazione dei centri commerciali è davvero una soluzione per uscire dalla crisi, oppure l’eccessivo consumismo è portatore di nuovi problemi economici e ambientali?

In Italia, a partire dalla metà degli anni Ottanta, il nuovo consumismo ha trasformato una società basata sull’omologazione, in una società individualistica basata sulla distinzione. L’emblema di questo cambiamento è rappresentato dalla diffusione delle “cattedrali del consumismo” ovvero i centri commerciali. Generalmente vengono spacciati dagli amministratori locali come ancore di salvataggio per i comuni economicamente in crisi, grazie all’infame patto di stabilità, riferendosi alla creazione di nuovi posti di lavoro, ma la realtà è ben diversa dalle aspettative per vari motivi che verranno esposti nelle righe successive:

1) Danni ambientali: la costruzione dei centri commerciali richiede un enorme consumo di suolo fertile, suolo fertile che nessuno ci restituirà, perché quasi sempre sono costruiti in zone periferiche, agricole e non già ad esempio in aree industriali dismesse. La Lombardia è una delle regioni più urbanizzate e cementificate d’Europa, si calcola che vi sono 466,4 mq di suolo cementificato ogni mille abitanti. L’eccessivo consumo di suolo genera parecchi effetti ambientali dannosi.

2) Disoccupazione: mano a mano che aumenta la proliferazione dei grandi poli commerciali, i centri storici delle città italiane si svuotano, con conseguenze disastrose dal punto di vista economico. Dopo la liberalizzazione delle aperture approvata dal governo Monti, la situazione per le PMI è diventata insostenibile. La progressiva riduzione della capacità di richiamo della microeconomia locale rispetto alle politiche più aggressive della GDO, ha causato la chiusura di molte attività “storiche” facendo perdere il lavoro a molte persone.

3) Individualismo: oltre ai danni economici si sono sommati i danni dovuti all’abbandono dei luoghi tradizionali della vita sociale (il cortile, la piazza e i suoi bar, il mercato, il centro storico). Secondo l’etnologo francese Marc Augé, i grandi centri sono dei “non-luoghi” ossia degli spazi prodotti dalla società capitalistica iper-moderna che non hanno identità, né relazioni, né storia, dove moltitudini di individui si incrociano senza entrare in relazione, spinti solo dal desiderio di consumare o di accelerare le proprie attività quotidiane.

4) Neo-schiavitù: il personale assunto nella GDO, molte volte è fatto da persone di giovane età senza qualifiche, assunte con contratti atipici e a tempo determinato, con stipendi “da fame”. Mediante il costante ricatto del mancato rinnovo contrattuale -specialmente a tempo indeterminato- i lavoratori vengono costretti a lavorare quasi tutti i giorni, fine settimana e festivi compresi, svolgendo mansioni ripetitive per l’intera giornata lavorativa. Il personale viene usato unicamente come mezzo da sfruttare per incrementare il profitto e ciò determina un rapporto conflittuale tra i lavoratori .

Da tutti questi elementi è facile capire che i pochi posti di lavoro creati non sono per la propria natura in grado di soddisfare le esigenze di stabilità di un individuo men che meno di una famiglia.

Simone Ongari.

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