14 marzo 2016

Sapete di cosa discute il Palazzo mentre l’Italia annaspa nelle emergenze?


Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Solo per capire se siamo pazzi. Tutti segnalano che stiamo vivendo il momento più difficile per l’Unione Europea da quando è stata istituita. Tra le prime ragioni di implosione è la drammatica incapacità di gestire l’emergenza immigrazione: sono bastati 300 mila profughi provenienti in larga parte dalla Turchia per mettere in crisi la scorsa estate una realtà di 500 milioni di persone, per renderne evidenti le divisioni interne, per certificare la mancata individuazione di soluzioni. Su questo fronte è superfluo ricordare che l’Italia, come la Grecia, è in prima linea; e lo sarà ancora di più se nel giro di poche settimane gli Stati balcanici sigilleranno i confini meridionali e orientali.

Tutti concordano che quanto accade oggi in Libia non ha eguali in altri paesi sovvertiti dalle cosiddette primavere del 2011. La frammentazione è tale da far coniare neologismi, non essendo più sufficiente il termine di balcanizzazione. Pure sul fronte libico è l’Italia a correre i rischi più gravi: per la ramificata presenza dell’Eni, per il rilievo che quel territorio ha sul nostro fabbisogno energetico, per le poche miglia marine che ci separano da esso in linea d’aria, perché la sua costa è il luogo di partenza via mare di coloro che puntano ad arrivare da noi, per l’assoluta inadeguatezza della nostra presenza sul posto (come attesta l’epilogo del rapimento dei quattro tecnici nostri connazionali).

Sul fronte interno, non ha ancora avuto una spiegazione l’incredibile sbilancio dei 110 mila morti in più registrati fra il 2015 e il 2014: soprattutto non ha ricevuto la più flebile attenzione politica, come se si fosse trattato di uno scroscio di pioggia; eppure l’interrogativo sulla condizione del nostro welfare (in particolare sanitario) è ineludibile vista la consistenza del dato, che affianca quelli riguardanti il crollo dei matrimoni e delle nascite.

Sarebbero sufficienti queste voci – ce ne sono tante altre, dalla sicurezza alla giustizia – per giustificare settimane di intenso impegno del parlamento, teso alla più adeguata analisi, allo studio delle cause, al confronto tra le forze politiche per individuare soluzioni efficaci. Passiamo in rassegna l’ordine del giorno della Camera e del Senato: non rintracciamo nulla, neanche una informativa del governo o una sottospecie di mozione, che evochi da lontano qualcuna delle voci accennate. Troviamo invece, alla Commissione Giustizia della Camera, iscritti per la trattazione, il ddl sulle unioni civili e varie proposte in tema di eutanasia; al Senato sta per avviarsi la discussione di un ddl che reca numerosissime firme, e che punta alla legalizzazione delle droghe cosiddette leggere. L’intenzione di andare avanti su questi tre fronti è concreta; per il ddl Cirinnà i tempi di esame si prospettano brevi: l’onorevole Micaela Campana non ha mancato di notare nella sua relazione come, nonostante la formale eliminazione della stepchild adoption, «l’attuale formulazione fa salva la giurisprudenza in merito che consente ai giudici, dopo una valutazione caso per caso, di poter concedere l’adozione anche al genitore sociale per i bambini che sono presenti nelle coppie omosessuali». Alla faccia di chi ha vantato come un successo lo stralcio dell’adozione!

Se dall’esterno qualcuno mettesse a confronto le emergenze reali dell’Italia e quelle che sono ritenute priorità dal parlamento e dal governo sarebbe logico che si chiedesse quale grave sindrome di distacco dalla realtà ha colpito le nostre istituzioni. Appare materia più da esorcista che da medico, visto il filo conduttore profondamente antiumano, di fatto diabolico, che lega le materie in discussione nelle aule parlamentari col sostegno di Palazzo Chigi. Ma noi non siamo spettatori esterni; siamo parti della tragedia in corso. Noi, come i milioni di famiglie che per due volte, il 20 giugno 2015 e il 30 gennaio scorso, hanno riempito le più grandi piazze del paese, patiamo l’assenza nelle istituzioni di chi si fa portavoce del buon senso e dei problemi concreti. Questa esigenza deve trovare seguito, non improvvisato né isolato. Serve il parto di una rappresentanza coerente con le necessità dell’Italia di oggi. Un parto, non un aborto.

Foto Ansa

Tratto da: Lo Sai

Fonte: Tempi
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