04 marzo 2016

L’UE ci fa piangere sull’olio versato. Nuovo capitolo nella vicenda dell’olio tunisino.


La proposta legislativa della Commissione Europea, che concede il via libera all’importazione di altre 35 mila tonnellate d’olio d’oliva proveniente dal paese nordafricano per il biennio 2016-2017, ha ottenuto il voto favorevole del Parlamento di Strasburgo. Un regalo ulteriore a Tunisi che già ne esporta, senza pagare alcun dazio doganale, 56.700 tonnellate nei nostri mercati come previsto dal relativo accordo di associazione.

In Aula, però, il provvedimento ha subito due importanti modifiche rispetto al testo originario: l’introduzione dell’obbligo di tracciabilità, per garantire l’effettiva origine tunisina delle merci importate, e il divieto di proroga oltre il 2017, che ribadisce il carattere emergenziale delle misure e chiude le porte ad un loro eventuale prolungamento.

L’approvazione dei due emendamenti rinvia la decisione finale nelle mani del Consiglio europeo dell’Agricoltura che riunisce i ministri di tutti gli Stati membri dell’Ue, compreso l’italiano Martina.

A Martina si appella il Movimento Cinque Stelle, principale oppositore del provvedimento a Strasburgo e promotore di un’incalzante campagna sul web, affinché si faccia portavoce in quella sede degli interessi dei produttori italiani. Infatti, Confragricoltura, Coldiretti ed Agrinsieme non hanno mai nascosto contrarietà e preoccupazione per misure che rischiano di penalizzare l’agricoltura nazionale.

Lo stesso ministro delle politiche agricole, dopo il clamore che si è levato attorno al caso, si è detto non convinto delle “modalità con cui si sta affrontando la questione”[1] e ha invocato il riesame della Commissione all’agricoltura. Una posizione, quella di Martina, in contraddizione con l’atteggiamento avuto dai suoi due colleghi di partito seduti in Commissione Commercio Internazionale ( Goffredo Bettini ed Alessia Mosca) che hanno votato “si” al testo originario. Un testo, peraltro, caldeggiato fortemente da Federica Mogherini[2], tenacemente sostenuta da Renzi alla carica di Alta Rappresentante, che lo ha giustificato come supporto ad uno dei pochi paesi nordafricani alleati nella lotta contro il terrorismo e già ben avviato nel cammino verso la democrazia.

La linea del Partito Democratico sull’aumento temporaneo dell’import si è dimostrata piuttosto ondivaga: da una parte, le perplessità dell’eurodeputato De Castro che ha parlato di “una decisione sbagliata”, dall’altra chi, come Alessia Mosca, quella “decisione sbagliata” l’ha avvallata in Commissione Commercio e ne difende la validità ricordando che “nel settore dell’olio d’oliva l’Italia, da sola, consuma più di quanto produce”.[3] E’ vero, come sostiene l’onorevole Mosca, che il Belpaese occupa il primo posto nella classifica degli importatori d’olio d’oliva[4], ma, al tempo stesso, è anche il secondo paese esportatore dopo la Spagna. Un dato pienamente fisiologico per due motivi: intanto, gli italiani sono i principali consumatori mondiali e[5], poi, i prodotti nostrani destinati al commercio estero sono in larga parte di alta qualità. Non a caso, sono sempre più numerosi i sequestri da parte delle autorità di tonnellate di olio straniero spacciato falsamente per extravergine Made in Italy. Un segno inequivocabile dell’intramontabile richiamo che l’agroalimentare italiano continua ad esercitare sui mercati esteri, capaci di trainare questo settore in coincidenza con in crollo dei consumi fra i nostro connazionali.

I produttori italiani, soprattutto meridionali, nonostante la xylella e le contraffazioni hanno continuato a resistere e produrre quest’eccellenza alimentare il cui export ha subito un duro colpo anche per via delle sanzioni antirusse imposte dall’Ue. L’olio italiano, prima delle misure anti-Mosca, era il secondo più commercializzato in Russia. Un traffico redditizio su cui, dopo la decisione contro Putin dell’UE, proprio la Tunisia ha cercato di mettere le mani come dimostra la dichiarazione del ministro degli esteri Mongi Hamdi nel 2014 sulla presunta superiorità dell’olio tunisino rispetto a quello italiano. Nella stessa occasione, Hamdi ha annunciato la volontà di Tunisi di aumentare le esportazioni del prodotto in Russia per occupare la casella lasciata vacante dai produttori degli Stati UE.[6] Su questa rinnovata vivacità commerciale ha sicuramente inciso l’apertura ,da parte della nuova classe politica nata dopo la Primavera del 2010, agli investimenti di gruppi stranieri decisi ad impegnarsi nell’agroalimentare, al contrario di quanto avviene nel panorama italiano,[7] dove prevalgono ancora aziende o a conduzione familiare o risultato di cooperative sociali.

Insomma, a differenza dell’Unione Europea che in nome del sostegno al percorso democratico intrapreso dopo la cosiddetta Rivoluzione dei Gelsomini, è pronta ad approvare un provvedimento penalizzante per le agricolture degli Stati membri, la Tunisia non si è dimostrata altrettanto solidale con l’economia europea quando questa si è vista costretta a rinunciare ad un partner commerciale strategico come la Russia.

Spregiudicati loro o masochisti noi?



Nico Spuntoni



[1] http://www.ansa.it/canale_terraegusto/notizie/istituzioni/2016/02/15/olio-martina-commissione-ue-riveda-import-tunisino-extra_57e33120-ada6-4809-bf1e-34b2a2d51580.html

[2] http://europa.eu/rapid/press-release_IP-15-5665_it.htm

[3] http://www.alessiamosca.it/?p=6363

[4] http://ec.europa.eu/agriculture/olive-oil/prices/intra-trade/2015-2016_en.pdf

[5] http://agriregionieuropa.univpm.it/it/content/article/31/10/il-mercato-mondiale-dellolio-doliva-attori-dinamiche-prospettive-e-bisogni-di

[6] http://www.oliveoiltimes.com/olive-oil-business/europe/tunisia-agrees-ease-russian-reliance-european-oil/41049

[7] http://www2.anba.com.br/noticia/21866897/agribusiness/tunisia-wants-agribusiness-partnerships-with-brazil/

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