04 marzo 2016

La Rivoluzione francese, il primo violento tentativo di scristianizzare la società


Non c’è nessun avvenimento storico che non abbia avuto il suo “cuore di tenebra”, anche quanto tentava di promuovere dei nobili ideali. L’esempio più eclatante riguarda forse quello della Rivoluzione Francese che registrò fenomeni come il Terrore o il massacro dei cittadini vandeani; nonostante la proclamazione della Carta dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino.

E’ paradossale il fatto che, sebbene la Dichiarazione affermasse che «nessuno deve essere molestato per le sue opinioni, anche religiose», i rivoluzionari attueranno una feroce persecuzione contro il cattolicesimo: prima intromettendosi negli affari ecclesiastici imponendo la Costituzione civile del clero che venne di fatto a creare una Chiesa scismatica da Roma, e in seguito, incarcerando o uccidendo i preti refrattari che si rifiutarono di giurare su questo documento. Anche il clero costituzionale iniziò, tuttavia, ad essere presto colpito perché sospettato di essere vicino alla Monarchia e ai Girondini, e del resto, molti rivoluzionari non vedevano alcuna differenza tra le due Chiese.

Già nell’estate del 1793 si registrarono degli incidenti che lasciarono intravedere la volontà scristianizzatrice di alcuni militanti come gli avvenimenti verificatisi col pretesto della ricerca dei metalli preziosi all’interno delle chiese o nella fusione delle campane necessaria all’industria di guerra. Il cosiddetto fenomeno della “scristianizzazione” si affermò inizialmente nei diversi dipartimenti a causa dell’azione intrapresa da alcuni rappresentanti in missione: il 26 settembre 1793 Fouché dichiarò alla società popolare di Moulins di voler sostituire «ai culti superstiziosi e ipocriti»quello della Repubblica e della morale naturale, e il 10 ottobre vietò ogni cerimonia religiosa al di fuori delle chiese e laicizzò i cimiteri facendo trascrivere al loro ingresso «la morte è un sonno eterno»; a Rochefort, Lequiniotrasformò la chiesa in un tempio della Verità; nella Somme, Dumontfece sequestrare a Maubeuge gli oggetti preziosi usati per il culto (definiti «ornamenti del fanatismo e dell’ignoranza»); e altri rappresentanti incoraggiarono il matrimonio dei sacerdoti. Questo movimento si estenderà successivamente anche a Parigi: il 7 novembre il vescovo della città, Gobel, fu costretto a dimettersi pubblicamente insieme ai suoi vicari; mentre il 10 si festeggiò una “Festa della Libertà” all’interno della chiesa di Notre-Dame, che venne successivamente consacrata alla Ragione. La scristianizzazione non passò tuttavia solo attraverso la violenza, ma anche introducendo delle innovazioni come il calendario rivoluzionario costituito dalle decadi al posto delle settimane, e l’istituzione dell’era repubblicana (fatta iniziare il 22 settembre 1792). Inoltre, parallelamente alla scristianizzazione, si affermò anche il culto dei martiri della libertà (individuati in figure come Marat o Chapelier), le cui effigi si sostituirono nelle chiese, divenute templi della Ragione, a quelle dei santi cattolici (cfr. A. Sobul, La rivoluzione francese, Roma 1998 pp. 272-276).

Questa politica trovò tuttavia lo sfavore della maggior parte dei membri del Comitato di Salute Pubblica, ivi compreso quello dello stessoRobespierre. L’”Incorruttibile” era contrario alla scristianizzazione sia per motivi “filosofici” (pur detestando il cattolicesimo, era ugualmente contrario all’ateismo da lui considerato come aristocratico ed estraneo al popolo), sia sopratutto per motivi politici in quanto era cosciente che simile politica avrebbe rischiato di inimicarsi lamaggior parte del popolo francese (che era rimasto attaccato al culto tradizionale), oltre all’opinione pubblica dei paesi rimasti neutrali (cfr. F. Furet-D. Richet, La rivoluzione francese, Bari 1974 p. 288).

Con l’aiuto di Danton, Robespierre trascinò i Giacobini contro gli scristianizzatori e la Convenzione emise il 6 febbraio un decreto che riconfermò la libertà di culto. In realtà, questo provvedimento ebbe risultati assai limitati in quanto la stessa Convenzione, due giorni dopo, stabilì che i decreti dei rappresentanti in missione relativi alla chiusura delle chiese restassero in vigore, e proclamò che i preti costituzionali potessero celebrare il loro cultosolamente in forma privata. Mentre alcuni rappresentati si conformarono alle direttive, la maggioranza di essi ritenne invece che l’influsso dei preti costituzionali potesse essere pericoloso e maltrattarono o imprigionarono i sacerdoti che rifiutarono di dimettersi (cfr. G. Levebvre, La rivoluzione francese, Milano 1958 p. 408).


Robespierre tentò di instaurare un culto deista, il cui culmine fu raggiunto con la Festa dell’Essere Supremo svoltasi l’8 giugno 1794. Questo culto, però, cadde presto in disuso dopo la fine del politico francese, e i suoi successori continuarono la loro politica di ostilità verso la religione. Il deputato Cambon propose un decreto, approvato dalla Convenzione, in cui si affermava che la Repubblica non avrebbe più salariato alcun culto; mentre i rappresentati in missione continuarono a combattere il “fanatismo” (ossia il cattolicesimo): i rappresentanti Pelletier e Besson con un’ordinanza del 30 brumaio dell’anno III ordinarono l’arresto di tutti i preti che continuavano a professare il culto e la chiusura delle chiese ancora aperte; nell’Haute-Garonne e nel Tarn, i preti (ance se abdicatari) furono messi sotto sorveglianza; nell’Orne, il vescovo costituzionale, che aveva in precedenza abdicato, chiese l’autorizzazione per celebrare nuovamente gli uffici e venne arrestato per questa sola ragione. Né la persecuzione risparmiò le confessioni che erano state discriminate sotto l’Ancien Régime: i pastori luterani di Montbéliard abdicarono sotto la minaccia di arresto, mentre nel Besançon venne chiusa nell’ottobre 1794 la sinagoga. Nel frattempo, i Termidoriani cercarono di fare rivivere il culto repubblicano, espresso nelle feste civiche delle decadi e furono persino arrestate delle persone che si astenettero dal lavorare la domenica. Nonostante ciò, i tentativi per diffondere la fede patriotticanon riuscirono ad attecchire tra il popolo in quanto essa non era una creazione dell’anima popolare; ma un’idea della classe borghese, il cui governo si rendeva sempre più impopolare e debole.

Crebbero difatti le proteste contro la politica antireligiosa anche all’interno della Convenzione. Il vescovo costituzione di Blois, Grégoire, denunciò infatti che: «La libertà di culto esiste in Turchia, ma non in Francia; il popolo vi è privato di un diritto di cui si gode negli stati despoti; persino sotto le reggenze del Marocco e di Algeri». Sebbene questo discorso cadde nel vuoto, si levarono sempre più numerose le voci contro la persecuzione della religione; e già in taluni dipartimenti, dei privati cittadini e degli ex preti costituzionali, con la complicità delle autorità locali, riaprivano le chiese; mentre nei dipartimenti di frontiera i preti refrattari iniziarono a tornare in patria. A rendere impossibile l’ulteriore prosecuzione dei provvedimenti anticlericali, fu la politica di amnistia che il Governo aveva adottato inVandea: i rappresentanti in missione dell’Ovest erano difatti coscienti che non ci sarebbe stata nessuna pacificazione finché non fosse stata ripristinata la libertà di culto, e difatti provvidero ad abrogare tutti i provvedimenti di rigore antireligioso, ristabilendo la libertà sia per i preti refrattari che costituzionali.

La ritrovata libertà religiosa nei paesi dell’Ovest non poté quindi non estendersi anche al resto della Francia: il 21 febbraio 1975, un deputato della Pianura, Boissy d’Anglas, pur detestando il cattolicesimo, ripropose la libertà di culto con la motivazione che una religione clandestina poteva essere ben più pericolosa di una pubblica. Furono perciò riaperte le chiese, anche se vigevano ancora molte restrizioni in materia religiosa (vi era per i preti il divieto di indossare l’abito talare, fare processioni, suonare le campane…). Questo decreto contribuì alla ricostituzione del clero costituzionale, che domandò la restituzione delle loro patenti sacerdotali strappate con la forza; ma anche il clero refrattario rientrato in Francia prese a riorganizzare (con la contrarietà del governo parigino) il culto romano (sulla riapertura delle chiese cfr. A. Mathiez, La reazione termidoriana, pp. 179-201).

La laicizzazione e i tentativi di instaurare una nuova fede civica distaccò una parte dei francesi dalla tradizione cristiana, ma gli avvenimenti mostrarono che la maggior parte del popolo era rimasta attaccata al culto tradizionale. Motivo che spingerà Napoleone Bonaparte a stipulare nel 1801 un Concordato con la Chiesa Cattolica.




Fonte: UCCR
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