26 marzo 2016

Industria della guerra Usa: una economia fondata sulla guerra Il potere soverchiante dell'apparato bellico americano, anche nella politica



La Nato alimenta indubbiamente il business del complesso militar-industriale Usa, vincolando i Paesi membri ad adeguare i propri arsenali ai criteri stabiliti dallo statuto dell’Alleanza, i quali impongono come condizione imprescindibile di ammissione l’acquisto degli armamenti statunitensi. Tale risultato scaturisce naturalmente dalla convergenza tra gli interessi della lobby bellica e gli obiettivi perseguiti dai centri strategici statunitensi. Molti dei Paesi che entrano a far parte della Nato sono inoltre costretti, a causa delle magre risorse finanziarie a disposizione, a far ricorso ai crediti statunitensi per coprire le spese necessarie all’acquisto di equipaggiamenti e sistemi d’arma fabbricati dalle industrie nordamericane. Ciò assegna a Washington sia la possibilità di esercitare, attraverso i propri finanziamenti, una forte influenza sulle scelte politiche di queste nazioni, sia di tenere saldamente le redini dell’Alleanza Atlantica.

La Nato costituisce inoltre la più imponente macchina da guerra mai esistita. Nel 2011, le spese militari mondiali hanno toccato quota 1.738 miliardi di dollari, di cui ben 1.038 sono stati coperti dai 28 Stati membri della Nato, una cifra grosso modo equivalente al 60% del totale che, integrata con altre voci di carattere militare, arriva a coprire il 75% della spesa militare mondiale. Nel 2012, la spesa militare mondiale, salita a 1.753 miliardi, ha visto ancora gli Stati Uniti offrire il maggior contributo, pari a 682 miliardi di dollari, equivalenti a circa il 40% del totale. Da quel momento si è assistito a una sensibile riduzione, che ha portato Washington a stanziare nel 2015 ‘solo’ 581 miliardi di dollari per il potenziamento del settore militare. Una somma che oltre a mantenere comunque gli Usa – assieme a Gran Bretagna, Estonia e Lettonia – nel novero dei Paesi che investono almeno il 2% del Pil al settore della difesa, risulta più alta rispetto a quella che si ottiene sommando le spese militari dei dieci Stati piazzati subito dietro agli Usa nella graduatoria dei Paesi che spendono maggiormente per il potenziamento del settore bellico e ben quattro volte superiore a quella della Repubblica Popolare Cinese. Se a questa ragguardevole cifra si sommano inoltre le spese di manutenzione dell’arsenale nucleare, contabilizzare nel bilancio del Dipartimento dell’Energia, gli aiuti militari agli alleati strategicamente più importanti (quali ad esempio Israele), i fondi necessari al mantenimento dei soldati in riposo e i finanziamenti a favore del programma nazionale di intelligence si supera abbondantemente la soglia degli 800 miliardi di dollari – alcuni analisti hanno stimato che, nel bilancio federale, un dollaro su quattro sia destinato a sostenere le spese militari.

A prescindere dal risultato, le prossime elezioni presidenziali Usa non sembrano quindi destinate a produrre cambiamenti significativi sul fronte delle spese per la difesa, avendo il ‘complesso militar-industriale’ ormai accumulato un potere tale da porsi al di sopra della politica, grazie ai suoi agganci tra le forze armate e gli apparati di intelligence che costituiscono l’avanguardia dello ‘Stato profondo’ nordamericano. Per quanto ostinato e caparbio, nessun Presidente si è rivelato in grado di tener testa o quantomeno ridimensionare questo potentissimo comitato d’affari in grado di orientare gli indirizzi strategici del governo. La elezioni si rivelano però molto utili a saggiare gli umori generali della popolazione, che nel caso specifico evidenziano una forte delusione nei confronti del sistema. Il sostegno a Donald Trump, che non ha mai ricoperto una carica pubblica in tutta la sua vita, dà la misura della sfiducia dell’elettorato repubblicano nei confronti di candidati che sono una chiara espressione dell’establishment come Marco Rubio e Jeb Bush. Sul fronte democratico, l’appoggio a un candidato che si dichiara ‘socialista’ come Bernie Sanders è altrettanto eloquente sulla delusione generalizzata nei confronti di un candidato ‘di sistema’ come Hillary Clinton. Emerge quindi l’immagine di una società profondamente polarizzata, della cui divisione beneficeranno con ogni probabilità i candidati che intendono mantenere intatto lo status quo, essendo il sistema stesso organizzato in maniera tale da mettere la propria conservazione al riparo da ‘slittamenti’ indesiderati. Gli umori di una società lacerata al proprio interno dall’aumento delle disparità, dall’impoverimento progressivo della classe media e da varie forme di limitazione dei diritti che continuano a colpire soprattutto le minoranze sono infatti molto facili da piegare a specifici fini strumentali quali nuovi interventi militari destinati ad incrementare ulteriormente il business del complesso militar-industriale a discapito delle nazioni più deboli. Non è del resto un caso che, secondo alcune stime formulate nel 2015, gli Usa siano stati in guerra per 22 anni su 239 a partire dal 1776.

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