24 febbraio 2016

Risorse a 2.5 euro l’ora: ecco come il caporalato sfrutta gli immigrati


- di Filippo Burla -

Due euro e mezzo all’ora (quando va bene) per non meno di 12 euro al giorno di lavoro. Nessuna tutela giuridica, ovviamente nessuna assistenza in caso di malattia, infortunio o altro. Di contratti neanche a parlarne. Circa 400mila lavoratori, ma le stime lasciano sempre il tempo che trovano e potrebbero essere anche più di mezzo milione. Sono le cifre delcaporalato, piaga sociale e lavorativa che coinvolge, soprattutto nel meridione e nel settore agricolo, le masse di immigrati sfruttati da datori di lavoro senza scrupoli.

I dati, elaborati dallo studio milanese Ambrosetti su numeri della Cgil e presentati al convegno dll’associazione italiana delle agenzie per il lavoro, sono impietosi. E tracciano un quadro drammatico sul tema. Sugli 80 distretti industriali dell’agricoltura, spiegano gli estensori della ricerca, sono almeno 55 quelli nei quali si può parlare di caporalato. In 22 di questi le condizioni di lavoro sono a livello di “grave sfruttamento”, in 33 addirittura “indecenti”. L’80% dei lavoratori coinvolti nel fenomeno sono stranieri, spesso raccolti fra coloro che sbarcano sulle nostre coste. Il salario è la metà di quanto previsto dai contratti collettivi di settore: siamo attorno ai 2.5 euro l’ora, in totale 25-30 euro massimo per 12 ore di lavoro al giorno. E non basta: perché al “lordo” vanno tolti icontributi richiesti per la sistemazione, gli alimenti e il trasporto fino al luogo di lavoro, tutti oneri a carico della manodopera. Siamo ben oltre lo schiavismo, dato che in quest’ultimo caso il datore di lavoro – padrone aveva l’obbligo (almeno formale) di offrire vitto e alloggio. Come se non bastasse, nel 60% dei casi non è nemmeno garantito l’accesso ad acqua corrente, servizi igienici, acqua potabile. Un contesto che aggrava ulteriormente la situazione, soprattutto a fine campagna quando tre lavoratori su quattro presentano disturbi di tipo fisico dovuti a malnutrizione, esposizione alle intemperie, mancanza dei servizi-base di salute pubblica. Nulla che – data anche la giovane età media – non si possa curare con terapie antibiotiche (laddove disponibili), ma con il rischio di rendere croniche patologie potenzialmente anche invalidanti sul lungo termine. E spesso ci scappa il morto: nel 2015 le vittime accertate sono state almeno 10.

Oltre alla palese violazione della dignità umana, il fenomeno del caporalato è anche distorsivo dal punto di vista dell’economia nazionale. Anzitutto per quanto riguarda i contratti collettivi, che in queste “zone franche” sono merce rara se non quasi banditi, di fatto trascinando al ribasso le condizioni di lavoro generali.E non vale la giustificazione per cui l’agricoltura altrimenti non ce la farebbe, dato che laddove il caporalato non la fa da padrone le aziende agricolre riescono – pur fra mille difficoltà – a tirare comunque avanti. In ultimo, il danno per lo Stato: secondo lo studio, fra mancati versamenti di contributi e altri oneri fiscali, sono almeno 600 milioni gli euro sottratti ogni anno all’erario. Quanto basterebbe, eventualmente, per politiche di sostegno al settore.

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