17 febbraio 2016

L’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani è un’impostura

L’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani è un’impostura

NON C’E’ TRASMISSIONE SULLA SIRIA NELLA QUALE NON SI PARLI DEL “OSSERVATORIO SIRIANO PER I DIRITTI UMANI” QUALE FONTE CRISTALLINA DELLE INFORMAZIONI CHE VENGONO DIFFUSE. FATEVI QUATTRO RISATE.
Reuters basa le proprie affermazioni su un non meglio identificato «Osservatorio Siriano per i diritti umani (OSDH)», di stanza naturalmente a Londra. L’aspetto interessante è che a Londra non è mai stato registrato ufficialmente nessun «Osservatorio siriano per i diritti umani»Il mistero è risolto da Anton Chaschenko, giornalista di Vzgljad«ormai molti sanno che il «Centro siriano» è composto in realtà da una sola persona: Osama Sulejman, residente a Coventry ed attivo con lo pseudonimo «Rami Abdul-Rahman». Osama, un attivista anti-Assad, vive in Inghilterra dal 2000,è padrone di un negozio di abbigliamento ed è divenuto cittadino britannico a tutti gli effetti»
Il rapporto con l’opposizione siriana
Nel dicembre del 2014 un altro articolo interessante su Rami Abdul Rahman è stato postato da Le Monde nella sua sezione dedicata ai blogger. Il titolo scelto non lascia spazio ai fraintendimenti: “La crédibilité perdue de Rami Abdel-Rahman, directeur de l’Observatoire syrien des Droits de l’Homme”. Il quotidiano francese mette in evidenza un particolare su cui pochi altri giornali occidentali si sono soffermati in questi anni, vale a dire la mancanza di fiducia di buona parte dei sostenitori delle opposizioni siriane rispetto al lavoro svolto dall’Osservatorio. I siriani sospettano della figura di Rahman e del funzionamento della sua organizzazione, attenta esclusivamente a produrre informazioni senza verificarle in maniera il più possibile esaustiva sul campo, a differenza di quanto invece tentano di fare altre ong impegnate sul campo.
Dell’Osservatorio viene criticata anche l’attendibilità degli informatori, sulle cui storie personali e sui cui cambiamenti di opinione Rahman non può essere a conoscenza considerato che non si reca più in Siria da 15 anni. E ci sono anche sospetti sui suoi rapporti con i Fratelli Musulmani, sul suo presunto collegamento con i servizi segreti britannici e sulla possibilità concreta che tra le sue fonti vi siano elementi del regime di Damasco che fanno arrivare alla sua organizzazione notizie impacchettate ad hoc per creare disinformazione.
Per tutti questi motivi Rahman apparirebbe in patria non tanto come un difensore dei diritti umani quanto come un manager di successo che sta fabbricando una visione della Siria a uso e consumo esclusivo per i governi e i media occidentali. In questo groviglio di accuse, la logica della guerra mediatica, anche attraverso l’Osservatorio Siriano per i diritti umani, sta esprimendo al meglio le proprie potenzialità. Non è una scoperta, lo diceva già lo scrittore George Orwell più di mezzo secolo fa: “Il linguaggio politico è concepito in modo da far sembrare vere le bugie e rispettabile l’omicidio, e per dare parvenza di solidità all’aria”. La stessa che Rahman starebbe vendendo adesso per buona all’opinione pubblica mondiale.
A proposito dell’OSDH il New York Times scrive nell’aprile 2013:
“Gli analisti militari di Washingtonsi affidano al suo bilancio di soldati e ribelli uccisi per valutare l’evoluzione della guerra. Le Nazioni Unite e le organizzazioni di difesa dei diritti umani rovistano tra i suoi racconti di uccisioni di civili per trovare prove da utilizzare in caso di processo per crimini di guerra. I grandi media citano i suoi dati, noi compreso”
Lo stesso “osservatorio a senso unico” che in questi anni di conflitto ha accusato il governo di Bashar Al Assad di essere responsabile di qualsiasi atrocità, dall’uso delle armi chimiche contro i civili al massacro di Houla, successivamente smentite con prove incontrovertibili dalle fonti governative.

Un commerciante anti-Assad, con la cittadinanza inglesee residente nella ridente cittadina di Coventry: eccovi le fonti affidabilissime di cui si avvale un’agenzia come Reuters (meglio non pensare alle fonti delle agenzie meno blasonate!) e, di conseguenza, una dimostrazione della patetica mancanza di professionalità e competenza di cui danno prova i cosiddetti mezzi di informazione atlantisti, saggiamente e correttamente ribattezzati «presstitute».
Riferimenti:
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