02 febbraio 2016

Litvinenko: tra bugie e accuse infamanti. Chi era veramente?

Litvinenko: tra bugie e accuse infamanti. Chi era veramente?





Ex-agente dei servizi segreti russi (Fsb)? Informatore dei servizi segreti inglesi (MI5, MI6)? Una (s)comoda pedina della guerra mediatica tra Occidente e Russia? Un doppiogiochista? Un uomo venduto alla mafia russa? Oppure era un autentico agente segreto russo in copertura a Londra? Un triplogiochista?
Sono alcuni dei quesiti tra il serio e il faceto che ci si vanno ponendo da qualche giorno, ovvero da quando è emerso il dossier compilato dal magistrato inglese Robert Owen sulle circostanze della morte di Litvinenko a Londra nel 2006, per avvelenamento da polonio-210. Il dossier, liberamente consultabile in lingua originale on-line, non aggiunge nulla alla narrazione giornalistica sulle circostanze di questo decesso: Litvinenko era un ex appartenente al KGB/FSB, caduto in disgrazia in Russia dopo diverse accuse (abuso di potere) ed emigrato in Inghilterra, dove sarebbe stato avvelenato da due ex-colleghi dei servizi in un hotel londinese.
Ciò che è invece rilevante sono le conclusioni dell’indagine. Owen dichiara di aver concluso che “l’operazione dell’Fsb per assassinare il signor Litvinenko fu probabilmente approvata dal signor Nikolai Patrushev, all’epoca capo dell’Fsb, e anche dal presidente Putin”. Un accusa fortissima, e perfino ripresa dal premier britannico Cameron che ha esplicitamente parlato di omicidio di Stato, causando un surriscaldamento dei rapporti Russia-Inghilterra, già tesi per le crisi siriana e ucraina. Che quel “probabilmente” non sia stata una scelta felice lo hanno affermato in molti, in Italia persino Anna Zafesova, giornalista dichiaratamente anti-putiniana, poiché si dà l’impressione che dietro le accuse non vi sia sostanza di prove.
In effetti, il magistrato inglese, in oltre trecento pagine di rapporto, fonda le sue conclusioni su una serie di testimonianze circa i rapporti tra Litvinenko e i suoi ex-datori di lavoro, l’Fsb e il governo russo, e sulla provenienza del polonio-210, la sostanza radioattiva che uccise l’ex-agente. Per quanto riguarda il polonio, Owen ci informa che viene prodotto in alcuni laboratori statali russi e che, “nonostante non si possa dire che il polonio-210 col quale il signor Litvinenko è stato avvelenatodebba provenire dagli impianti Avangard, esso potrebbe certamente provenire da lì.” Quindi, a un “probabilmente” bisogna aggiungere un “potrebbe”. Non una base solida, se pensiamo che la produzione di polonio avviene – seppur in quantità minori – anche in Occidente, sempre a scopi scientifici, e che ricondurre così direttamente al governo russo quella che sarebbe la maggiore prova a carico pare davvero troppo consequenziale, pulito. Certo, solo uno Stato può disporre la produzione di sostanze così pericolose, ma perché proprio la Russia?
Per quanto riguarda le testimonianze, si tratta principalmente di cittadini inglesi che hanno partecipato a vario titolo alle indagini sul caso (si tenga presente che già 10 anni fa vi fu un’inchiesta che non portò a nulla di fatto). Tra le tante, è interessante che venga citato un cablogramma di Wikileaks del 2006 nel quale un membro dello staff diplomatico americano a Parigi, Daniel Fried, sostiene letteralmente che “conoscendo l’attenzione del signor Putin per i dettagli, riteniamo (l’amministrazione Usa) che l’operazione non possa aver avuto luogo senza che Putin ne fosse al corrente.” Non proprio un ragionamento approfondito, soprattutto se poi si scopre che nel dossier britannico non viene riportato un altro cablogramma di Wikileaks, sempre del 2006, quando, durante una conversazione cordiale tra l’ex-CIA Henry Crumpton e l’ alto ufficiale dell’FSB Anatolij Safonov, il russo rivela che già da prima che Litvinenko venisse avvelenato i servizi russi sapevano che a Londra giravano persone con materiale radioattivo, ma che gli inglesi avevano rassicurato che tutto fosse sotto controllo. Evidentemente non proprio tutto.
Il restante delle testimonianze consta della ripetizione di fatti già noti alla stampa. Ripetizione: sì, in quanto il dossier riprende alcuni momenti topici dell’inchiesta del decennio prima, con particolari cui onestamente si fa fatica a credere, come l’idea che i due presunti killer, Lugovoj e Kovtun, avessero così tanto polonio su di sé da lasciarne traccia ovunque, dalle poltrone dell’hotel in cui effettivamente incontrarono Litvinenko ai sedili dell’aereo con cui lasciarono Londra, e a rimanere a tutt’oggi in vita e salute!
Sir Robert Owen da poi una discreta importanza al “deathbed statement” di Litvinenko, una breve dichiarazione dal letto di morte, in cui l’ex-agente Fsb punta il dito nettamente e senza giri di parole su Putin, quale mandante del proprio omicidio. Ma allora chiediamoci perché Litvinenko, fin dagli ultimi tempi in Russia, criticasse il presidente russo e cosa mai quest’ultimo avesse da temere da quello per supervisionare, come sostengono i giudici di Sua Maestà, personalmente il suo assassinio.
Quali accuse ha formulato Litvinenko?
Se analizziamo l’insieme delle sue dichiarazioni, scopriamo che Litvinenko ha accusato Putin in pratica di qualsiasi cosa. Nell’ordine, ha simultaneamente ritenuto responsabile il governo russo, dal 1999 al 2006 (ovvero dall’ascesa di Putin al Cremlino), di aver organizzato le stragi delle bombe degli appartamenti di Mosca del settembre 1999 e gli attentati al parlamento armeno dell’ottobre 1999; di aver cooptato terroristi ceceni per il massacro al teatro Dubrovka a Mosca del 2002; di aver portato a termine la terribile strage nella scuola di Beslan del 2004 come operazione false flag; di aver infiltrato gruppi fondamentalisti islamici per gli attentati alla metropolitana di Londra del 2005; di finanziare ogni gruppo terroristico del pianeta, dall’Irlanda al Medio Oriente, citando, tra gli altri, il famigerato terrorista internazionale Carlos e Ocalan; di aver legami consolidati con Al-Qaeda; di aver montato ad arte la violentissima polemica sulla pubblicazione in Danimarca di vignette satiriche su Maometto al solo scopo di pure i danesi per non aver concesso l’estradizione di alcuni terroristi ceceni; dell’assassinio della nota giornalista Anna Politkovskaja. Inoltre, Litvinenko ha accusato il presidente Putin in prima persona di favorire il traffico di droga in Afghanistan, di essere in buoni rapporti con la mafia russa sin dagli anni ’90 e di essere un pedofilo. (Incidentalmente pare che abbia pure accusato l’ex presidente del Consiglio italiano Romano Prodi di aver lavorato per conto del KGB nel corso della guerra fredda (!), ma quest’ultima voce non è confermabile.)
Curiosamente, di avere rapporti con la mafia russa (o con personaggi discutibili come l’oligarca Boris Berezovskij) è stato accusato anche Litvinenko stesso. Ora, a sostegno di tutte queste accuse ovviamente non è stata fornita alcuna prova, al di là della loro evidente enormità e bizzarria. Più che altro, si può dire che a un certo livello Oscar Wilde non avesse torto, quando sosteneva che il mestiere di spia avesse perso ogni ragione di esistere dal momento che la stessa funzione veniva ormai portata dalla stampa. Poiché di questo parliamo: le insinuazioni di Litvinenko ricalcano perfettamente quelle che ogni giornalista prezzolato d’Occidente muove alla Russia di Putin da quasi vent’anni. Per cui, dove sarebbe il pericolo per Mosca? In dichiarazioni prive di fondamento già ripetute da anni e per anni in tutto il mondo? Sarebbero queste le ragioni per cui si è compiuto un omicidio su mandato (peraltro a pochissime settimane dalla morte della Politkovskaja, altro decesso imputato a Putin senza uno straccio di indizi) in un Paese straniero, e in modo così spettacolare (l’agonia di Litvinenko è durata giorni e fu ripresa dai media)?
Ma se questo castello indiziario vacilla per mancanza di contenuti effettivi, non potrebbe forse trattarsi un’operazione politica, l’ennesimo episodio della guerra dei media imbastito per screditare la Russia agli occhi dell’opinione pubblica occidentale? La geopolitica è un dato ineludibile e l’insistenza di certe calunnie, protratta nel tempo, lascia dietro di sé i segni di un accanimento. Prendiamo per esempio il nudo fatto che la nuova inchiesta britannica sulla morte di Litvinenko sia partita nel 2014, a pochi mesi dal ritorno della Crimea in seno alla Federazione Russa e dal culmine della crisi in Ucraina. Un caso?
E che dire del punto 1.1 dell’introduzione al dossier di Sir Robert Owen, dove si legge che “il 22 Luglio 2014 il Segretario di Stato agli Affari Interni Theresa May ha annunciato, in una dichiarazione scritta presentata dinanzia alla Camera dei Comuni, che si sarebbe aperta un’inchiesta circa la morte di Alexander Litvinenko.” ? In pratica l’ammissione che l’indagine ha avuto una chiara origine politica, provenendo l’input niente meno che dal Ministero degli Interni di Londra e nonostante vi fosse già un precedente investigativo all’epoca dei fatti.
Le stranezze sul caso non finiscono comunque qui. La moglie di Litvinenko, Marina, ha dichiarato che il marito si sarebbe convertito all’Islam durante la sua permanenza in Inghilterra, dopo aver fatto amicizia con alcuni politici ceceni. Come interpretare un’informazione simile? Né è l’unica rivelazione della signora, che ha pure dichiarato che il marito era un consulente dei servizi segreti inglesi e che i russi lo volevano morto in quanto venduto e traditore. Ma se era così chiaro che volessero ucciderlo, perché Litvinenko incontrò, quasi ingenuamente, proprio due ex-colleghi? Forse perché, da quel poco che si è venuto a sapere dalle fonti russe, non eraveramente una spia ma i suoi incarichi al Fsb erano quelli di un poliziotto? E quindi, di nuovo, che senso ha?
Ad aumentare il caos non potevano poi mancare le dichiarazioni in totale controtendenza di Maksim Litvinenko, fratello di Aleksandr, il quale in almeno due occasioni ha rilasciato interviste spiegando che non ritiene in alcun modo il governo russo colpevole dell’assassinio del fratello, che il suo annuncio finale dal letto di morte probabilmente è un falso e, addirittura, che Litvinenko era in realtà, pur facendo propaganda in senso opposto, rimasto fedele a Mosca e che aveva raccolto informazioni su dissidenti russi in Inghilterra, preparandosi a tornare in Russia, e che per questo, se qualcuno aveva interesse ad ammazzarlo, bisognava al contrario pensare agli 007 inglesi.
Nulla di questo in sé deve stupire, se pensiamo che l’intero caso riguarda il nebbioso mondo dello spionaggio – forse – e, con certezza, un assassinio ancora avvolto nel mistero più completo.
Per concludere: il presidente russo ha qualcosa a che fare con la morte di Litvinenko? Improbabile, al minimo. Certo, se poi questo ordine fu impartito lo è stato per motivi del tutto imperscrutabili. Ma ci vorrà ben più di un “probabilmente”, di un “potrebbe”, di un rapporto così raffazzonato e dubbio per dimostrarlo.
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