09 febbraio 2016

Guerra: l’Italia torna nella Libia che abbiamo ceduto all’Isis

Guerra: l’Italia torna nella Libia che abbiamo ceduto all’Isis

La nuova guerra di Libia della Nato è già iniziata con le azioni di commando e i voli sotto copertura. Tra breve l’intervento militare esplicito verrà dichiarato e l’Italia sarà in prima fila. Le pressioni di questi giorni del governo Usae di quello della Francia servono a superare dubbi tattici ed elettorali, non a imporre una scelta che il governo italiano ha già preso. Il coinvolgimento militare del nostro paese in tutti gli scenari e gli impegni di guerra della Nato è sempre più esteso, in Asia, Africa, Europa. Come ha vantato Renzi l’Italia è tra i primi paesi al mondo per truppe all’estero. Ultimo annuncio quello dell’invio di centinaia di soldati in Iraq per difendere affari privati nella costruzione di una diga. Più cresce l’impegno militare all’estero, più il territorio del paese è militarizzato. Dal Muos al Trident, dalle servitù militari antiche a quelle modernissime, dalla Sicilia e dalla Sardegna a tutta la penisola, l’inquinamento militare dilaga. Fino alla terribile decisione di installare bombe nucleari di nuova generazione nel Friuli e nel bresciano. Bombe nuove perché studiate per essere davvero usate in qualche guerra umanitaria, invece che essere conservate per pura deterrenza.
Tutto l’impegno italiano in guerra avviene in aperta violazione dell’articolo 11 della Costituzione, l’installazione di bombe nucleari avviene in spregio al trattato di non proliferazione nucleare che l’Italia ha firmato. Siamo sempre più coinvolti in
guerre e impegni militari illegali dal punto di vista del diritto internazionale così come delle nostre leggi; e ora tocca di nuovo alla Libia. Le truppe e le armi italiane hanno operato in Libia già quattro volte, per conquistarla nel 1911, per riconquistarla dal 1921 al1930, poi tra il 1940 e il 1943 durante la seconda guerra mondiale assieme ai nazisti, infine nel 2011 con la Nato ma senza la Germania. In queste quattro guerre direttamente o indirettamente, da solo o in collaborazione con altri,  l’intervento militare italiano ha ucciso centinaia di migliaia di libici. Se c’è un paese al quale dovrebbe essere vietato un intervento militare in quel paese è l’Italia. Invece ci stiamo preparando alla quinta guerra, le basi siciliane son già pronte, gli aerei già in posizione, si attende solo il momento opportuno.
Anche nel 2011 l’Italia attese un poco prima di sparare. Nel marzo partirono i bombardieri francesi e i missili statunitensi, mentre le prime bombe del nostro paese furono sganciate ufficialmente il 28 aprile. In quell’arco di tempo il peggiore presidente della storia della Repubblica, quello che più ha messo in mora la Costituzione, Giorgio Napolitano, guidò la campagna interventista. Poi Berlusconi mandò i bombardieri con il pieno sostegno di Bersani. I motivi ufficiali erano diversi, ma quelli veri erano gli stessi che tornano oggi: l’Italia non può lasciare che altre potenze svolgano il ruolo che le appartiene in un paese nel quale ha storici interessi. Il classico argomento colonialista. Argomento che non viene minimamente scalfito dal fatto che oggi venga tranquillamente ammesso che la guerra del 2011 ha prodotto esiti catastrofici. Se oggi l’Is è insediato a Sirte è
esclusivamente a causa dell’intervento militare Nato del 2011. Eppure ora se ne vuole fare un altro, più completo, più forte, più impegnativo.
Alla fine la sola conclusione di questa escalation della follia sarà l’occupazione militare permanente della Libia da parte di migliaia di soldati Nato, in gran parte italiani. Con tutte le conseguenze esterne ed interne che possiamo immaginare per il nostro paese. Eppure si va avanti così passo dopo passo, verso altre guerre, altre catastrofi umanitarie, altro terrorismo. Si fa la guerra non più con il fanatismo che abbiamo visto nel passato, nessuno oggi si sogna più di raccontare che così si esporta la democrazia, ma con il cinismo della difesa degli interessi, senza mai ben specificare quali, e con l’inerzia dell’obbedienza a sistemi di potere di cui facciamo parte. Siamo nella Nato, quindi dobbiamo fare la guerra. Cosi come siamo nell’Euro e
dobbiamo fare l’austerità. Austerità e guerra si perpetuano e aggravano non perché risolvano, ma perché sono ineluttabili, non ci sono alternative si afferma da sempre.
Il movimento contro la guerra è oggi minoranza nel paese non perché la maggioranza sia favorevole, ma perché essa è rassegnata alla ineluttabilità delle decisioni. Anche a quelle peggiori. Bisogna smuovere l’opinione pubblica con il rigore delle posizioni e dei comportamenti. Non basta dunque dire no alla guerra, ma bisogna conseguentemente chiedere che l’Italia esca dalla Nato, cioè dalla macchina della guerra permanente. E non basta solo affermare il no con le pur necessarie manifestazioni, ma  bisogna costruire il boicottaggio della guerra, della sua politica, dei suoi strumenti. Né un uomo né un soldo gridò Andrea Costa nel 1887 contro le imprese africane dei Savoia. È un’affermazione ancora più valida oggi di fronte ad una Unione Europea che permette flessibilità di bilancio per acquistare un bombardiere, ma non per costruire un ospedale. No alla quinta guerra di Libia, fuori dalla guerra, fuori dalla Nato.
(Giorgio Cremaschi, “Fuori dalla quinta guerra in Libia, fuori dalla Nato”, da “Micromega” del 2 febbraio 2016)

Tratto da: www.libreidee.org
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