20 febbraio 2016

Dove esploderà la prossima crisi economica mondiale?


Ariel Noyola Rodriguez* Russia Today
*Laurea in Economia e Commercio presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico.
world-economic-forum-pwcE’ appena iniziato il 2016 e le perdite nelle varie borse nel mondo sono colossali: quasi 8 miliardi di dollari nelle prime tre settimane di gennaio, secondo Bank of America Merrill Lynch. Il governo degli Stati Uniti ha reso le banche d’investimento tossicodipendenti dal credito a buon mercato. E ora che lo stimolo monetario della Federal Reserve è finito tutti ne pagano le conseguenze. Nell’ultimo vertice di Davos è stato sottolineato che l’incertezza prevale tra le grandi imprese: non si sa dove la prossima crisi esploderà.
Un tremito finanziario ha sprofondato Davos nel pessimismo. Più di 2000 leader aziendali e politici riunitisi in Svizzera (dal 20 al 23 gennaio) non sanno più come convincere la gente che l’economia mondiale è sotto controllo. Solo pochi giorni prima del XLVI World Economic Forum (1), gli investitori erano in preda al panico: nelle prime tre settimane di gennaio diversi scambi registravano perdite per 7,8 miliardi di dollari, secondo la Bank of America Merrill Lynch (2). Per la banca d’affari statunitense questo gennaio sarà ricordato come il più drammatico per la finanza dalla Grande Depressione del 1929. I circuiti finanziari internazionali sono ora sempre più vulnerabili. E il crollo della fiducia delle imprese sembra irreversibile. La PricewaterhourseCoopers (PwC) ha recentemente pubblicato i risultati di un sondaggio che riflette le opinioni di 1409 amministratori delegati delle società (CEO, Chief Executive Officers) di 83 Paesi sulle prospettive economiche: il 66% degli intervistati ritiene che le loro aziende affrontino maggiori minacce oggi rispetto a tre anni fa, e solo il 27% ritiene che la crescita globale migliorerà (3). L’incertezza è tale che al vertice di Davos non c’era consenso tra i giganti aziendali su dove la prossima crisi esploderà. Eppure i media occidentali non si stancano mai di accusare il rallentamento della Cina come principale causa delle turbolenze nell’economia globale. In realtà, lo speculatore George Soros (che eliminò la sterlina nel 1990), a Davos ha detto che un atterraggio duro dell’economia cinese è “inevitabile” (4); senza dubbio era un’esagerazione. A mio avviso c’è una campagna di propaganda contro Pechino che tenta di nascondere le gravi contraddizioni economiche e sociali che persistono nei Paesi industrializzati (Stati Uniti, Germania, Francia, Regno Unito, Giappone, ecc). Nonostante il trionfalismo della presidentessa della Federal Reserve System (FED) Janet Yellen. nelle ultime settimane l’economia statunitense ancora mostra segni di debolezza. Il settore manifatturiero ha accumulato lo scorso dicembre due mesi di contrazioni: il livello più basso degli ultimi sei anni. Inoltre, il crollo dei prezzi delle materie prime (“commodities”) ha sostenuto l’apprezzamento del dollaro, divenendo quindi più difficile per il governo degli Stati Uniti seppellire la minaccia della deflazione (calo dei prezzi). L’orizzonte è di gran lunga più tetro dopo che il prezzo di riferimento internazionale del petrolio è sceso sotto i 30 dollari al barile (5). Ancora peggio, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha diminuito le nuove prospettive di crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL) per quest’anno, da 3,6 a 3,4% (6).
La verità è che le politiche di credito a buon mercato dalle banche centrali dei Paesi industrializzati, dopo il fallimento di Lehman Brothers, ha causato enormi distorsioni nei mercati del credito e ora tutti ne pagano il conto (7). Secondo i calcoli del fondo d’investimento Elliot Management (guidato da Paul Singer), le banche centrali delle maggiori potenze hanno iniettato nell’economia globale 15 miliardi di dollari, secondo le stime, dalla crisi del 2008, acquistando obbligazioni sovrane e attività ipotecarie (8). Purtroppo tale strategia non ha posto le basi per un progressivo recupero ma, al contrario, ha aumento la fragilità finanziaria. La zona euro ancora non esce dai bassi tassi di crescita economica. La crisi non solo ha colpito Paesi come Spagna e Grecia, ma anche il cuore d’Europa è in gravi difficoltà: la minaccia di deflazione incombe sulla Germania, dove si sa che i prezzi al consumo sono cresciuti solo dello 0,3% nel 2015, il dato minore dalla recessione del 2009, quando il PIL tedesco ebbe una contrazione del 5%; e il presidente della Francia Francois Hollande ha recentemente annunciato lo “stato di emergenza economica” per l’alto tasso di disoccupazione e gli scarsi investimenti (9). Ciò davvero preoccupa il presidente della Banca centrale europea (BCE) Mario Draghi, costretto a prendere in considerazione misure di stimolo l’espansione dal prossimo marzo (10). Lo stesso vale per Banca d’Inghilterra e Banca del Giappone pur avendo un tasso d’interesse di riferimento minimo e lanciato aggressivi programmi di liquidità, ma ancora non riescono a far uscire le loro economie dal pantano o ad aumentare sostanzialmente l’inflazione, che rimane lontana dal dato ufficiale del 2%. Tuttavia, lo stradominio del dollaro nel mercato finanziario globale ha attribuito agli Stati Uniti un ruolo decisivo nel determinare la politica monetaria in altri Paesi. Non vi è dubbio che la FED ha sbagliato aumentando il tasso d’interesse dei fondi federali lo scorso dicembre. Semplicemente non c’erano prove sufficienti per permettere di concludere che la ripresa dell’economia statunitense fosse solida e sostenuta. Ora che la situazione è peggiorata, quasi certamente nelle prossime riunioni del Federal Open Market Committee (FOMC, nell’acronimo in inglese), non solo la FED non aumenterà il costo del credito, ma neanche potrà ridurre il tasso di riferimento. Tuttavia, il grosso problema è che nessuno sa con certezza come reagiranno i mercati finanziari (11) alla minima mossa della FED. Crolli successivi a Wall Street innescheranno la recessione globale? Finalmente ne sarà mortalmente ferita l’egemonia del dollaro prima della massiccia vendita di buoni del Tesoro USA? Fino a che punto resisteranno Cina e Paesi emergenti? La prossima crisi è un enigma per tutti…Note
1. “Davos 2016: Global economy seen to be hanging in the balance“, The Financial Times, 19 Gennaio 2016.
2. “Nearly $8 trillion wiped off world stocks in January, U.S. recession chances rising: BAML“, Jamie McGeever, Reuters, 22 gennaio 2016.
3. “En Davos, el pesimismo es el sentimiento de moda”, Dana Cimilluca, il Wall Street Journal, 20 GENNAIO 2016.
4. “Soros: China Hard Landing Is Practically Unavoidable” Bloomberg, 21 gennaio 2016.
5. “Goldman Sachs baja el precio del petróleo” Mikhail Leontiev, traduzione Aldo Malca, 1tv (Russia), Réseau Voltaire, 22 gennaio, 2016.
6. “IMF Cuts Global Growth Forecast to 3.4% in Year of ‘Great Challenges’“, Bloomberg, Bloomberg, 19 gennaio 2016.
7. “El crédito barato ya no alcanza para estimular la economía mundial”, Lingling Wei & Jon Hilsenrath, The Wall Street Journal, 20 gennaio 2016.
8. “Fears of global liquidity crunch haunt Davos elites”, Ambrose Evans-Pritchard, The Telegraph, 20 gennaio 2016.
9. “François Hollande en état d’urgence” Gérard Courtois, Le Monde, 19 gennaio 2016.
10. “Draghi hints at more stimulus in March”, Claire Jones & Elaine Moore, The Financial Times, 21 gennaio 2016.
11. “The world has glimpsed financial crisis. But is the worst to come?”, Jamie Doward, Larry Elliott, Rod Ardehali & Terry Macalister, The Guardian, 24 gennaio 2016.
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora
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