06 febbraio 2016

Denuncia il compagno che la maltratta e l’Inps le blocca il bonus bebè

Denuncia il compagno che la maltratta e l’Inps le blocca il bonus bebè

Dopo violenze, maltrattamenti, botte, si era finalmente decisa a lasciare il suo compagno. La burocrazia però adesso le nega il bonus bebè per la sua bimba, avuta assieme proprio all’ex compagno, perché la domanda era stata presentata da lui e quel nucleo familiare ad oggi non esiste più. Ne ha parlato Laura Secci suLa Stampa.
di Laura Secci
Ci sono lividi che non si vedono, sigillati tra i binari rigidi e rassicuranti dei «ma, però». Ci sono dolori che ingoiano silenzi, ricacciati dentro come bocconi amari, da digerire in fretta se conditi di speranza. Ma da quell’uomo, amato tanto da farle desiderare un figlio, Anna adesso deve difendersi. E a quell’inferno di botte e insulti che non hanno concesso tregua neanche durante la gravidanza, ha avuto il coraggio di dire «basta».
La denuncia scattata dopo l’ennesimo pestaggio, il ricovero al pronto soccorso, il trasloco dai suoi genitori, ai quali finora aveva risparmiato la verità del suo dramma, nella speranza che «le cose si sarebbero sistemate».
Adesso Anna deve trovare i soldi per andare avanti. Il primo passo è riscuotere il bonus bebè che il governo «regala» ai nati tra il 1 gennaio 2015 al 31 dicembre 2017. Dura fino al terzo anno di vita del bambino. Sono 36 mensilità.
«Ci dispiace, ma non può averlo. La pratica in cui è indicato l’Isee del nucleo familiare è stata sospesa, perchè quel nucleo non esiste più».
La burocrazia risponde con il linguaggio che le è proprio, non ammette eccezioni.
La domanda per il «bonus bebè», per legge, può essere presentata da uno (e uno solo) dei genitori. In questo caso era stato il compagno ad occuparsene. “Ma la pratica è stata sospesa dall’Inps – spiega la Cgil astigiana -. E’ corretto, secondo le nuove normative scattate da gennaio di quest’anno per scovare i “furbetti” che a volte chiedono delle agevolazioni ma non ne hanno diritto, per reddito. In questo caso però la situazione è ben diversa». «Tenteremo un’altra strada – spiega il sindacato – ripresentando un’altra pratica, con l’Isee della ragazza, stavolta e non dell’uomo. La normativa è complessa, non sarà semplice ma possiamo farcela. E per i mesi che sono trascorsi il contributo oramai è perso ”.
Ventisei anni, un lavoro perso che non ha intenzione di farsi ritrovare, l’anima divisa in due tra odio e, ancora, amore. Perchè lui è difficile da dimenticare, lui piange e implora perdono, disegna un futuro che non sarà mai per una famiglia che non è. E che non è mai stata.
«Per lei, già provata da quanto successo, è stato l’ennesimo schiaffo in faccia – spiega il padre -. Ci siamo rivolti a tutti i sindacati, ma la risposta è stata la stessa: non c’è nulla da fare».
«Da un lato si fanno migliaia di campagne pubblicitarie, riempiendosi la bocca e riempiendoci la testa sulla lotta contro la violenza sulle donne, poi quando una ragazza trova il coraggio per denunciare, nonostante la dipendenza economica da quel mostro, la risposta è questa? La priva di ogni possibilità di vivere dignitosamente, accedendo a ciò che spetta a migliaia di altre donne che non hanno no subito violenze».
Quando la ragion di Stato non contempla la ragione.

Fonte: www.qelsi.it
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