06 febbraio 2016

CRISI DEL DEBITO E FRUSTRAZIONI DELLO SPREAD




E’ fondamentale definire chiaramente il concetto di Debito Pubblico. Con questo termine si intende comunemente la copertura (mediante emissione di titoli di Debito Pubblico quali BOT, BTP e CCT) della somma delle maggiori uscite di spesa di uno Stato ossia del suo disavanzo primario. Quest’ultimo, così definito, è semplicemente la differenza passiva tra entrate ed uscite di uno Stato al netto degli interessi pagati sul suo stesso Debito Pubblico.

Gli acquisti pubblici, ossia i trasferimenti da parte dello Stato verso soggetti economici privati e non (ad esempio i trasferimenti alle Regioni e i vari sussidi tra cui la disoccupazione), vengono bilanciati da quest’ultimo attraverso le entrate statali che sono composte in larga misura dal gettito fiscale e dall’applicazione di imposte dirette ed indirette sul reddito.

Influiscono notevolmente sul deficit (e quindi successivamente sul Debito Pubblico) le politiche economiche della domanda aggregata, le politiche demagogiche mirate ad un facile e subdolo consenso, le deboli politiche fiscali come i cosiddetti condoni fiscali (altamente diseducativi per i soggetti debitori), la bassa crescita economica ma soprattutto l’oramai radicata evasione e/o elusione fiscale. Il gettito monetario di queste passività entra a costituire il Debito Pubblico nel momento in cui queste vengono finanziate attraverso il suddetto programma di emissione di Titoli di Stato sottoscritti da soggetti privati e non.

Da un punto di vista strettamente tecnico viene riconosciuta una definizione di Debito Pubblico in relazione al Prodotto Interno Lordo. Pertanto se da un lato è indiscutibilmente importante tenere sotto controllo le uscite di bilancio, è altrettanto rilevante sapere se e come verrà rifinanziato il deficit all’interno di una prospettiva di crescita economica di medio-lungo periodo.
Quindi dalla pura e matematica relazione tra Debito su PIL ne deriva che per aumentare o diminuire l’indice totale di Debito Pubblico è necessario aumentare o diminuire la forbice tra le grandezze dell’equazione. Quindi laddove il Debito rimane costante di anno in anno, ma il PIL è crescente, non significa necessariamente che la situazione sia negativa poiché maggiore è la crescita economica che traina il PIL e maggiore sarà la probabilità di ripagare gli interessi sul Debito precedentemente acquisito.

Ne deriva che qualora lo Stato desiderasse diminuire questo rapporto può adoperarsi non solo attraverso un maggiore gettito fiscale (aumentando cioè le tasse) bensì incrementando un ciclo virtuoso di sviluppo tale da prospettare una progressiva crescita economica. Difatti una politica economica tendente all’equilibrio dovrebbe adoperarsi verso entrambe le direzioni, ma soprattutto nella seconda.

Il finanziamento attraverso l’emissione di Titoli di Stato nel mercato obbligazionario risente notevolmente della maggiore o minore fiducia che uno Stato possiede da parte degli altri Stati.
Questa analisi ci fa porre l’attenzione su una serie di eventi che stanno investendo l’Europa e tutti i Paesi con Debito Pubblico elevato e quindi tutti coloro che sono attualmente esposti all’odierna crisi economica. Assodato che la maggior parte dei Paesi Occidentali (compresi USA e Giappone) hanno un elevato Debito Pubblico e un elevato disavanzo primario, si cerca di correre ai ripari attuando politiche economiche più congrue che diano segnali forti e rassicuranti ai mercati finanziari. Difatti ogni qual volta un Debito viene finanziato sul mercato obbligazionario il suo tasso di interesse e il suo valore nominale vengono influenzati dall’outlook (anche se non vincolante ma di certo influente) delle Agenzie di Rating. Ne deriva che quando uno Stato deve finanziare il suo Debito, qualora su di esso ci fosse (come oggi sta accadendo all’Italia) il giudizio negativo delle Agenzie di Rating, al fine di attrarre investimenti dovrà praticare tassi d’interesse obbligazionari maggiori rispetto a quelli che avrebbe applicato in una situazione standard. Per ovvie ragioni il circuito si conclude con più introiti nell’immediato ma con maggiori costi sostenuti nel lungo periodo.

Le Agenzie di Rating in questo ultimo periodo hanno realmente e notevolmente influenzato la politica economica dei singoli Paesi. Lo spauracchio di un eventuale outlook negativo sulla capacità di ripagare gli interessi sul Debito ha gettato le basi per una serie di importanti ed ardue politiche di Austerity. Tali misure, che mirano alla riduzione degli sprechi quali la diminuzione delle inefficienze, lo snellimento della Pubblica Amministrazione e il taglio dei costi dello Stato in toto, stanno però colpendo fasce della popolazione lavorativa attiva creando ineluttabili problemi sociali. Il progressivo taglio dei costi dell’apparato pubblico, al fine di liberare risorse da destinare allo sviluppo, ha generato nello stesso tempo una durissima recessione dovuta ad un calo della domanda aggregata.
Le reali ragioni dell’attuazione di politiche economiche tanto ardue non sono di certo (e comprensibilmente) intese dalla maggior parte della popolazione. Ridurre il potere d’acquisto delle famiglie di ceto medio basso, che sono coloro che hanno una maggiore propensione al consumo, vuol dire reprimere la domanda di beni e servizi annullando completamente anche la minima propensione al risparmio.

La misura della maggiore o minore capacità di pagamento degli interessi sul debito è data dallo Spread. Quest’ultimo è in sostanza la differenza tra il valore di due differenti titoli di Debito Pubblico rapportati tra loro. Generalmente si prende come valore di comparazione il Bund tedesco. Maggiore sarà la forbice dello Spread con i Bund e minore sarà la fiducia nei confronti del titolo di debito (si veda ad esempio quello italiano). Ne discende che ogni qual volta le Agenzie di Rating declassano un Paese (attraverso un outlook negativo) aumenta anche la forbice di comparazione tra i titoli di debito rispetto al titolo di riferimento sul mercato obbligazionario. La domanda fondamentale da porsi è la seguente: i mercati sono realmente in grado di essere influenzati dal giudizio delle Agenzie di Rating? A seguito del discorso fin qui adottato la risposta sarà certamente affermativa.

Nel momento storico attuale, in cui l’attenzione verso un eventuale giudizio negativo da parte delle Agenzie di Rating è cosi elevato, ogni Paese è moralmente obbligato ad attivare tutte le misure affinché il declassamento non avvenga. A loro volta le Agenzie di Rating sono a conoscenza del loro potere mediatico e lo usano fino in fondo. Il problema è che nello stesso momento in cui vediamo i singoli Paesi obbligati a pubblicizzare le loro misure di austerity, si cominciano ad avere i reali effetti collaterali di tali misure sul sistema economico generale. Le misure di austerity sicuramente mettono in luce alcune inefficienze e costi ingiustificabili dell’apparato pubblico e non, ma dall’altro in un ottica di revisione globale dei costi deprimono realmente la domanda aggregata sostenuta dai consumi. Questi ultimi sono realmente in fase decrescente sia per effetto dell’erosione inflazionistica, sia per effetto del basso livello quantitativo monetario.

E’ evidente come in uno scenario economico simile venga meno la catena del reddito data da consumi, investimenti e spesa pubblica. Il giudizio, apparentemente non vincolante delle Agenzie di Rating, diviene invece nella realtà molto più vincolante di quello che ci si aspetterebbe. Sarebbe quindi il caso di porre l’attenzione sulla funzione di queste ultime. Molti opinionisti cominciano realmente a credere che dietro i declassamenti dei debiti pubblici ci sia un aspetto lucrativo. Non a caso i Consigli di Amministrazione delle più importanti Agenzie di Rating sono a volte composti da amministratori di grandi banche e di grandi fondi speculativi. Sarebbe poco onesto intellettualmente non sospettare di particolari interessi privatistici a riguardo.

In Europa la Banca Centrale Europea dovrebbe contrastare l’azione di questi gruppi speculativi attraverso un forte coordinamento e una forte coesione politica-economica da parte dei Paesi dell’Unione mentre invece assistiamo ad un semplice e continuo adeguamento delle politiche economiche degli Stati alle singole dichiarazioni periodiche delle agenzie d’oltreoceano.

Rendersi conto dell’importanza e della delicatezza del tema è assolutamente vitale per le decisioni presenti e future dell’Europa stessa. Le massime cariche istituzionali dovrebbero avere il compito di calmare i mercati finanziari non solo attraverso misure di austerity, bensì rilanciando un concreto panorama di sviluppo per l’intero continente e soprattutto per i Paesi dell’Europa meridionale, decisamente più instabili e di conseguenza più colpiti dall’attacco speculativo.

Adoperandosi così per la riduzione di quella proporzione matematica precedentemente citata, si procederebbe verso una progressiva riduzione del rapporto Debito/PIL che darebbe ugualmente un forte segnale ai mercati finanziari confermando gli sforzi effettuati per il contenimento del Debito Pubblico, ma nello stesso tempo si eviterebbe una ingiustificata manovra di depressione dei consumi che sta affliggendo le fasce sociali più deboli e sta minando la reale sussistenza delle famiglie.

"Redazione "
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