05 febbraio 2016

Al cuore del problema monetario: la riserva bancaria centralizzata e il monopolio di emissione

Al cuore del problema monetario: la riserva bancaria centralizzata e il monopolio di emissione

Il 15 agosto 1971 il presidente americano Richard M. Nixon decise unilateralmente di sospendere l’obbligo della convertibilità del dollaro statunitense con l’oro. Nel dicembre di quello stesso anno, gli Stati Uniti e gli altri Paesi membri del G-10 si accordarono per rendere tale sospensione definitiva attraverso lo Smithsonian Agreement, decretando in questa maniera la fine dell’era dello standard oro-dollaro e, dunque, l’estinzione di qualsiasi traccia di sistema internazionale aureo.
Abbandonando definitivamente ogni contatto con il sistema internazionale aureo il mondo è inevitabilmente passato da una crisi all’altra, dalle inflazioni dei prezzi alla deflazione degli stessi, dall’espansione alla contrazione economica, senza praticamente alcuni veri istanti di sosta e questo perché facendo decadere anche l’ultimo barlume di sistema aureo si è rinunciato contemporaneamente anche all’ultima indicazione di una certa rilevanza che permettesse di orientare metodicamente i sistemi economici verso la coincidenza tra il tasso di interesse naturale sul capitale e il tasso interesse monetario o, se ci vogliamo esprimere in altri termini ma con il medesimo concetto, verso quel tasso di interesse tendente all’equilibrio fra investimento e risparmio.
Da allora in poi, il sistema Stato-banche si è ritrovato nella situazione di poter elasticizzare un’offerta di credito su una base monetaria ormai completamente arbitraria e con scarse, se non inesistenti, possibilità che le informazioni riguardanti gli avanzamenti o le regressioni del risparmio reale e volontario dei diversi agenti economici potessero trasmettersi in modo sufficientemente corretto a tale sistema. Ciò ha stimolato errori imprenditoriali su errori imprenditoriali su cui, in seguito, le autorità pubbliche ed i gruppi privati ad esse più vicine hanno lucrato per porre in essere, o quantomeno per cercare di porre in essere, sempre maggiori controlli sulle libertà economiche dei singoli individui.
Tuttavia, a ben osservare, il presidente Nixon non ha fatto altro che alzare l’asticella del problema un po’ più in là. La distorsione sistemica degli intermediari dello scambio è, infatti, un fenomeno vecchio quanto i tentativi del potere politico di assoggettare a sé le leggi universali dell’economia e che ha le sue radici nella centralizzazione della riserva bancaria e nel monopolio di emissione.
Quando il denaro era solo metallico lo Stato aveva la facoltà di manipolare e deteriorare il denaro che veniva impiegato negli scambi interni, ma era molto più difficile che riuscisse a fare ciò anche a livello internazionale.
Con l’apparizione del denaro bancario, vale a dire di strumenti fiduciari di pagamento in sostituzione della moneta metallica, e l’adozione del sistema internazionale aureo, si è assicurata una certa disciplina monetaria sul piano mondiale finché questo contesto fu caratterizzato dal cosiddetto gold coin standard, ossia fintanto che gli Stati non hanno iniziato a svilire progressivamente il rigore del sistema aureo per arrivare, infine, al suo definitivo abbandono nel 1971.
Tra il 1870 ed il 1914, gli anni del gold coin standard, il valore della moneta bancaria ha certamente fluttuato ma, in linea di massima, ha conservato il suo potere di acquisto (accompagnando, inoltre, una graduale crescita economica), mentre l’oro, nella prassi di tutti i giorni, era quasi sparito dalla circolazione, partecipando in misura poco rilevante all’aumento dell’offerta totale di moneta.
Ciò nonostante, il gold coin standard funzionava in regime di riserva (nazionale) bancaria centralizzata e monopolio di emissione e questo fu indirettamente il motivo che condusse alla sua rinuncia (in quel periodo, una banca privilegiata emetteva in regime di monopolio biglietti convertibili in oro e forniva fondi e prestiti di ultima istanza alle altre banche le quali, a loro volta, emettevano saldi a vista). Ogni nazione, infatti, operando in tale maniera, poneva in essere un meccanismo di espansione e contrazione della piramide del credito eretta sopra una base relativamente minore di oro. Di conseguenza, tutti i cittadini di una determinata nazione erano costretti a subire una contrazione della piramide del credito non appena qualcuno di essi avesse fatto uscire una certa quota di oro dalle riserve monetarie nazionali. Come esito ultimo di questo meccanismo, si instaurava una generale depressione di tutte le attività, generale perché tale depressione non colpiva solamente chi era costretto a trasferire oro a seguito della variazione della domanda dei suoi prodotti, ma anche il resto della popolazione dello Stato.
Il dramma fu che la via intrapresa dalle autorità statali invece di risolvere il problema non fece altro che ampliarlo. Tale via fu quella di estendere l’assistenza delle garanzie pubbliche a tutto il sistema dell’intermediazione bancaria. L’anzidetta estensione ha significato la fine progressiva della convertibilità dei mezzi fiduciari di pagamento in oro (corso forzoso) ed ha coinciso con l’emergere sempre più deciso di banche privilegiate (banche centrali) nel ruolo di prestatori di ultima istanza ed uno sviluppo sempre più improvvido degli strumenti fiduciari di pagamento. Il denaro, sebbene da sempre sia, innanzitutto, frutto della libera interazione sociale, ancor più di prima divenne così una di quelle leve che potevano essere da un lato deliberatamente gestite e controllate dall’autorità centrale, dall’altro sfuggire alla gestione ed al controllo della stessa.
La sospensione della convertibilità del dollaro statunitense con l’oro rappresenta, quindi, solo l’ultimo atto di un processo di centralizzazione nell’emissione degli intermediari dello scambio intesi sempre più come meri mezzi legali di pagamento ed è proprio questo processo ha rappresentare il vero cuore del problema monetario. L’attuale Grande Depressione altro non è che il più alto punto raggiunto da tale centralizzazione nel corso della storia. Coloro che nel tempo hanno ideato e successivamente portato avanti questo sistema di pianificazione centrale hanno conseguito come effetto ultimo una situazione di insolvenza permanente e profonda degli apparati statali ed una disarticolazione altrettanto permanente e profonda del complesso dei comportamenti economici.
Se nessuno per decreto declaratorio dello Stato si può legalmente rifiutare di ricevere in pagamento quel certo denaro, quel certo denaro smette di essere denaro in senso strettamente economico e si tramuta più che altro in un mezzo legale di pagamento. Un semplice mezzo legale di pagamento prodotto, in aggiunta, in condizioni di monopolio sempre per decreto declaratorio finisce poi per generare in chi lo emette la reale convinzione che se si può in ogni caso spalmare su tutti gli altri, vale a dire i contribuenti, le conseguenze negative delle proprie decisioni, allora la propria condotta riprovevole può fondamentalmente non variare nel tempo, poiché quest’ultima tenderà a restare comunque impunita.
Ma anche se chi emettesse un mezzo legale di pagamento in condizioni di monopolio sancito per decreto declaratorio agisse con una totale onestà intellettuale nei confronti dei contribuenti, la dispersione delle conoscenze di tempo e di luogo rende concretamente impossibile effettuare un calcolo economico sufficientemente razionale. Ciò sottintende che quando la centralizzazione della riserva bancaria e il monopolio di emissione vengono spostati dal piano nazionale a quello sovranazionale si finisce per dover far fronte a maggiori complicazioni, giacché la problematica della dispersione delle conoscenze di tempo e di luogo viene di sicuro accresciuta – se qualcuno tra le righe ci legge Euro, può star tranquillo dato che non si è affatto sbagliato.
La soluzione al problema della centralizzazione della riserva bancaria e del monopolio di emissione, pertanto, consiste nel lasciare che si instauri un sistema decentrato che consenta a tutte le banche il diritto ad una propria emissione e di scegliere il proprio campo d’azione e le loro controparti senza dover rispettare i confini nazionali. In questo modo, le banche sarebbero equiparate a qualsiasi altra azienda produttrice e/o fornitrice di beni e servizi agente in un ambiente di cooperazione sociale volontaria e cioè a fare esclusivamente affidamento, nell’esercizio delle proprie funzioni, solo sulle proprie riserve monetarie e, dunque, essere strettamente soggette all’applicazione delle leggi sui fallimenti di libero mercato. In altre parole, il settore bancario dovrebbe essere pienamente liberalizzato mediante una completa libertà di ingresso nel settore, essere costretto ad esercitare la propria attività senza alcuna garanzia pubblica di sussidi o di salvataggio e sottostare alle generali leggi di libero mercato sul fallimento.
Va da sé che tutto ciò significa assenza di una banca centrale nel ruolo di prestatore di ultima istanza e di regolatore dei livelli di impiego e/o della stabilità del livello generale dei prezzi, nonché cambi fluttuanti tra monete che ora sono tutte legalmente istituite ma nessuna delle quali, in linea di principio, avente corso legale.
La suddetta soluzione non implica necessariamente che gli Stati cessino di emettere una propria moneta delegando l’emissione ad una propria banca. Fino a quando sussisterà l’istituzione statale esisteranno anche relazioni di scambio egemoniche legalizzate e per tale motivo è del tutto ordinario che gli Stati possano chiedere di ottemperare a tali relazioni con un intermediario dello scambio di loro emissione. Tuttavia, gli Stati, vincolando il loro agire a questa soluzione, non potranno più nascondere neanche temporaneamente gli effetti delle loro azioni peggiorative sulla qualità del proprio denaro e perciò sarebbero indotti a mantenere il valore del proprio intermediario dello scambio all’interno di una stabilità deliberata da fattori, almeno buona parte dei quali, esterni rispetto alla propria volontà, a meno che non vogliano incrementare il peso dei propri tributi fino a sopprimere, di fatto, qualsiasi attività di libera impresa di una certa grandezza.
Questa “liberalizzazione del mercato del denaro e dell’attività bancaria” lascerebbe, di regola, ai singoli agenti economici la decisione completa su quale sia l’unità monetaria più adatta al raggiungimento dei propri scopi e dato che i singoli individui sono dotati di un’informazione certamente superiore riguardo alle loro circostanze di tempo e di luogo rispetto a qualsiasi autorità centrale non vi è dubbio, inoltre, che un sistema economico basato su una decentralizzazione della riserva e piena libertà di emissione degli intermediari dello scambio genererebbe tendenzialmente una maggiore funzionalità rispetto ad uno edificato sulla riserva bancaria centralizzata e monopolio di emissione.
Da quando è apparso sulla scena il denaro bancario, il sistema di centralizzazione della riserva bancaria e il monopolio di emissione, in base a conoscenze che come abbiamo in precedenza asserito non è in grado in realtà di possedere, non ha essenzialmente fatto altro che cercare di pianificare l’offerta di credito per adeguarla ad una domanda di credito dai limiti imprecisi, provocando con ciò ricorrenti e più o meno intensi cicli economici di espansione e contrazione economica e sottoponendo così il mondo ad un continuo rischio di fallimento sistemico.
Moneta e credito pur essendo cose dai tratti simili non sono, però, la stessa cosa, giacché la moneta, normalmente, è denaro che può essere anche trattenuto, mentre il credito, normalmente, è denaro che viene sempre immediatamente speso. Di conseguenza, la domanda di moneta coincide con quello che decidiamo di trattenere e di non spendere, mentre la domanda di credito coincide con ciò che decidiamo di consumare o investire. Asserito quanto, una stabilità monetaria e una connessa stabilità nella struttura della produzione si possono determinare solo quando si è (prima di tutto) tendenzialmente riusciti a proporzionare l’offerta di moneta alla domanda di moneta.
A questo punto c’è da chiedersi se accanto all’eliminazione della riserva bancaria centralizzata e del monopolio di emissione occorra anche imporre l’abolizione della cosiddetta riserva frazionaria, ossia cancellare la possibilità per i vari istituti di emissione di poter operare con strumenti fiduciari di pagamento in misura maggiore rispetto alle riserve monetarie detenute e, dunque, stabilire che le banche non soltanto vengano private di qualsiasi garanzia pubblica di sostegno ma che siano obbligate anche a svolgere la propria attività di intermediazione finanziaria con un coefficiente di cassa del 100 per cento su biglietti (fisici ed elettronici) e depositi bancari già emessi o da emettere. Ovviamente, tutto ciò ha un forte senso se per riserve monetarie detenute si fa riferimento ad una qualche merce che nell’essere generalmente valutata come l’intermediario dello scambio più accettabile sia allo stesso tempo anche di difficile estrazione o produzione. Diversamente, il limite del coefficiente di cassa del 100 per cento diviene per le banche un qualcosa di facilmente aggirabile.
Sgombriamo subito il campo da un equivoco: in assenza di riserva frazionaria, le banche possono comunque attivare un processo di espansione e successiva contrazione dell’economia. Le banche, infatti, operando con un coefficiente di cassa del 100 per cento, non possono moltiplicare le cambiali a valere sullo stesso deposito, ma creando della discrepanza tra la dimensione temporale del risparmio reale e volontario preso in prestito dalla clientela e la dimensione temporale di questi prestiti da esse, a loro volta, riallocati possono in ogni caso dar luogo a squilibri temporali tra consumo, risparmi ed investimenti. In tal senso, è bastante che le banche si procurino fondi risparmiati per breve termine e li prestino a lungo termine, riducendo conseguentemente i tassi di interesse a lungo termine, ed inducendo così gli imprenditori ad impegnarsi in progetti superiori alle capacità del corrente risparmio reale e volontario. Malgrado ciò, se si postula la mancanza di qualunque garanzia pubblica di sostegno (Stato e/o banca centrale) è difficile pensare che gli istituti finanziari si addentrino sistematicamente in un meccanismo del genere, poiché qualora dovessero subire perdite o avere problemi a veder rinnovati nel tempo i fondi ricevuti in prestito dalla clientela, non sussisterebbe alcun aiuto esterno in grado di ripianare gli errori di valutazione commessi.
A seguito di quanto appena esposto, si può affermare, pertanto, che stabilire un coefficiente di cassa del 100 per cento in un sistema di banca libera e di riserve monetarie composte da una qualche merce di difficile estrazione o produzione ha, in linea di massima, una serie di pregi: consente a tutti i depositanti di poter ritirare in qualsiasi momento, e senza alcun ritardo, la propria parte di riserva monetaria presente nei depositi bancari; sterilizza la possibilità di fallimenti bancari sistematici; genera costantemente una leggera tendenza alla diminuzione dei prezzi dei beni e servizi di consumo; evitando che ci possa essere un allargamento del credito senza che prima via stata una corrispondente accumulazione di capitale, impedisce che i tassi di interesse sul credito possano essere artificialmente ridotti ed, in conclusione, impedisce che si possano implementare strutture della produzione insostenibili o per meglio dire che si possa dare il via a processi di espansione e successiva contrazione economica.
Tuttavia, imporre un tale coefficiente di cassa del 100 per cento presenta anche delle contrarietà, in quanto se è vero che un tale coefficiente non consente all’offerta di circolazione monetaria di superare la sua domanda ed innescare in tal modo un ciclo di espansione e contrazione, e anche vero, però, che non impedisce lo squilibrio contrario, vale a dire un’offerta di circolazione monetaria inferiore alla sua domanda.
Gli squilibri tra domanda e offerta di circolazione monetaria se non sono corretti da un meccanismo di compensazione interbancaria, vengono aggiustati mediante un più doloroso processo di variazione dei prezzi: quando l’offerta di circolazione monetaria è superiore alla sua domanda, le variazioni dei prezzi avvengono al rialzo; quando, viceversa, l’offerta di circolazione monetaria è inferiore alla sua domanda le variazioni dei prezzi avvengono al ribasso.
Attraverso il coefficiente di cassa del 100 (come in questa sede è stato tratteggiato) per cento si sostanzialmente è in grado di evitare che l’offerta di circolazione monetaria sia superiore alla sua domanda e, quindi, impedire che prendano luogo variazioni non uniformi dei prezzi al rialzo e con queste strutture della produzione insostenibili, ma non si è sostanzialmente in grado di scongiurare che l’offerta di circolazione monetaria sia inferiore alla sua domanda e, dunque, impedire variazione dei prezzi verso il basso e siccome alcuni prezzi, come, ad esempio, i salari monetari, tendono ad essere, nella pratica, rigidi verso il basso ecco che l’affiorare di una certa disoccupazione di massa per un tempo indeterminato diviene una situazione molto probabile. A questo riguardo, la riserva frazionaria può certamente svolgere l’importante funzione di adattare efficacemente la circolazione monetaria alle variazioni della sua domanda purché questo adeguamento sia portato avanti da un sistema bancario fondato sulla decentralizzazione della riserva e sulla piena libertà di emissione. In tale contesto, emettere denaro bancario in quantità superiore alle riserve monetarie non implica necessariamente un aumento costante della circolazione monetaria e conseguentemente una produzione di effetti inflazionistici sulla struttura della produzione, bensì da la possibilità di sostenere un accrescimento graduale dell’offerta di di moneta bancaria adeguandola opportunamente alla sua domanda.
Tornando al periodo del gold coin standard, se questo sistema aureo fosse stato caratterizzato da decentralizzazione della riserva bancaria e piena libertà di emissione, invece che dalla condizione opposta, la contrazione della piramide del credito a seguito della fuoriuscita di una certa quantità di oro dalle riserve monetarie (contrariamente a quanto in genere si pensa, il gold coin standard non era caratterizzato da coefficiente di cassa del 100 per cento), non avrebbe colpito tutti, ma soltanto quei soggetti che coinvolti nella variazione della domanda dei loro prodotti si trovavano costretti a trasferire quell’oro. Ogni banca, infatti, avrebbe potuto e dovuto fronteggiare con le proprie ed esclusive riserve le obbligazioni che contraeva e che circolavano nell’economia come denaro bancario.
Vero è che la riserva frazionaria si fonda sull’esperienza che i depositi (in oro, in argento o in “altro”) non sono ritirati simultaneamente da tutti i depositanti, ma in istanti diversi e per importi sempre parziali e che tali rimborsi vengono spesso rimpiazzati da nuovi versamenti. Questo è un elemento di debolezza del sistema a riserva frazionaria, poiché rende il settore bancario intrinsecamente esposto all’insolvenza. Ciò nonostante, se questo sistema è coadiuvato da decentralizzazione della riserva bancaria e piena libertà di emissione non vi sono molti motivi di pensare che si vengano a scatenare eventi di panico bancario sistemici, nonché errori economici di portata generale.
Se il denaro bancario ha prevalso sulla moneta metallica è principalmente per via della sua maggiore comodità di utilizzo e delle sue maggiori possibilità di diversificazione commerciale. Ma senza più alcun sostegno di garanzia statale, le banche dovranno per forza di cose stare attente a non abusare delle doti del denaro bancario e parallelamente sottomettersi nella loro attività a quel procedimento di competizione e scoperta che è il libero mercato, con tutti i limiti ed i rischi che tale procedimento delinea.
Bene, pertanto, che anche in un sistema di decentralizzazione della riserva bancaria e piena libertà di emissione vi sia sempre alla base del denaro che non sia di natura bancaria, ma che nell’essere merce di difficile produzione o estrazione possa convertire il denaro bancario in qualcosa che viene generalmente valutato come maggiormente accettabile, semmai sia ritenuto opportuno dagli agenti economici, ma non è anche necessario imporre un coefficiente di cassa del 100 per cento su biglietti (fisici ed elettronici) e depositi bancari già emessi o da emettere.
In ultimo, la differenza la farà sempre il grado di cultura economica presente all’interno della società: l’inflazione, infatti, prima di essere un fenomeno monetario è un fenomeno culturale. Come conseguenza di ciò, affermare che un sistema a banca libera operante con riserva frazionaria scateni tendenze concretamente inevitabili affinché sorga, si sviluppi e si consolidi la centralizzazione della riserva bancaria ed il monopolio di emissione non corrisponde a legge universale dell’economia, dal momento che se la società è nel suo insieme contraddistinta da un buon livello di conoscenze economiche non vi è un’adeguata ragione per ritenere che questa tendenza si scateni.
Nessun individuo adulto sufficientemente intelligente può supporre che la mente umana sia capace di dare vita ad un sistema perfettamente solido e performante. Tuttavia, se l’economia è, innanzitutto, una questione di mezzi e di conoscenze e non di fini, muovendosi verso la decentralizzazione della riserva bancaria e la piena libertà di emissione l’umanità potrà affrontare con maggior funzionalità complessiva quell’eterna sfida che la vede contrapposta alla scarsità delle risorse.

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