18 gennaio 2016

Utero in affitto, il corpo che diventa merce

Utero in affitto, il corpo che diventa merce

Il capitale, che un tempo si arrestava ai cancelli delle fabbriche, oggi si è impadronito della nuda vita: utero compreso. L’economia si è impadronita della vita, facendosi bioeconomia: ha rimosso il confine tra ciò che è merce e ciò che non lo è né può esserlo.
 – di Diego Fusaro –
Meno di vent’anni fa sarebbe parso impossibile. Oggi appare invece impossibile che vi sia chi si opponga a tale pratica: subito è bersagliato dal coro virtuoso dei benpensanti come retrogrado, oltranzista, antimoderno e, naturalmente, “omofobo”, l’etichetta più in voga nel tempo della neolingua e della polizia dei costumi.
Alludo alla nuova pratica dell’“utero in affitto”, che l’ipocrisia del pensiero unico e l’astuzia della neolingua hanno scelto di chiamare, con discrezione, “maternità surrogata”. A un primo sguardo, sembrerebbe una pratica emancipativa, da salutarsi con gioia: “La maternità surrogata – si legge su ad esempio sul sito maternitasurrogata.info – permette di diventare genitore anche a chi non riesce a portare a termine una gravidanza, grazie ad una donna che accetta di affrontare gestazione e parto per altri”.
Sembra, a tutti gli effetti, una pratica emancipativa: che permette di diventare mamma anche a chi, per vari motivi, non potrebbe diventarlo. Se non fosse che, nel tempo dell’ipocrisia universale, si omette – guarda caso – di specificare l’aspetto fondamentale e cioè che a regolare questo passaggio, per cui una donna cede il proprio utero a un’altra, è la fredda logica del do ut des liberoscambista. Utero in affitto, appunto. Mercificazione del corpo.
Il capitale, che un tempo si arrestava ai cancelli delle fabbriche, oggi si è impadronito della nuda vita: utero compreso. L’economia si è impadronita della vita, facendosi bioeconomia: ha rimosso il confine tra ciò che è merce e ciò che non lo è né può esserlo.
Il vecchio slogan femminista “l’utero è mio, me lo gestisco io”, frutto di una stagione di lotte e di benemerite rivendicazioni dell’emancipazione femminile, è oggi stato riadattato dal capitale in funzione della sua sola norma, la valorizzazione del valore: l’utero è tuo e “puoi” affittarlo a chi vuoi.
Nessun vincolo, nessun limite, nessuna religione: puoi farne ciò che vuoi. Sei libera da Dio e dalle vecchie morali borghesi. Ma il “puoi” in questione è sempre quello della società di mercato: “puoi”, in realtà “dovrai”. “Puoi”, perché nessuno te lo impone, né te lo vieta. “Dovrai”, perché sarà la tua condizione socio-economica a importi di farlo per poter sopravvivere, per poter arrivare a fine mese. Le donne indigenti diventeranno – non è difficile prevederlo – i luoghi futuri della maternità, di quella pratica che richiede troppa responsabilità e fatica per la società di mercato, per i suoi ritmi e le sue carriere di manager rampanti. Vivranno mettendo in affitto il loro corpo. La logica del capitale è, in fondo, questa: abbattere ogni limite etico, morale e religioso, per poi imporre ovunque, senza barriere residue che possano frenarla, la legge dell’onnimercificazione e del valore di scambio. Tutto diventa merce, aveva avvertito Marx nel 1847, in Miseria della filosofia. Perfino l’utero, dobbiamo riscontrare noi.
E così la pratica dell’utero in affitto rivela l’usuale sporcizia di cui gronda il capitale: mercificazione dei corpi, offesa della dignità umana, riduzione della generazione della vita a mercimonio. E tutto questo verrà definito progressivo ed emancipativo: oltre al danno, la beffa, con la piena connivenza da parte delle usuali forze passate armi e bagagli dalla lotto contro il capitale alla lotta per il capitale.
Pasolini è passato invano in questo Paese, che pure continua ipocriticamente a celebrarlo come una “star”. Pasolini aveva pienamente compreso i dilemmi della modernizzazione capitalistica, il falso mito del progresso come cavallo di Troia con cui il capitale si sarebbe preso tutto, compreso la nuda vita e gli uteri, oltre che, naturalmente, le nostre teste.
Ed ecco, allora, la “maternità surrogata”: un’altra categoria della neolingua orwelliana per non dire “utero in affitto”, ossia mercificazione dell’umano e profitto ai danni della nuda vita. E’ progresso? Sì, per l’economia di mercato. A uscirne offesa, umiliata, svilita e mortificata è, una volta di più, l’essenza dell’essere umano, che non ha prezzo ma solo dignità.
E dopo l’utero in affitto, presto avremo il cervello in prestito, il rene in comodato d’uso, il polmone in comproprietà: per non tacere, poi, dei neuroni, che sono in saldo già da un pezzo.
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