21 gennaio 2016

Quello stracchino del nonno Nanni

Quello stracchino del nonno Nanni

- di Andrea Torquato Giovanoli
Una delle scene cui ultimamente mi è capitato di assistere con rincrescimento è stata quella che ci ha visto dai nonni con tutti i pargoli, credo per le festività appena passate.
Il mezzanello era sul ballatoio col fratello maggiore, in attesa di scendere giù ai giardinetti, e come prevedibile si è fiondato a paccianare le piante della nonna, che sa benissimo che non deve toccare, poiché lei ci tiene molto.
La nonna lo ha colto sul fatto, ma si è limitata a fermarne l’azione distruttrice, mentre il grande, che ha assistito alla scena, lo ha fraternamente sbugiardato, spiandone ad alta voce la malefatta, così che mia moglie si è catapultata fuori per rimproverare il figlio monello.
Io mi trovavo in un’altra stanza con la piccolina, ma sentita tutta la scena stavo già caricando la spingarda, traccheggiando un po’, per lasciare campo libero alla consorte, più tempestiva, la quale ha iniziato a sgridare il nostro bambino, ricordandogli quanto la nonna ci tenga alle sue piante, motivo per cui sa che gli sono interdette e persino minacciando (molto più blandamente di quanto avrei fatto io, per la verità) un vago castigo in un indefinito futuro.
A quel punto, come da copione, è intervenuta la nonna: si è frapposta tra madre e figlio, quasi nascondendo dietro di sé il nipote, e difendendolo prescindevolmente e a spada tratta.
Il nonno, alzandosi di scatto dal divano del salotto dov’era rimasto fino ad allora seduto, è accorso trafelato sul luogo del delitto per spalleggiare la moglie e, manco lo stesse scannando con una mannaia, si è messo a rimbrottare la madre dell’imputato di lasciarlo stare, poverino, che lui è solo un bambino e non ha colpa, facendo intanto scudo col suo corpo al piccolo reo (il quale, peraltro, già si era messo a giocare col fratello maggiore, indifferente alle circostanze da psicodramma che lui stesso aveva causato).
Una scena alla Mario Merola, insomma, alla quale io assistevo in disparte, col sangue che mi ribolliva nelle vene, ma trattenendomi faticosamente dall’intervenire per evitare un’ulteriore, definitiva, apocalittica degenerazione.
Perché i nonni sono così (e se non ricordo male devo averlo già scritto in uno dei miei libri): sono una risorsa preziosa, ma non sono gratis.
Ed i nonni dei nostri figli (questi nonni in particolare), sono tanto esasperatamente disponibili che talvolta incombono come una tassa (che Dio ce li mantenga). E seppur nutriamo una gran riconoscenza per tutto l’aiuto che sono disposti a darci, dall’altra abbiamo una certa reticenza ad appoggiarci a loro, se non in caso di estrema, urgente, reale necessità: giacché nei confronti dei loro nipoti hanno la resistenza dello stracchino.
Questo perché troppo spesso delegano al loro ruolo, che non è solo quello di coccolare e viziare i loro nipotini (come è giusto che un nonno faccia), ma che è anche di aiutare i genitori nella loro educazione, anche solo astenendosi dal contraddirli, laddove proprio non riescono ad appoggiarli.
Che essere di manica larga ci può stare, ma qui siamo proprio in canottiera.
Il fatto è che davvero non riescono a rimproverarli, anzi, li difendono pregiudizialmente e ad oltranza quando siamo noi genitori a farlo (e noialtri, se si esclude l’uso della cinghia di cuoio ed il manganello chiodato, non è che siamo poi così severi coi nostri figli, eh…).
E i nipoti questa loro debolezza l’hanno colta da un pezzo e se ne approfittano spudoratamente, tanto che quando vanno dai nonni esultano, poiché sanno che da loro possono fare quello che vogliono, che se anche cacassero loro in testa, quelli non aprirebbero bocca, se non, forse, per ringraziarli.
Perché sanno che dai loro nonni non c’è giustizia: solo misericordia. Non ci sono limiti, ma solo accoglienza, senza ritegno alcuno.
Epperò la misericordia disgiunta dalla giustizia non è amore, perché non fa il bene dell’amato.
Poiché giustificare significa rendere nuovamente giusto, attraverso la correzione dell’errore, ed eventualmente anche attraverso una purificazione: quel “castigo” (oggi tanto aborrito da certa mentalità politicamente corretta) che ha il vero scopo di rendere nuovamente “casto”.
La carità dissociata dalla Verità è ingannevole e perniciosa, perché benda la ferita senza medicarla, coprendo l’avanzare di quella cancrena che poi finisce per far perire tutto l’organismo.
Un’accoglienza senza discernimento è molle arrendevolezza: accogliere l’altro comporta anche disciplinarlo in ordine alla natura del reale, a quella Verità per la quale è stato destinato.
La carità perdona correggendo e corregge perdonando, senza lasciarsi blandire dalla falsa idea di non poter giudicare l’altro, poiché amare qualcuno significa non solo farsene carico, ma anche, se non soprattutto, assumersene la responsabilità, il che implica anche un giudizio su di lui, che sappia condurlo al suo vero bene, anche attraverso la sua correzione.
L’amore vero sa superare la giustizia, ma non prescinde da essa, resta a questa unito ed anzi, riconduce ad essa l’oggetto del suo bene: con dolcezza, ma con fermezza.
Tant’è che è sì opera di misericordia sopportare le persone moleste, ma lo è anche correggere chi è nell’errore, insegnare a colui che ignora, dar consiglio a chi è preda del dubbio.
E ciò vale per tutti: anche per i nonni.
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