10 gennaio 2016

PETRODOLLARI E MAZZETTE


Tutti lo fanno, nessuno lo dice. Pagare tangenti per ottenere contratti di sfruttamento delle materie prime con condizioni più vantaggiose per le imprese e meno favorevoli per i paesi che accettano di svendere le loro ricchezze, è un reato. Trattasi di furfanti: vestiti bene, con lauree e master in università prestigiose. In tutto il mondo, le società energetiche sono produttrici di mazzette prima ancora che di petrolio. Non si può generalizzare, dirà qualche ben pensante. Ma così è.

In Tanzania, le compagnie petrolifere ExxonMobil (Usa), Statoil (Norvegia), Bg Group e Ophir (Gran Bretagna) hanno raggiunto degli accordi con il governo per lo sfruttamento di enormi giacimenti offshore di gas naturale appena scoperti. Accordi i cui termini sono rimasti segreti. L’opposizione e la società civile chiedono di conoscere le condizioni dei contratti, ma il governo fa resistenza.

Intanto sono stati arrestati James Andelile e il suo braccio destro Michael Mwanda, top manager dell’agenzia statale Tanzania Petroleum Development Corporation, che hanno condotto le trattative con le major petrolifere: si sono rifiutati di rivelare alla Commissione parlamentare sui conti pubblici i dettagli dei 26 contratti con i quali si dà il via libera allo sfruttamento dei nuovi giacimenti. Lo stallo danneggia le compagnie petrolifere e il timing dei loro piani di investimento che prevede l’export di gas dalla Tanzania dal 2018. C’è il rischio, poi, di una rinegoziazione dei contratti con termini più favorevoli per la popolazione.

I nuovi giacimenti offshore di gas proietteranno la Tanzania da qui al 2030 nel gruppo di paesi emergenti con un buon reddito medio pro-capite, liberandoli dalla dipendenza degli aiuti internazionali. Secondo l’agenzia Onu Unctad, la Tanzania è il paese dell’East Africa che ha ricevuto il maggior flusso di investimenti stranieri nel 2013: 1,872 miliardi di dollari, seguita da Uganda (1,146) e Etiopia (953 milioni).

In Nigeria protagonisti di una vicenda simile sono l’italiana Eni e l’olandese Shell. Per la presunta tangente di oltre un miliardo di dollari ripartita tra nigeriani (800 milioni) e italiani (200). È l’ipotesi investigativa che ha spinto la procura di Milano a iscrivere nel registro degli indagati, con l’accusa di corruzione internazionale, l’amministratore delegato dell’Eni, Claudio Descalzi, assieme all'ex numero uno della compagnia petrolifera, Paolo Scaroni, al direttore delle operazioni e tecnologie Roberto Casula e al faccendiere Luigi Bisignani.

Si tratta di una vicenda del 2011 per l’acquisizione dei diritti di sfruttamento di un giacimento petrolifero off shore. All’epoca Scaroni era amministratore delegato dell’Eni, Descalzi guidava la divisione Oil & gas ed è indagato proprio a causa del ruolo ricoperto in quegli anni. Nel registro degli indagati era finito anche Gianluca Di Nardo, procacciatore d’affari amico di Bisignani.

Secondo la procura di Milano (titolari dell’inchiesta i sostituti procuratori Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro), il pagamento di 1,09 miliardi di dollari al governo nigeriano per ottenere la concessione decennale del campo di esplorazione petrolifera Opl 245 nasconderebbe una gigantesca tangente. Quei soldi, infatti, sarebbero stati girati dal governo alla società nigeriana Malabu Oil & Gas controllata dall’ex ministro nigeriano del Petrolio, Dan Etete e poi ripartiti tra i protagonisti nigeriani e italiani dell’operazione. Eni «ribadisce la sua estraneità a qualsiasi condotta illecita e sottolinea di aver stipulato gli accordi per l’acquisizione del blocco unicamente con il governo nigeriano e la Shell».

L’inchiesta nasce dall’acquisizione delle intercettazioni sulla cosiddetta P4 da parte dei pm di Napoli Henry John Woodcock e Francesco Curcio, in cui era coinvolto anche Bisignani. Nelle intercettazioni Bisignani, al telefono con Scaroni e con Descalzi, definiva uno degli intermediari africani il «ragazzo della giungla» e faceva riferimento a fantomatiche «valige». Le solite valige degli uomini con la camicia bianca arrivati da Nord.

L’Africa è al centro delle strategie di investimento dei big del petrolio perché dal 2010 si sono scoperti enormi giacimenti in Uganda, Ghana, Tanzania e Mozambico. E i governi si aspettano un fiume di petrodollari. Nel 2013, sei delle dieci maggiori scoperte petrolifere mondiali sono avvenute in Africa. Sono più di 500 società energetiche si spartiscono la torta del petrolio e del gas africano, secondo PwC. Nonostante i costi elevati per l’estrazione nelle acque profonde, il calo dei prezzi petroliferi, i problemi politici (vedi Libia o Mali), le difficoltà crescenti ad ottenere dei contratti di sfruttamento con termini stracciati attraverso i soliti espedienti senza pagare il dovuto.

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