01 gennaio 2016

L’”omofobia” dentro

L’”omofobia” dentro

- di Massimo Basili -
Mi era già capitato di incrociarlo durante il suo abituale giro di jogging per le vie di Milano. Quel pomeriggio della scorsa estate nel quale l’ho fermato per chiedergli quest’intervista, però, non era una data qualunque: l’indomani, 20 giugno, Giorgio Ponte sarebbe partito per Roma dove avrebbe preso parte alla manifestazione “Salviamo i nostri figli” in compagnia di Adinolfi, Miriano, Gandolfini, Pillon e altri noti avversari dei diritti civili.
In quei mesi l’insegnante di religione trentunenne, gay dichiarato, era da poco uscito allo scoperto pubblicamente con articoli e interventi sui media cattolici per ribadire l’esistenza di quegli omosessuali convintamente contrari all’approvazione delle leggi sulle unioni civili e contro l’omotransfobia.
Ringraziandoci per l’opportunità offertagli (conosce Pride ma non l’ha mai letta) Ponte ribadisce che è in assoluto la prima volta che le sue opinioni compaiono su una testata gay, nonostante sia ormai diventato un personaggio conosciuto anche al di fuori dell’ambito cattolico.
Qual è il primo ricordo a proposito delle tue pulsioni omosessuali? Come hanno reagito i componenti della tua famiglia? 
Quando sono nato mio fratello era già troppo grande per legare con me; mio padre lavorava molto e perciò sono state le mie sorelle a crescermi insieme a mia madre. I miei modelli di riferimento erano tutti femminili. Così nell’adolescenza iniziai a sentirmi attratto dagli uomini perché non conoscevo la mascolinità, cosa significasse essere uomo. Quando provai a parlarne a casa, i miei mi rassicurarono e provarono ad aiutarmi per come potevano, ma non avevano gli strumenti per farlo.
Sei mai stato in coppia con un ragazzo? Ti sei innamorato di uomini e donne con la stessa intensità?
L’ultima volta è stato cinque anni fa. Ho sempre cercato una strada che potesse conciliarsi con la mia fede. Ora mi rendo conto che nessun uomo che ho avuto poteva darmi ciò che profondamente desideravo, nonostante le buone intenzioni. Delle ragazze, poi, mi sono innamorato solo un paio di volte quando ero già dichiarato da tempo. A trent’anni ho baciato per la prima volta una donna e ho scoperto che il mio corpo era perfettamente connesso al mio cuore, reagendo completamente come non mi era mai capitato prima. Lei non volle proseguire la storia, per timore, ma quel momento mi ha mostrato la verità su me stesso, quella che nessuno vuole dire: l’omosessualità non è una condizione immutabile.
Che ruolo ha la fede cattolica nella tua vita? E quanto ha influito sulla consapevolezza di essere omosessuale? 
La fede è il dono più grande che mi hanno fatto i miei genitori. Detto ciò l’omosessualità è stato certamente il terreno di discussione sul quale ho lottato più a lungo con Dio: se tu mi ami, perché hai permesso questo? Che senso ha tutto questo dolore? A quindici anni l’incontro con una suora speciale mi fece iniziare un vero cammino di fede e mi donò finalmente degli amici autentici. Lei è stata la prima ad accogliere il mio dolore, a sapere la verità. Fu l’inizio della mia liberazione. Grazie a lei ho scoperto che Dio aveva posto nelle mie mani già tutto quello di cui avevo bisogno per essere felice, dovevo solo smettere di piangermi addosso.
Nella scuola in cui insegni i tuoi colleghi sanno che sei omosessuale? E i tuoi studenti? Ti è mai capitato di parlare dell’argomento in classe?
Al momento sono ancora precario; però sì, i miei ex alunni dell’anno scorso, i colleghi e i genitori sanno e alcuni mi sostengono apertamente. Di omosessualità parlo in classe solo se me lo chiedono i ragazzi, in maniera proporzionata alla loro età. Prima mi interessa smontare un po’ di pregiudizi riguardo alla Chiesa. Dopodiché cerco di dare a loro gli strumenti per farsi una posizione critica su cosa sia l’omosessualità, esponendo loro sia ciò che dice la psicologia ufficiale dopo gli anni ’70, sia la posizione della frangia di Freud e Nicolosi.
Hai mai frequentato qualche associazione gay, locali, saune, discoteche? Hai usato anche qualche app o chat gay? Che opinione hai di queste modalità d’incontro?
Negli anni del nascondimento anche io sono finito a cercare spesso rimorchio nelle chat. Questa è la prima funzione di tutte queste realtà: app, locali, saune, vivono principalmente del bisogno compulsivo di sesso di cui molti omosessuali soffrono. Una piaga che questi luoghi non fanno che alimentare. Oggi se mi capita di finire di nuovo in chat, vuol dire che c’è qualcosa che non va nella mia vita. Di solito si tratta di eventi episodici. Quanto ai locali, ho frequentato solo un pub nei primi due anni in cui stavo a Milano.
Quali aspetti positivi ravvisi nel movimento gay italiano nel suo fronte più politico, e quali aspetti negativi ci trovi?
L’unico merito che riconosco ai movimenti gay è di avere sdoganato il tema e di avere fatto abolire alcune leggi barbariche che rendevano “illegale” anche in occidente l’omosessualità. Detto questo, ritengo che i movimenti gay, come i locali, siano auto ghettizzanti e forniscano un’identità semplicistica (“Sei gay, non ci pensare più”) che impedisce a chi ne fa parte di riconoscersi prima di tutto come uomo, maschio uguale agli altri uomini, alimentando un vittimismo e un senso di inferiorità spesso tipici di chi vive la nostra situazione.
Sei mai stato a un gay pride?
Il concetto stesso di orgoglio gay per me è incomprensibile. Nella vita ciascuno di noi dovrebbe essere orgoglioso solo del bene che fa, quando ha la grazia di farlo. Il resto è solo bisogno di autoaffermazione.
Quale contributo danno alla vita politica e sociale di questo paese, secondo te, le Sentinelle in piedi e le altre associazioni che si oppongono ai diritti delle coppie omosessuali? 
Le Sentinelle e le altre associazioni, in un modo del tutto pacifico, hanno il grande compito di riportare il confronto sul piano della realtà: gli omosessuali sono prima di tutto uomini e donne e questo è ciò che li rende uguali a tutti gli altri uomini e donne. In quanto uomo io ho esattamente gli stessi diritti di ogni altro uomo in questo Stato: posso sposare una donna, non posso sposare un uomo. Se il principio del diritto invece diventa il desiderio, qualcosa di non quantificabile né misurabile e per sua natura mutevole, la deriva possibile è immensa e pericolosissima, poiché il desiderio è autarchico e senza limiti.
Raccontaci la tua esperienza alla manifestazione “Difendiamo i nostri figli”. Hai scritto che non te la sei sentita di parlare dal palco accanto ad Adinolfi, Gandolfini & co.: per quale motivo? Che ruolo pensi abbia avuto quella manifestazione sul dibattito in corso sulle unioni civili?
L’enorme merito del 20 giugno è stato di aver dato voce a una grande fetta di cittadinanza che non è assolutamente a favore di questa visione antropologica per cui maschio è femmina, e quindi padre e madre sono intercambiabili. Due uomini o due donne non sono uguali a un uomo e una donna. E cose diverse devono avere trattamenti diversi. Poiché diverso non vuol dire peggiore. Quanto alla mia possibilità di parlare, era stata solo ipotizzata: l’idea mi spaventava per i tempi ristretti, poiché non ho il dono della sintesi.
Anche se sono lontane dall’essere approvate, perché ti opponi alla legge Scalfarotto contro l’omofobia e al DDL Cirinnà sulle unioni civili? 
In Italia la violenza contro qualsiasi persona viene già punita per legge ed esiste già l’aggravante per futili motivi. Non serve perciò una legge ad hoc. Inoltre la non definizione chiara di cosa sia un atto omofobo rischierebbe a discrezione del giudice di penalizzare anche le semplici dichiarazioni come quella che io sto facendo ora, e questo mina completamente la libertà di stampa e di parola. Così come il DDL Cirinnà: le uniche tre cose cui attualmente non hanno diritto o che non possono tutelare le coppie conviventi, a prescindere dal sesso, sono la pensione di reversibilità, la quota legittima di eredità (20%) e la possibilità di adottare. Ma come ho detto, realtà diverse necessitano di trattamenti diversi. Se sulle prime due si potrebbero fare delle leggi che semplicemente allarghino i possibili destinatari, la terza è per natura peculiarità dell’unione di maschile-femminile, l’unica in grado di generare i figli.
Per quali motivi la stepchild adoption, che permette l’adozione da parte del/la partner del figlio naturale di un uomo gay o di una donna lesbica, sarebbe l’anticamera del cosiddetto “utero in affitto”? Non credi che opporsi a quel dispositivo sarebbe quantomeno crudele verso quei bambini che si vedono privati di un genitore che li alleva e li ama?
Se io avessi un figlio da un precedente matrimonio con una donna non sarebbe necessario che il mio compagno adotti quel bambino perché, dovessi morire, mio figlio avrebbe comunque già sua madre. Il problema quindi sussiste solo se mio figlio non ha la madre, cosa che, tolte le disgrazie accidentali, riguarda chiaramente tutti i figli nati con l’utero in affitto o l’inseminazione artificiale (se l’assenza è del padre). Inoltre il giudice già oggi, nel caso di morte di entrambi i genitori, sceglie come affidatario la persona che ha avuto la maggiore continuità affettiva col bambino, il che può voler dire anche il compagno del padre. Quindi, ancora una volta, la legge non è necessaria.
Non hai mai pensato che, in quanto omosessuale contrario ai diritti dei gay, tu venga in qualche modo strumentalizzato dal movimento contrario a quei diritti?
Chi mi chiama a testimoniare sa che io non dico mai nulla che non pensi davvero, né mi limito nel dire qualcosa solo perché a qualcuno può risultare scomodo. Se poi vogliono strumentalizzarmi, è un rischio che vale la pena di correre. Io desidero solo che le persone siano libere di cercare la propria strada, e per esserlo devono sapere che esistono storie diverse da quelle comunemente raccontate. Perciò chi mi dà spazio per parlare, come voi, è il benvenuto.
Cosa pensi del papato di Francesco, anche rispetto al suo approccio all’omosessualità?
Francesco non sta dicendo nulla di diverso nella sostanza da quello che dicevano i suoi predecessori. Rispetto all’omosessualità applica ciò che il Magistero dice da sempre: l’atto sessuale omosessuale è peccato, non l’omosessualità in sé, poiché ogni persona in quanto figlio di Dio è sempre molto di più del suo peccato, quale che sia.
Raccontaci invece del tuo rapporto con Luca Di Tolve e di cosa pensi delle teorie riparative e delle cure degli omosessuali di Joseph Nicolosi. Credi che il lavoro di Di Tolve permetta davvero di cambiare il proprio orientamento sessuale?
Il seminario di Luca non si prefigge l’obiettivo di fare cambiare l’orientamento. È un’occasione per dare voce al proprio dolore e perdonarlo. È un punto di partenza, poi il cammino ognuno lo prosegue come e se vuole. Quanto a Nicolosi, il benessere dato dalla riparativa sta nel restituire al paziente un rapporto sano con la sua mascolinità e con gli altri uomini, costruendo relazioni di amicizia libere, autentiche e non erotizzate, e spingendolo ad affrontare la proprie paure e insicurezze rispetto alla vita. Il cambiamento è solo una possibile conseguenza di questo percorso, non ciò che ne attesta l’efficacia, né esso è necessario per raggiungere il benessere.
Fonte: Pride
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