04 gennaio 2016

Le relazioni pericolose fra criminalità organizzata e finanza


Le relazioni pericolose fra criminalità organizzata e finanza

Ormai dalle prime manifestazioni della crisi nel 2007, quante volte si è parlato della necessità di una regolamentazione dei mercati finanziari e di maggiore trasparenza? Già nel G8 del 2009, quello svoltosi sulle macerie dell’Aquila, i leader del mondo industrializzato dettarono alle agenzie di stampa, con la dovuta solennità, la storica svolta: la fine del far west finanziario, in nome della messa in sicurezza dell’economia mondiale scossa dalla crisi, della salvezza di un sistema a rischio di collasso. Le dichiarazioni roboanti si sono sfilacciate fra i titoli dei TG, fino a non lasciare null’altro che un eco. Pagine e pagine di inchieste sui paradisi fiscali, date da sbranare in pasto alla rabbia popolare mentre dai pulpiti della finanza mondiale si spargeva rassicurante il verbo della trasparenza, del rigore, dell’equità prossima ventura.


Ad aprile di quest’anno lo scandalo “Offshoreleaks” ha improvvisamente messo in fibrillazione gli ambienti dell’alta finanza e della politica internazionale; l’International Consortium of Investigative Journalists ha reso pubblico un database di 130.000 società finanziarie offshore, con tanto di nomi e cognomi eccellenti, che in vari Paesi rischiano adesso di finire sotto la lente della giustizia. Secondo l’ICIJ, che riunisce giornalisti di 60 paesi, si tratta della più imponente inchiesta giornalistica mai realizzata, che mette in evidenza la dimensione finanziaria abnorme dei paradisi fiscali, il loro ruolo criminogeno, tramite ideale per frodi di ogni genere. Al G20 appena svoltosi in Russia le solite voci, prevedibili e unanimi, si sono levate contro l’ignominia dei paradisi fiscali, e l’Europa stessa sembra che voglia dare una stretta ai paradisi fiscali sul continente.


Ma la svolta, la trasparenza delle transazioni, la regolazione dei titoli derivati e dei conti cifrati, non si è ancora mai verificata. Ci sono stati segnali: il fisco americano ha contrattato con la banca svizzera UBS l’accesso ad una lista di conti correnti cifrati di proprietà di cittadini americani, e perfino il fisco italiano, di solito accomodante con i colletti bianchi, ha fatto pressioni sul sistema bancario svizzero, alla ricerca di risorse illecitamente occultate.

Ma le frodi al fisco e i conti cifrati con le provviste in nero per le mazzette, sono solo parte di un fenomeno enormemente più ampio che sfrutta gli stessi canali, la permeabilità dei sistemi finanziari. É cresciuta una vasta area grigia nell’economia globale i cui attori sono tali e tanti da formare un coagulo di interessi vastissimi: organizzazioni criminali di ogni genere, fra le quali spiccano per potere economico le mafie italiane e colombiane, la Yakuza giapponese e le Triadi cinesi, fondi di investimento speculativi e società finanziarie, grandi banche internazionali.

Esiste una stretta interconnessione fra questi attori, una convergenza di interessi che li conduce ad operare in modo sinergico: le organizzazioni criminali di stampo mafioso sono strettamente dipendenti, circa l’accumulazione di capitali, lo sviluppo strutturale, l’espansione internazionale, dall’ambiente in cui esse sono inserite. Dipendono dalla strutturazione e dalla regolazione (o meno) dei settori leciti dell’economia la nascita, lo sviluppo o il declino dei settori illeciti: i mercati criminali rappresentano la spontanea strutturazione dello scambio di beni e servizi illeciti, oppure leciti ma sottoposti a forme di regolazione che lo scivolamento nei circuiti sommersi dell’economia permette di aggirare, aumentando così i margini di profitto.


É così che le organizzazioni criminali prosperano riciclando montagne di denaro, sfruttando la permeabilità del sistema economico nel suo complesso, al livello produttivo e finanziario. Questo ben noto fenomeno ha determinato una sovrapposizione di parte dell’economia legale con aree criminali, in ragione di un crescente cointeresse che rende inestricabilmente collegati settori dell’economia “bianca”, cioè legale, con l’economia “nera”, illegale.

Il risultato è che una quota crescente della ricchezza prodotta ogni anno al livello globale, paragonabile per dimensioni al PIL di un Paese come l’Italia, è definibile come “grigia”, legata alle organizzazioni criminali e a settori illegali. Il riciclaggio, attraverso il quale i flussi di capitali sporchi sono reimmessi nei circuiti legali, è l’ultimo tassello del processo di accumulazione criminale di capitale, nel quale sono coinvolti un’ampia serie di operatori economici e professionisti che contribuiscono alla sopravvivenza delle organizzazioni.L’aumento notevolissimo dei proventi della criminalità organizzata negli ultimi decenni ha portato allo spostamento di un enorme flusso di ricchezza dall’economia legale a quella criminale, che ha a sua volta una crescente necessità di reinvestire tali capitali nei mercati leciti.


In una fase di stagnazione duratura dell’economia quale quella iniziata nel 2007 e tutt’ora in corso, con rischi di collassi bancari e crisi di liquidità degli istituti, si è accentuato enormemente l’interesse degli operatori legali ad attingere ai fiumi di denaro di provenienza illecita e criminale, chiudendo tutti gli occhi possibili, rafforzando rapporti pericolosi che di fatto sono di connivenza con la criminalità organizzata.

A dimostrazione della convergenza di interessi fra organizzazioni criminali e settore bancario -le prime forniscono capitali, il secondo li reimpiega nell’economia pulita, con netti vantaggi economici per entrambi i soggetti- è illuminante un’inchiesta della Drug Enforcement Administration, il reparto federale antidroga degli Stati Uniti, risalente al 2006, dalla quale emerse che la Wachovia, una delle più grandi banche degli USA, non aveva applicato le norme antiriciclaggio al trasferimento, su conti correnti negli USA, di 378 miliardi di $ provenienti dalle agenzie di cambio messicane. Di fatto, aveva agevolato il riciclaggio di somme colossali provenienti dai cartelli messicani della droga, in spregio alle stesse leggi federali. Il caso si concluse con sanzioni amministrative comminate alla banca inferiori al 2% dei profitti in bilancio, e la benchè minima sanzione penale.

É evidente che per le banche in crisi di liquidità, l’acquisizione dei capitali di origine criminale -in massima parte frutto del narcotraffico- può essere l’estrema risorsa cui affidare la stabilità degli istituti, attraverso un’applicazione “elastica” delle norme antiriciclaggio. Ma il caso Wachovia è una storia che si ripete, colossale nella sua grandezza e nella plastica contraddizione che rappresenta il riciclaggio di denaro frutto del narcotraffico controllato dai narcos da parte di una banca USA, mentre il governo americano conduce la sua eterna “guerra contro la droga” in Sudamerica. Ma già Cosa Nostra, vent’anni fa, aveva creato centrali internazionali per il riciclaggio di denaro basati sulla connivenza di istituti bancari, dal Banco Ambrosiano all’infiltrazione del sistema bancario russo nel decennio successivo al crollo del blocco sovietico, mentre gli oligarchi russi facevano man bassa delle ricchezze del Paese. E sappiamo con certezza che la rete costruita dalla mafia siciliana è stata utilizzata anche da organizzazioni criminali russe e colombiane, oltre che dalle altre mafie italiane, per le quali Cosa Nostra svolgeva le funzioni di intermediario.

Le grandi banche non sono ovviamente l’unico mezzo utilizzato dalla criminalità organizzata: anche le reti della finanza informale, organizzate su base etnica o clanica e comparse in Europa nel corso degli anni ’90 (le più note sono i sistemi Hawalla e Hundi) hanno un ruolo nel riciclaggio di denaro sporco. É estremamente difficoltoso intercettare meccanismi di riciclaggio che si basano sull’underground banking, perchè questo tipo di transazioni lascia pochissime tracce: esiste una stretta relazione fra queste e il finanziamento al terrorismo, uno degli aspetti che è stato maggiormente indagato dagli organismi internazionali e per il quale sono state prese effettive misure di contrasto.

Ma si sa, le mafie sono spesso sommerse, mentre il terrorismo è destabilizzante, perfino psicologicamente: che effetto proviamo nel sapere che alcuni finanziamenti relativi all’organizzazione degli attentati del 28 novembre 2008 a Mumbai, in India, dove persero la vita 195 persone, vennero eseguiti da cittadini pakistani tramite un’agenzia di money transfer di Brescia?

Quando il gotha della finanza mondiale si è accorto delle distorsioni all’economia causate dalla crescita dei paradisi fiscali quali snodi della finanza criminale, è iniziata un’attività di monitoraggio da parte della Financial Action Task Force diretta a promuovere normative tese alla trasparenza. Il FATF-GAFI era nato dopo il G7 di Parigi, nel 1989, riunendo in un unico organismo i Paesi che ospitavano i maggiori centri finanziari mondiali. L’anno successivo formulava 40 raccomandazioni d’azione, finalizzate a ridurre il rischio di riciclaggio di capitali sporchi. Nei confronti dei Paesi restii ad adottare le raccomandazioni del FATF in tema di normative antiriciclaggio, si è proceduto attraverso la creazione di una black list, invitando le istituzioni finanziarie ad adottare specifiche misure nelle transazioni riguardanti tali sistemi. Ma la black list si è assottigliata rapidamente: i Paesi all’indice si sono adeguati, almeno formalmente, alle misure richieste e sono rientrati a pieno titolo nella comunità finanziaria globale dopo il breve periodo di quarantena.

In questi anni si è continuato a dettagliare raccomandazioni e standard internazionali che rimangono quasi sempre lettera morta, per questo è ipocrita sostenere che il problema sia in via di risoluzione: l’elevatissimo livello di transazioni vero le zone grigie e l’anomala presenza di un altissimo numero di società finanziarie stride con l’ottimismo degli organismi di controllo circa la dimensione del fenomeno. Esistono margini tali, per i meccanismi di riciclaggio, che una black list dovrebbe comprendere Paesi quali la Svizzera, San Marino, il Principato di Monaco. Ma anche i Paesi che ospitano i maggiori centri finanziari mondiali, in primo luogo gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, hanno norme finanziarie e bancarie assai flessibili, che attraggono ogni anno centinaia di miliardi di dollari da ogni parte del globo. La Gran Bretagna, grazie alla trasformazione dei possedimenti d’oltremare da relitti dell’impero britannico a paradisi fiscali, riesce attraverso questi ad incanalare ogni anno verso la City di Londra volumi di capitali fra i 500 e i 600 miliardi di dollari.

La rete globale offshore, di fatto, è sfruttata anche dagli stessi attori che si presentano, nelle sedi internazionali, quali sostenitori di una maggiore trasparenza e sicurezza nelle transazioni finanziarie. Alla condanna ufficiale del riciclaggio e all’impegno solenne a contrastarlo, essi accompagnano un totale lassismo in termini di applicazione delle relative norme che hanno contribuito a promuovere.

Il motivo è che la dimensione dell’economia grigia è tale, che l’acquisizione dei flussi di capitali sporchi assume rilevanza geopolitica e i Paesi concorrono fra loro per assorbire quote di capitali criminali all’interno dei propri sistemi bancari e finanziari nazionali.

Pecunia non olet, oggi come sempre. L’origine criminale della ricchezza diventa irrilevante, il che rende i vari attori in gioco reciprocamente dipendenti l’uno dall’altro. Ma si verificano altri fenomeni di vasta portata che è difficile ignorare: secondo il gruppo di ricerca Global Financial Integrity, nel 2008 sono usciti dai Paesi in via di sviluppo, diretti ai Paesi occidentali e ai paradisi fiscali, 1200 miliardi di dollari di flussi finanziari illeciti.

Di fatto si è realizzata una separazione fra le aree di “produzione criminale”, zone alla periferia del sistema economico o sacche marginalizzate, in cui la fragilità istituzionale permette alle organizzazioni criminali di esercitare una vera e propria sovranità, e le aree di reinvestimento dei proventi, che invece sono le economie avanzate. Il drenaggio di risorse operato dalle organizzazioni criminali contribuisce a mantenere in una condizione di sottosviluppo vaste aree del mondo: ad ogni rafforzamento della criminalità organizzata corrisponde una graduale cessione di sovranità da parte delle istituzioni, le quali in breve non risultano più in grado di assicurare il funzionamento dei mercati, che arrivano in alcune aree ad essere interamente sostituiti da un’economia di monopolio criminale. Lo sfarinamento delle istituzioni, “Stati falliti” o “Stati criminali” rappresentano lo sfruttamento da parte della criminalità di un simulacro istituzionale quale paravento legittimo, sia al livello interno che sullo scenario internazionale. Ad oggi, esiste una situazione di sostanziale influenza criminale sulle istituzioni nazionali in diversi Stati africani, in Colombia, in alcuni Stati della federazione messicana, in alcuni Stati balcanici nati dalla dissoluzione della Jugoslavia.

La criminalizzazione di una crescente porzione dell’economia globale, funzionale agli interessi di attori economici dei più vari, causa altri effetti negativi molto marcati, legati alla crescita delle disuguaglianze sociali e alla formazione di vasti gruppi di interesse economico-criminali con tendenze nettamente monopolistiche.

L’azione simbiotica delle organizzazioni criminali rischia, in assenza di efficaci vincoli, di uccidere l’organismo ospitante. Ma aspettarsi una reazione forte al livello internazionale è forse illudersi che non si stia cercando ancora di speculare sulla crisi, o cercando, al più, di contenere entro certi limiti il fenomeno della criminalizzazione della finanza. Chissà se quando il peso dell’economia grigia sarà tale da costringere le economie avanzate ad adottare coerenti misure di contrasto, non si saranno ormai strutturati nuovi attori economici, nuove frange sociali la cui ascesa avrà affondato le radici nel crimine organizzato, nello sfruttamento consapevole dei mercati illeciti. E questa sarebbe comunque, anche dopo un eventuale declino delle organizzazioni criminali internazionali, un’eredità di lungo periodo.

iMille.org – Direttore Raoul Minetti
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