01 gennaio 2016

Elogio alla decrescita



Elogio alla decrescita.

Le crisi ricorrenti della nostra società, le differenze sociali sempre più marcate fra ricchi e poveri,  l’alienazione dell’uomo moderno sono i sintomi di un modello di sviluppo in stallo. Ripensarlo a “misura d’uomo” significa garantire la sopravvivenza della specie.
Il tutto nasce da una costatazione e da una domanda. La costatazione è che il nostro mondo, la società in cui viviamo, il nostro “territorio” insomma è pieno zeppo di oggetti obiettivamente inutili al nostro vivere. Oggetti che abbiamo acquistato piuttosto sull’onda del consumismo, del conformismo che per  effettiva necessità, spronati da un meccanismo sociale volto a “gonfiare” a dismisura il mondo, a generare falsi bisogni, a forzare  il consumo sfrenato per favorire la crescita ad oltranza del sistema, a qualunque costo.  Un meccanismo diabolico che si fonda sul libero mercato, sulla pubblicità asfissiante, sul condizionamento delle libere coscienze, per risolvere, in definitiva, i problemi degli economisti, degli statisti, degli ingegneri, dei tecnocrati perché se da un lato è pur vero che sulla crescita la nostra società ha fatto le sue fortune, è però altrettanto evidente che questo meccanismo non può continuare all’infinito, ha il fiato corto, un ottica di breve termine, ma soprattutto non risolve i problemi della società e dell’uomo, anzi li crea. L’abuso delle risorse porterà inevitabilmente all’implosione del sistema.
Ed è in una società come questa che l’uomo moderno accetta di barattare il proprio tempo, il più grande bene che possiede, per il gioco malsano di produrre prima, per comprare e consumare poi, cose, oggetti, servizi, completamente inutili. Un meccanismo fine a se stesso, che consuma senza produrre beneficio. Come gli indios d’America barattavano monete d’oro con i conquistadores in cambio di specchietti e cianfrusaglie, l’uomo moderno baratta il suo bene più prezioso per una manciata di paccottiglia, per subire la meccanica scansione del proprio tempo rigidamente ancorata al ritmo del lavoro e del tempo libero.  Ma il sistema fa’ di più, molto di più, organizzando anche quest’ultimo, il tempo libero, con lo stessa scansione di quello lavorativo, obbligati come siamo a sfruttarlo pienamente, a divertirci a prescindere, è vietato perdere o sciupare il tempo. E così il “turno giornaliero” è quello adibito al lavoro, mentre il “turno di notte” al divertimento, ai ristoranti, balli, viaggi, musei.  L’anatomia del villaggio turistico è uno spaccato esemplare del villaggio globale.  Il turno giornaliero adibito allo sport, ginnastica, corsi di cucina mentre quello serale allo spettacolo, discoteca, caraoke. Le facce allegre e soddisfatte dei turisti sono garanzia del gradimento. L’uomo moderno è diventato un pigro esecutore,  abbisogna del “già pensato”, dell’adattamento al gruppo, preferisce conformarsi perché ormai incapace di affrontare la propria libertà, quella vera, di sostenere la fatica della solitudine creativa, perfino nel divertimento, figuriamoci nel resto.

Ed è da questa costatazione che nasce la domanda. Se si eliminasse l’inutile, l’artefatto, se avessimo cioè un’auto, una casa, una televisione, che costano la metà dell’attuale, se avessimo a disposizione la metà dei canali televisivi, metà vestiti e scarpe, metà del conto in banca, se uscissimo a cena la metà delle volte, insomma se consumassimo la metà ma potessimo anche lavorare la metà, produrre la metà ed avere quindi il doppio del tempo a disposizione saremmo più soddisfatti e la vita ne gioverebbe? Insomma se pensassimo alla decrescita organizzata, eliminando le cose inutili, per dedicarci a vivere diversamente, riappropriandoci di noi stessi,  saremmo forse più felici? Se il nostro tempo fosse libero davvero, se non avessimo la paura di perderlo,  se riuscissimo a pensare che il tempo non è denaro, se sostituissimo la passività della televisione con l’energia del teatro, la carta con internet, le autostrade col telelavoro, le centrali nucleari con il risparmio energetico, le automobili con l’informazione, le pesche del Perù con quelle dell’orto, la pubblicità con la poesia, l’isola dei famosi con la cultura, il cemento delle seconde e terze case con alberi ed energie rinnovabili, l’arte del riciclo al posto dello spreco, se le risorse andassero alla ricerca e non alla finanza selvaggia, se si smettesse di pensare al mondo come un territorio da colonizzare, sfruttare, inquinare, se si parlasse di sviluppo sostenibile invece che di crescita ad oltranza, significherebbe tornare al baratto e alle caverne o tornare all’uomo come fine e non come mezzo? Il fatto è che l’attuale società è fortemente strutturata proprio per il contrario, per massimizzare produzione e consumo e non concede spazio alcuno neppure a coloro che volessero tentare vie diverse, anzi se ne guarda bene perché tossiche. Forse bisognerebbe proprio ricordare a tutti che la felicità non è cercare di “avere” per soddisfare i propri bisogni, spesso falsi, ma adattare i propri bisogni veri a ciò che si ha, che, per l’uomo moderno è già moltissimo, anzi decisamente troppo.

Enzo Vincenzo Sciarra
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