12 gennaio 2016

David Bowie: «nei momenti di disperazione avevo perso il filo diretto con Dio»

David Bowie: «nei momenti di disperazione avevo perso il filo diretto con Dio»

In questi giorni la morte del cantante David Bowie è la notizia presente su tutti i media. Tutti, giustamente, stanno ricordando quanto lo stile eclettico del “Duca Bianco” abbia influenzato miriadi di artisti, tanto che la rivista “Rolling Stone” lo ha inserito al 23esimo posto tra i 100 migliori cantanti di sempre.
Una «personalità musicale mai banale», ha commentatoL’Osservatore Vaticano. Nella vita privata, tuttavia, non è mai mancato l’eccesso, sessuale (bisessuale), sopratutto, e i fiumi di droga. Elton John ha raccontatoche era “generoso”, «forniva cocaina in quantità, organizzava festini a tre o a quattro e contribuiva ad un’atmosfera di perversione generalizzata. Ma era troppo sensibile per sopportare a lungo quella roba».
Ci ha sempre colpito osservare come coloro che per il mondo “ce l’hanno fatta” -ricchi, famosi, potenti, idoli di intere generazioni- hanno poi constatato in prima persona che, comunque, non era mai abbastanza. Comunque c’è sempre bisogno di “altro”, comunque la felicità non arriva, tanto che va ricercata artificialmente e disperatamente nell’eccesso e nella droga. “Quid animo satis?, domandava Sant’Agostino“Cosa basta all’animo dell’uomo”? A Bowie, come Michael Jackson o Freddie Mercury, bastava il cenno di una mano per essere adulati da milioni di fans: eppure non bastava nemmeno questo e le loro vite, caratterizzate dalla trasgressione, sono un grido alla ricerca di un significato che possa davvero compiere le esigenze strutturali dell’uomo. Quel “qualcosa” che possa rispondere all’infinito bisogno di compimento che tutto il loro successo, tragicamente, amplificava.
Noi, dalla nostra esperienza di cristiani, più che di qualcosa parliamo di Qualcuno, l’unico che introduce l’infinito dentro noi, creature finite. Esattamente come Sant’Agostino che, rivolgendosi a Dio, dice: «Ci hai fatti per te, o Signore, e il nostro cuore è inquieto finché in Te non risposa». (Confess. 1, 1, 1). Qualche intuizione di questo la aveva probabilmente anche lo stesso David Bowie, fu lui infatti a commentare la scelta di inginocchiarsi durante un concerto nello stadio londinese di Wembley, recitando la preghiera del Padre Nostroper le vittime dell’Aids: «Non sono una persona in cerca di pubblicità, non sono mai stato un artista popolare e non credo di aver mai fatto scelte “facili”. E’ un dato di fatto che molte mie canzoni abbiano la stessa struttura della preghiera classica e come tali, forse, possono essere considerate. Mi è sembrato un gesto naturale. Sono preghiere per riuscire a trovare me stesso».
Ma preghiere rivolte a chi?, ha domandato l’intervistatore. «Personalmente non l’ho mai nascosto, ho una fede incrollabile nell’esistenza di Dio anche se non conosco il suo nome –se cioè si chiama Budda o Gesù- né che cosa vuole da me. Il gesto spontaneo di preghiera nasce semplicemente dalla mia incessante ricerca di trovare il sottile legame che ho con Dio. Sono consapevole che nei momenti di disperazione (droga e idea del suicidio) non tenevo stretto quel filo diretto con Dio. Perderlo infatti equivale ad essere persone disperate» (citato in G. Mattei, “Anima Mia”, Piemme 1998).«Mi rivolgo più spesso a Lui e più invecchio e più Lui diventa un punto di riferimento»ha dettopiù recentemente.
In queste ore si assiste alla solita mitizzazione post-mortem degli organi di informazione. Noi vogliamo invece ricordarlo con queste parole, quelle che lo rendono un uomo come tutti, impegnato -come tutti- a fare i conti con il suo destino, con il suo bisogno di senso e di felicità, con le sue coerenze e incoerenze, con la sua musica e i suoi eccessi, con il suo desiderio di cercare, per non disperare, “il filo diretto di Dio”. Un compagno di viaggio, insomma.

Qui sotto la preghiera del Padre Nostro durante il concerto

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