03 dicembre 2015

YEMEN. Venditori di armi e al Qaeda: ecco chi ci guadagna


I qaedisti hanno occupato stamattina altre due città nel governatorato di Abyan. Diplomatici occidentali accusano il governo di ostacolare il dialogo, Save The Children Londra per fare affari sui civili.

Un conflitto dimenticato fa comodo a tanti. Agli aggressori (l’Arabia saudita e la coalizione anti-Houthi), ai loro sostenitori (i governi europei che vendono armi), a chi approfitta del caos (al Qaeda).

Stamattina si è registrata un’altra vittoria eclatante da parte qaedista: due città meridionali, Zinjibar e Jaar, sono state occupate dopo un attacco a sorpresa che ha sbaragliato le milizie locali pro-governative a difesa delle due comunità. Secondo i residenti, i qaedisti sono entrati senza troppe difficoltà e hanno posto subito checkpoint agli ingressi, prima di annunciare la presa delle due città dai megafoni delle moschee.

Le due città, entrambe nel governatorato di Abyan (Zinjibar ne è il capoluogo), sono strategiche: a metà tra il governatorato di Aden e dalla città costier, dove al Qaeda controlla alcuni quartieri, e il governatorato di Hadramaut, quasi del tutto occupato dai qaedisti.

Il collasso dello Stato, la guerra civile e l’aggressione saudita fanno avanzare quello che in teoria è il nemico numero uno, al Qaeda nella Penisola Arabica, la più potente e organizzata “filiale” della rete. Quella per cui gli Usa hanno lanciato la guerra dei droni e che ha sostenuto apertamente gli alleati occidentali, ovvero il governo ufficiale yemenita, nella ripresa di Aden contro il movimento ribelle Houthi. “L’ingresso di al Qaeda è avvenuto nell’assenza di ogni istituzione dello Stato”, ha commentato un residente di Zinjibar, Fadl Mohammed Mubarak.

E mentre al Qaeda pubblica comunicati online nel quale minaccia vendetta contro Riyadh per le future esecuzioni di oltre 50 qaedisti, annunciate nei giorni scorsi, nel governatorato accanto, Lahij, la coalizione anti-Houthi guidata dall’Arabia Saudita prosegue cieca nella battaglia al movimento ribelle. Un movimento che ha iniziato una rivolta per chiedere maggiore coinvolgimento politico e economico nel paese. Ma per Riyadh la minaccia rappresentata dagli Houthi è maggiore di quella rappresentata da al Qaeda. Ieri l’esercito yemenita ha cominciato un’operazione di ampia scala per la ripresa dell’area di al-Sharija, a Lahij, insieme ad alcune unità di truppe sudanesi. L’obiettivo è più ampio: la riconquista della provincia di Taiz, vero target saudita e governativo. Se gli Houthi perdessero Taiz, si romperebbe la continuità tra i territori occupati da nord al centro, dalla capitale Sana’a alle porte di Aden.

Intanto, lontano dal dramma dei civili, dai 5.700 morti dalla fine di marzo, il governo ufficiale in auto-esilio nel Golfo blocca ogni possibile negoziato internazionale con gli Houthi. Il presidente Hadi continua a dire di voler procedere con il dialogo ma poi si sfila. Tanto da far dire a diplomatici impegnati nel negoziato che Hadi rappresenta un ostacolo: “Hadi sta tentando di fermare ogni tipo di dialogo perché sa che qualsiasi risultato rappresenterà la fine della sua carriera politica – ha detto un funzionario anonimo – Non è mai stato popolare e non è nel suo interesse fermare la guerra, a meno di una vittoria totale”. Così poco popolare da non riuscire nemmeno ad imporre un rimpasto di governo al suo premier, Khaled Bahah, che ha rigettato ieri la sostituzione di cinque ministri (tra cui il ministo degli Esteri, quello degli Interni e il vice premier) ordinata dal presidente.

A poco servono quindi gli annunci dell’Onu che con regolarità promette l’avvio del dialogo. Lunedì ci ha provato l’ambasciatore britannico all’Onu: il negoziato inizierà a dicembre. Ma su quali basi? Se Riyadh puntasse davvero al dialogo, interromperebbe l’operazione militare. Così non è perché l’obiettivo è un altro: riprendere completamente il controllo di quello che ritiene il proprio cortile di casa, lo Yemen, senza garantire alcuno spazio agli Houthi, accusati di essere vicini all’Iran. Lo Yemen è fondamentale al controllo dello stretto di Bab al-Mandeb, porta di passaggio del greggio del Golfo diretto in Europa: spartirlo con un gruppo considerato parte dell’asse sciita guidato da Teheran significherebbe perdere il monopolio sulla zona e l’ampliamento dell’influenza iraniana sull’intera regione, già forte dopo l’intervento in Siria.

A boicottare i negoziati sono in tanti, anche indirettamente, continuando a sostenere la coalizione anti-sciita che sta devastando lo Yemen. Tra questi i paesi che proseguono imperterriti a vendere tonnellate di armi ai paesi del Golfo, Arabia saudita, Qatar e Emirati Arabi. C’è l’Italia che pochi giorni fa ne ha inviate in quantità da Cagliari. E c’è la Gran Bretagna, duramente accusata da Save The Children per il ruolo nella guerra: “La Gran Bretagna si dice orgogliosa di essere un leader mondiale nella risposta alle crisi umanitarie, ma la mancata condanna pubblica del costo umano del conflitto in Yemen dà l’impressione che le relazioni diplomatiche e la vendita di armi prevalgono sulla vita dei bambini yemeniti”, ha detto Edward Santiago, rappresentante di Save The Children in Yemen.

Londra è tra i primi fornitori di armi all’Arabia Saudita. Un fatto che non mette in buona luce la Gran Bretagna visto che il 73% dei bambini uccisi in Yemen (quasi 700) sono morti in raid sauditi. Altri mille i feriti, la maggior parte dei quali da missili, bombe, colpi di artiglieria, colpi di mortaio. Nena News

Fonte: nena-news.it
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