08 dicembre 2015

Maternità surrogata, un crimine anche per atei e femministe

Maternità surrogata, un crimine anche per atei e femministe

Più volte abbiamo chiesto l’intervento del mondo femminista contro le adozioni da parte di coppie omosessuali (o, almeno, soltanto gay), non capiamo infatti come possano sopportare che attraverso questa pratica si concluda che la donna non abbia nulla di speciale e unico da offrire all’interno della famiglia, tanto che qualunque uomo potrebbe sostituirla nel suo ruolo materno. Buttati via così anni di lotte femministe sul genio femminile, sull’unicità della donna, sul contributo insostituibile che porta nel mondo, nella società e nella famiglia.
Fortunatamente molte di loro non hanno avuto la stessa pavidità di fronte all’utero in affitto, iniziano infatti ad arrivare sempre più opposizioni sia all’affitto di uteri femminili di donne povere, sia alla maternità surrogata da parte di fantomatiche “donne generose”, sia -seppur più velatamente- alla mercificazione dei bambini, comprati o donati come fossero un pacco regalo.
E’ di pochi giorni fa l’appello delle femministe di “Se non ora quando?” (ribattezzate “Meglio tardi che mai?” per il ritardo nel prendere posizione)«contro la pratica dell’utero in affitto»«Noi rifiutiamo di considerare la “maternità surrogata” un atto di libertà o di amore», scrivono i 77 firmatari (tra cui Dacia Maraini, Livia Turco, Cristina Comencini, Aurelio Mancuso ecc.). «Non possiamo accettare, solo perché la tecnica lo rende possibile, e in nome di presunti diritti individuali, che le donne tornino a essere oggetti a disposizione. Vogliamo che la maternità surrogata sia messa al bando. I bambini non sono cose da vendere o da “donare”. Se vengono programmaticamente scissi dalla storia che li ha portati alla luce e che comunque è la loro, i bambini diventano merce».
In prima linea da anni su questo fronte è Sylviane Agacinski, voce storica del femminismo francese e organizzatricedi un convengo al Parlamento francese il 2 febbraio 2016 per l’abolizione universale dell’”utero in affitto”. Nel luglio 2014 è stata pubblicata una lettera aperta pubblica sul quotidiano francese Libération in cui è stato chiesto al presidente Hollande di opporsi a normative che regolamentino l’industria dell’infanzia su comando. Oltre a leader della sinistra francese, l’appello è stato firmato da scrittrici e storiche del movimento femminile, professori universitari, psicoanalisti e sociologici, associazioni come Coordinamento delle associazioni per il diritto all’aborto e alla contraccezione (Cadac), il Coordinamento lesbiche francesi (Clf), il movimento Npns, Ni putes ni soumies, il Collettivo nazionale per i diritti delle donne (Cndf).
A darne notizia in Italia la femminista Elisabetta Ambrosi che giustamente ha scritto«come si può togliere a una madre che ha appena partorito suo figlio e, viceversa, togliere a un bambino la sua madre biologica per oltre nove mesi, come se la gravidanza non costituisse già una forma dilegame inscindibile tra madre e figlio e come se dimenticasse che nei primi mesi di vita questo legame continua attraverso l’allattamento, di cui i bambini nati da madri in affitto sono spesso privati? E come evitare che madri povere vendano i loro corpi, con tutte le conseguenze fisiche ed emotive di una scelta del genere?». Non soltanto la difesa della donna, dunque, ma anche quella del bambino strappato dalle braccia della madre.
La stessa lucidità non l’ha purtroppo avuta la femminista Marina Terragni. E’ vero, ha elogiato l’impegno della Agacinski scrivendo: «non si fatta fermare dalla paura di essere giudicata omofobica e antiprogressista, impegnandosi una battaglia contro l’orribile sfruttamento delle donne povere del mondo e il mercato della maternità». Ha elogiato l’impegno della Chiesa in difesa delle donne: «Sembra che resti quasi solo la Chiesa a vedere questa sofferenza: si può pensare di aprire un dialogo tra la Chiesa e il femminismo?». Tuttavia ha “aperto” però all’“utero solidale” (tra sorelle, tra madre e figlia, o anche tra amiche), «dove tutto avviene nella relazione amorosa -accertata e non improvvisata allo scopo, e senza scambio di denaro- che tiene insieme madre genetica, portatrice e creatura, come un tempo madre, creatura e balia da latte». Oltre a risvolti moralmente inquietanti del prestito del proprio corpo trasformato, seppur volontariamente, in macchina incubatrice e del fenomeno raccapricciante di zie-madrinonne-madri, la Terragni non tiene conto della separazione del bambino dalla madre all’interno della quale è nato e cresciuto per nove mesi, per affidarlo a una terza donna.
La femminista del Corriere della SeraMonica Ricci Sargentiniha dato voce ai malumori italiani sull’utero in affitto ed è stata attaccata dall’omofascismo italiano che l’ha denunciata all’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (Unar). In un’intervista a Notizie Pro Vita ha spiegato:«C’è sicuramente unclima di intolleranza che spesso porta anche all’autocensura. A volte si ha paura di dire quello che si pensa per non essere bollati come razzisti, omofobi, islamofobi e chi più ne ha più ne metta. Personalmente giudico pericolosa la dittatura del politically correct». Rispetto al tema, «non mi convince l’idea del dono, del gesto altruistico perché sotto c’è sempre uno scambio di tanto denaro. Pensare a un bambino che, appena nato, viene strappato alla madre mi fa stare male. Chiunque abbia partorito può capirmi. Da “utero in affitto” si è passati a “maternità surrogata” per poi ripiegare su “gestazione per altri”. Ma le parole non cambiano la sostanza. Questo fatto della terminologia la dice lunga sul senso di colpa di chi difende questa pratica. E’ come se le parole non fossero mai adatte». Purtroppo anche la Sargentini non si è dimostrata lucida fino in fondo, nell’intervista ha infatti sostenuto l’adozione per coppie dello stesso sesso salvo poi affermare: «Uomini e donne sono diversi, diversissimi. Noi femministe della differenza abbiamo sempre combattuto la declinazione al maschile del mondo rivendicando la nostra diversità e specificità». Se le donne apportano diversità e specificità com’è possibile poi sostenere senza contraddirsi che un uomo possa tranquillamente sostituire la donna nel suo ruolo di madre?
Ha preso le difese della Sargentini anche la femminista Paola Tavella, la quale ha scritto«In altri paesi, soprattutto negli Stati Uniti, la disputa fra femministe di ogni orientamento sessuale e maschi omosessuali sulla surrogacy è aperta, antica e rovente. Nell’aprile scorso la European Women’s Lobby (EWL), una delle più importanti organizzazioni pro-choice europee, da sempre alleata con il movimento gay, ha firmato insieme a molte altre organizzazioni di donne un appello rivolto alla Hague Conference on Private International Law per proibire la surrogacy in tutto il mondo, non solo perché lede la dignità e i diritti delle donne, ma perché “il bambino è oggetto di un abbandono pianificato, e anzi viene concepito allo scopo di essere abbandonato”. Non è possibile portare avanti una gravidanza e partorire e poi consegnare il neonato senza sofferenza di madre e bambino».
La voce più importante del femminismo italiano ad aver preso posizione è comunque quella di Luisa Muraro, filosofa e fondatrice a Milano nel 1975 della Libreria delle Donne«La tratta e la schiavitù sono già un crimine riconosciuto e condannato a livello internazionale, invece contro l’utero in affitto, la forma più odiosa di sfruttamento del corpo delle donne, bisogna combattere. Siamo ancora in tempo»ha detto ad Avvenire«Non esisteun diritto di avere figli a tutti i costi, eppure ce lo vogliono far credere: finito il tempo delle grandi aggregazioni e dei partiti, è un nuovo modo di fare politica cercando consensi. L’utero in affitto si innesta in questa tendenza. È la strada attuale per losfruttamento del corpo delle donne, è un colonialismo particolarmente inaccettabile, perché dalla vendita del suo corpo chi non trae alcun vantaggio è la donna. Ero e resto convinta che, se la popolazione europea si esprimesse, sarebbe assolutamente contraria all’utero in affitto. Soprattutto se fosse portata a conoscenza di come avviene e delle condizioni di schiavitù cui è sottoposta la vittima. A rischio però sono i nostri giovanissimi, portati a vederlo come un’espressione di libertà, “se quelle donne lo vogliono perché impedirglielo?”… A parte che non è mai una libera scelta, inoltre c’è un approfondimento che solo la vita e l’età portano, e che riguarda la riservatezza di sé, la dignità e la bellezza dei legami che attraverso il corpo si costituiscono. Primo tra tutti quello tra madre e figlio».
Anche Kathy Sloan, storica femminista americana e tra i responsabili di National organization for women, la più grande associazione femminista americana, ha un’opinione molto simile: «Sono contraria perché mercifica i corpi delle donne. È una transazione commerciale, non un rapporto consensuale che si traduce in una gravidanza. La maternità surrogata degrada un bambino a un acquisto, o a un “diritto” che in realtà non esiste, per chi ha i mezzi finanziari per procurarselo. Non ho alcuna riserva nel riconoscere che la mia missione è condivisa da persone che la pensano diversamente da me in materia di aborto. Per questo collaboro con la Chiesa cattolica e con gruppi anti-abortisti».
Ad accordarsi alle opposizioni del mondo femminista c’è anche il noto anticristiano Michel Onfray, anarchico, ateo, edonista. « Non c’è modo migliore per trasformare in merce tanto il corpo della donna, quanto la vita del bambino»,ha spiegato. «Senza parlare dello sperma e dell’ovulo dei genitori, assimilati a bulloni e viti di una macchina senz’anima. Ma qui, abbiamo a che fare con il vivente e il vivente non è una merce, non è un prodotto monetizzabile. “Io voglio un bambino, ne ho diritto!”. Lo esige il ricco ottantenne che si annoia nel suo ospizio di lusso. “Voglio essere inseminata con lo sperma di mio figlio in stato di morte cerebrale”, dirà la madre che ha appena perso il figlio durante un incidente. “Voglio clonare le cellule del cadavere di mio marito morto e sepolto, poi farmi inseminare, perché sento la sua mancanza” dirà la vedova inconsolabile, incapace di comporsi nel proprio lutto. Che cosa ci immaginiamo, che il bambino potrà vivere una vita serena, equilibrata, armoniosa, mentalmente soddisfacente per lui, per gli altri, per chi gli sta accanto e per la sua discendenza, quando saprà che è stato comprato, venduto, che è frutto di un incesto o tra sua nonna e suo padre morti o che è il prodotto in un cadavere decomposto?».
La redazione
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