31 dicembre 2015

LE ILLUSORIE RIFORME DI RENZI MORIRANNO NEL 2016


La previsione di una crescita italiana nel 2016 di solo l’1% da parte dell’agenzia di rating statunitense è solo un’opinione, basata su ipotesi evolutive delle principali variabili macroeconomiche domestiche e, soprattutto, globali. Ma prima che i soliti noti alzino il ditino dicendo “Moody’s chi, quella che dava la tripla A a Lehman?” (perché in Italia ignoranza e frasi fatte scorrono a fiumi, come noto), forse bisognerebbe riflettere sullo scenario che abbiamo davanti.

Ed è uno scenario sempre più problematico: la Cina che manda segnali sempre più forti di malessere economico, celati dietro dati che sono sempre più come il vestito nuovo dell’imperatore, quando non più propriamente illeggibili. Poi la fuga biblica da materie prime e valute dei paesi emergenti, che ha base fondamentale e magnitudine finanziaria, cioè per definizione iperbolica (il concetto di overshooting che ben conoscono quanti operano sui mercati finanziari). Ma queste tendenze vanno in una sola direzione: il contributo dei paesi emergenti alla crescita mondiale è destinato ad essere brutalmente ridimensionato, ed i prossimi mesi lo confermeranno.

Quindi, è lecito e verosimile attendersi che le previsioni aggiornate di crescita globale e per singoli paesi, nelle prossime settimane, vengano tagliate. Per l’Italia ciò accadrà, con sinistro tempismo, in occasione della gestazione della legge di Stabilità 2016. Il rischio di far crollare il castello di carte di Matteo Renzi, fatto di clausole di salvaguardia prese a calci lungo la strada e di sconti ottenuti dalla Ue in contropartita di “riforme”, è quindi altissimo. Ovvio che, in caso di deterioramento congiunturale di una qualche entità, vi saranno margini di rilassamento del rapporto deficit-Pil, ma il punto non è questo.

Interessante, comunque, il fatto che economisti vicini al governo, come Tommaso Nannicini, abbiano rilanciato l’idea dei “contratti bilaterali” (tra singoli paesi e Commissione Ue), mai nati in Eurozona e proposti tempo addietro da Angela Merkel ma rilanciati anche dallo stesso Renzi, all’inizio della sua esperienza a Palazzo Chigi, probabilmente senza comprenderne realmente la portata e le conseguenze: flessibilità di bilancio contro riforme strutturali concordate e supervisionate in modo cogente (più propriamente, dettate) da Bruxelles-Francoforte-Berlino.

Ma se mai si giungesse ad un esito di questo tipo, il processo avrebbe uno ed un solo nome: memorandum, cioè Troika. Il che significherebbe, tra le altre cose, che le mitologiche “riforme strutturali” di Renzi si rivelerebbero per quello che sono: acqua fresca. Soprattutto sul mercato del lavoro, dove resterebbe ancora tutto da fare, in una direzione piuttosto ben delineata ma che quasi tutti fingono di non vedere, mentre fanno gli scongiuri: contratti collettivi esclusivamente aziendali, estensione del contratto a tutele crescenti a tutti i lavoratori dipendenti, introduzione di un salario minimo intersettoriale.

Alcune minacce di scenario erano già evidenti più di un anno addietro, incluso il rischio-memorandum, mentre il rischio-emergenti era evidente già a inizio 2015. La sola politica monetaria non basta, questo è ormai noto ed acquisito a tutti, con la sola eccezione di guru febbricitanti e piccoli alchimisti opportunisti che spacciano illusioni e scorciatoie agli elettori, vivendo di una miserabile rendita parassitaria. Attendiamo il 2016.

Enzo Vincenzo Sciarra
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