10 dicembre 2015

LA CARICA DEI 200 DI «LA REPUBBLICA» CHE DICONO «NO» ALL’UTERO IN AFFITTO. ED È SUBITO SCOMPIGLIO

LA CARICA DEI 200 DI «LA REPUBBLICA» CHE DICONO «NO» ALL’UTERO IN AFFITTO. ED È SUBITO SCOMPIGLIO

- di Susanna Manzin -
L’avevano già fatto in Francia, pochi mesi fa: molti tra i più illustri esponenti della gauche, femministe, intellettuali, socialisti, atei, avevano firmato un manifesto pubblicato suLibération per «esprimere la nostra inquietudine a riguardo delle donne e dei bambini sfruttati dalla maternità surrogata» e chiederne «il divieto».
Ora si muove qualcosa anche in Italia: viene pubblicato un appello al quale viene dato ampio rilievo addirittura sul quotidiano la Repubblica. Ad oggi (5 dicembre) sono 200 i firmatari, rappresentanti autorevoli del mondo della politica, del giornalismo, della letteratura, dell’università, delle associazioni per i diritti ma anche del cinema e della televisione. Si chiede all’Europa di mettere al bando la pratica dell’utero in affitto. L’intento è quello di rompere quello che viene definito «un silenzio conformista su qualcosa che ci riguarda da vicino». (Clicca qui per vedere l’appello)
«Noi rifiutiamo di considerare la “maternità surrogata” un atto di libertà o di amore. In Italia è vietata, ma nel mondo in cui viviamo l’altrove è qui: “committenti” italiani possono trovare in altri Paesi una donna che “porti” un figlio per loro. Non possiamo accettare, solo perché la tecnica lo rende possibile, e in nome di presunti diritti individuali, che le donne tornino a essere oggetti a disposizione. I bambini non sono cose da vendere o da “donare”. Se vengono programmaticamente scissi dalla storia che li ha portati alla luce e che comunque è la loro, i bambini diventano merce.»
Certo si puntualizza: «Siamo favorevoli al pieno riconoscimento dei diritti civili per lesbiche e gay, ma diciamo a tutti, anche agli eterosessuali: il desiderio di figli non può diventare un diritto da affermare a ogni costo.»
Come afferma la regista Cristina Comencini, intervistata da La Repubblica: “Una madre non è un forno». I firmatari puntualizzano che sono a favore della legge contro l’omofobia, che si battono per le unioni civili e per l’adozione alle coppie omosessuali. Ma non ammettono la pratica della maternità surrogata.
La reazione della sinistra italiana
Come immaginabile, scoppia il putiferio: l’appello divide profondamente il mondo politico di sinistra e quello LGBT. Daniele Viotti, europarlamentare del PD e presidente dell’intergruppo LGBT al Parlamento europeo, commenta: «Sono sorpreso e arrabbiato nel vedere come l’attacco più duro e violento al difficile percorso delle Unioni Civili sia arrivato da sinistra». Anche Ivan Scalfarotto è scandalizzato da questa presa di posizione : «Il risultato politico di tutto questo è la messa in pericolo della legge sulle unioni civili. Perché senza la stepchild adoption – contro la quale sono ripartiti tutti gli attacchi – questo ddl non passerà.»
Ne approfittano, nel centrodestra, parlamentari come Maurizio Gasparri, Paola Binetti, Maurizio Sacconi, che chiedono di rivedere il disegno di legge sulle unioni civili rinunciando alla stepchild adoption.
I prossimi appuntamenti
Il ddl Cirinnà arriverà in aula: non sappiamo quando, con quale testo. Nel frattempo, non stiamo in ozio: a Milano l’11 dicembre 2015 le Sentinelle in Piedi torneranno in piazza, il 12 dicembre 2015 a Roma il Comitato “Difendiamo i nostri figli” si riunirà a congresso con i tanti Comitati locali, nati a decine in ogni Regione d’Italia. Manteniamo sempre vigile l’attenzione sull’iter della legge. Noi facciamo la nostra parte: se nel mondo politico e intellettuale di sinistra nascono appelli come quello che vi abbiamo raccontato, siamo ben lieti del vespaio che ne nasce. Certo, c’è già qualcuno che si sta tirando indietro, dopo essersi accorto di avere toccato sul vivo le sensibilità del mondo LGBT. Vediamo se gli altri resteranno fermi e decisi. In ogni caso, ogni crepa nella granitica certezza di quel mondo può aiutare la battaglia culturale, sociale e politica a difesa dei più deboli.

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