08 dicembre 2015

Il paradiso è nel nord Europa? Razzismo, intolleranza e disperazione

Il paradiso è nel nord Europa? Razzismo, intolleranza e disperazione


Spesso si leggono o si ascoltano esternazioni di ammirazione per i Paesi del Nord Europa, sul loro “essere avanti”, anticipatori del progresso, terre dei diritti e del benessere, dell’onestà e del rispetto.
Abbiamo sempre pensato che fosse il classico mito che si instaura nell’opinione pubblica e fatica a scrostarsi, venendo ripetuto a mo’ di cliché. Ed effettivamente pare essere così se si vanno a leggere le notizie che arrivano quotidianamente. Prendiamo come esempio la Svezia e la Danimarca.
Ad esempio, la “tollerante” Svezia sta diventando una delle capitali europee per il razzismo: alloggi per i rifugiati dati alle fiamme, devastazioni delle scuole adibite a centri d’emergenza per minori, bombe carta contro gli alloggi d’emergenza degli stranieri nella capitale, Stoccolma. La situazione è talmente degenerata che il Consiglio per la Migrazione svedese ha disposto ora la segretezza dei luoghi designati. Il terzo partito del Paese, i Democratici Svedesi, sono schierati contro “l’islamismo” e puntano a cacciare dalle città turchi, curdi e marocchini. E non si placano gli attentati contro i luoghi di culto islamici. Anche gli ebrei vengono presi di mira, il clima antisemita è irrespirabile da anni tanto che il Centro Wiesenthal ha suggerito:«Toglietevi la kippah e non parlate ebraico».
«L’immagine della Svezia come paese della tolleranza è superata da ormai un paio di decenni»ha affermato lo scrittore Gellert Tamas. Tuttavia pare che nemmeno decenni fa esistesse questa fantomatica tolleranza. Sono infatti state scoperte le persecuzioni e la sterilizzazioni di massadegli zingari tra il 1934 e il 1974, considerati una razza inferiore. Proprio nel periodo d’oro dei governi socialdemocratici svedesi, che fecero dell’eugenetica la bandiera nazionale per ridurre il peso degli elementi “parassitari” della società. Il premier Fredrik Reinfeldt ha chiesto scusa per questo passato oscuro oggi tornato alla luce, anche se diversi episodi di razzismo nei confronti dei rom continuano a riaffiorare nelle cronache. La Svezia ha anche dovuto fare i conti con 80 anni di sterilizzazione forzata ai transessuali (almeno 62mila casi), come imponeva il Codice civile dal 1934.
La colonizzazione ideologica, d’altra parte, è all’ordine del giorno: la tv pubblica danese (SVT) offre ai bambini un cartone animato dove protagonisti sono pene e vagina, mentre alle bambine viene invece distribuito un gelato a forma di pene. Da anni nelle scuole imparano a riferirsi alla realtà senza pronomi personali maschili (“lui”) o femminili (“lei”), ma soltanto con il pronome neutro “Hen”, in rispetto alla teoria di gender. Una delle religioni riconosciute dallo Stato svedese è il Kopimismo, che predica la condivisione dei file sul web. Non stupisce che la malattia principale degli svedesi è la solitudine, il 60% della popolazione vive da solo: «La famiglia non c’è più, l’ha sostituita Internet»,avvertono gli esperti (sono tanti i giovani svedesi che si suicidano in diretta sul web). Drammatico il racconto della psicologa Anna Svesson sul dilagante disinteresse dei giovani per i propri genitori anziani, che si lasciano morire in disperata solitudine.
Grossi problemi sociali anche in Danimarca, altro Paese “modello” di progresso. Le recenti elezioni sono state vinte da partiti che hanno fatto deldivieto di immigrazione il loro programma di governo, mentre i quotidiani di Copenhagenpubblicano annunci contro i profughi. L’altra faccia della medaglia è che, invece, coloro che si arruolano volontariamente per la Jihad, combattendo a fianco dei gruppi terroristi dell’Isis in Siria, vengono stipendiati tramite un sussidio dallo Stato, le loro famiglie ricevono un aiuto economico e, quando tornano, ricevono cure mediche e un posto di lavoro. Manca solo la premialità per chi porta a casa la testa di un “infedele”. D’altra parte la Danimarca accoglie nei suoi confini l’unico gruppo fondamentalista europeo a richiamarsi apertamente allo Stato Islamico (Isis), ovvero il “Millatu Ibrahim”, noto per le ronde nei quartieri per imporre la Sharia. Nel frattempo molti cittadini danesi si divertono in maratone di masturbazione, prima di tornare a casa a guardare una trasmissione televisiva dove delle donne si presentano nude davanti a due giudici che le valutano in modo spregiudicato. Alla faccia del femminismo. Iltasso di natalità è drammatico: più di una coppia su cinque è senza figli e il tasso di fertilità totale del Paese (1,7 figli per donna) è al di sotto della soglia di sostituzione, ma l’opinione pubblica è preoccupata più che altro a dibattere sulla liberalizzazione dell’incesto. Inoltre, c’è l’obiettivo nel 2030 di eliminare completamente la Sindrome di Down tramite la diagnosi prenatale e l’aborto selettivo dei bambini disabili, in chiaro sapore eugenetico.
La Danimarca vince sempre la classifica delle Nazioni più felici, i motivi sono stati trovati nel fatto che lavorano meno ore all’anno di qualunque altro paese al mondo e, di conseguenza, hanno bassi tassi di produttività, ed inoltre hanno il più alto livello di debito privato al mondo. Sono il quarto paese al mondo per impatto ecologico (si reggono sul carbone). Tra gli anziani danesi ci sono altissimi tassi di suicidio a causa di abuso di alcool, depressione o ansia, solitudine e isolamento sociale. Gli italiani che vivono in Danimarca descrivono un Paese ben lontano dal paradiso che molti immaginano: «in giro ci sono solo ventenni e cinquantenni divorziati. In giro, ovvero intendo ovviamente il venerdì e il sabato, gli unici giorni in cui abbandonano le tane e scendono in città»racconta un fisico italiano emigrato. «Escono già bevuti da casa per spendere meno, e siccome cenano alle 6 e mezza mediamente verso le 9 sono già ubriachi, dispensano allegramente urina per le strade (tutte le domeniche tocca lavare l’androne). La domenica in genere la passano in coma a riprendersi dalla sbornia, attendendo il lunedì. Il sesso è sicuramente molto presente, ma solamente per coprire la quasi totale mancanza di comunicazione emotiva. Nei locali la gente, ubriaca ed in preda ad una specie di trans ferina passa il fine settimana a ballare, e così, senza spesso una parola, si avvinghiano, si denudano, si accoppiano confusamente, con persone con cui il giorno dopo non avranno neanche la forza di incrociare gli occhi».
Chi ci vive parla di una «società svuotata, con immigrati qualificati che fanno i lavori qualificati, immigrati non qualificati che campano alle spese del sistema, che significa migliaia di afgani, siriani, nordafricani che si trascinano in giro in piena apatia, e nel mezzo i danesi, un popolo chiuso e isolazionista, che non fa che odiare sempre più ogni giorno gli stranieri. Per la prima volta nella mia vita ho sperimentato il razzismo sulla mia stessa pelle, quando vengo scambiato per un arabo». E allora, «perché la gente si sente felice in un paese di repressi, di gente che non si abbraccia perché si vergogna, del paese con il più alto tasso di alcolizzati adolescenti, dove le madri lasciano i figli (giuro) in carrozzina fuori del caffé in pieno inverno? Il fatto è che i Danesi sono convinti di essere felici, sono quasi inebetiti nella loro convinzione solipsistica di felicità, ed incapaci forse di confrontarsi».
Potremmo continuare parlando della Norvegia, dell’Islanda, della Scandinavia e di tutti i Paesi ritenuti “aperti”, “tolleranti”, “multiculturali” e “progressisti”, dove le caratteristiche sono simili: libertinismo sessuale, laicismo, individualismo, assenza di valori familiari (a causa della distruzione del matrimonio e della famiglia), solitudine, alcolismo. Per non parlare della violenza sulle donne, molto diffusa nell’Europa del Nord col 52% di donne danesi che racconta di aver subito una violenza fisica o sessuale, il 47% di quelle della Finlandia e il 46% di quelle della Svezia, contro il 27% dell’Italia (AA.VV. “European Union Agency for Fundamental Rights”. Violence against women: an EU-wide survey. Main results, Publications Office of the European Union, 2014).
Vengono in mente le parole di Benedetto XVI«Quando Dio rimane escluso dalla cultura e dalla vita pubblica e la fede in Lui diventa più difficile, anche perché viviamo in un mondo che si presenta come opera nostra, nel quale, per così dire, Dio non compare più direttamente, superfluo ed estraneo, ha luogo una radicale riduzione dell’uomo, considerato un semplice prodotto della natura, come tale non realmente libero e di per sé suscettibile di essere trattato come ogni altro animale. Nella medesima linea, l’etica viene ricondotta entro i confini del relativismo e dell’utilitarismo, con l’esclusione di ogni principio morale che sia valido e vincolante per se stesso. Non è difficile vedere come questo tipo di cultura rappresenti un taglio radicale e profondo non solo con il cristianesimo ma più in generale con le tradizioni religiose e morali dell’umanità: non sia quindi in grado di instaurare un vero dialogo con le altre culture, nelle quali la dimensione religiosa è fortemente presente, oltre a non poter rispondere alle domande fondamentali sul senso e sulla direzione della nostra vita. Perciò questa cultura è contrassegnata da una profonda carenza, ma anche da un grande e inutilmente nascosto bisogno di speranza».
Posta un commento

Facebook Seguimi