03 dicembre 2015

Il lavoro come violenza istituzionalizzata

Il lavoro come violenza istituzionalizzata

Il lavoro all’epoca della globalizzazione: una mattanza sociale all’insegna del precariato, che le nostre classi dirigenti non hanno saputo evitare, ma che era stata ampiamente prevista dalle scienze sociali, almeno vent’anni fa. Perché nelle parole di Poletti si nasconde una nuove compressione dei Diritti…

Hanno fatto molto discutere le dichiarazioni rilasciate dal Ministro del Lavoro Giuliano Poletti nella scorsa settimana, l’ultima di novembre. I titoli dei giornali ne hanno riportate soprattutto due: la prima sul voto di laurea: “prendere 110 e lode a 28 anni non serve a un fico, è meglio prendere 97 a 21”, e la seconda sul calcolo delle retribuzioni: “l’ora di lavoro a fronte dei cambiamenti tecnologici è un attrezzo vecchio”.

Queste frasi ci fanno sospettare che non ci si renda conto della situazione. Basta parlare con qualche giovane laureato per capire che oggi né un 110 lode né un 97 assicurano nulla: c’è chi toglie la laurea dal proprio curriculum per avere più speranze di essere assunto, chi oltre a una laurea ha ottenuto anche uno o più master e/o dottorati, ma per poter lavorare nel suo specifico campo di specializzazione si trasferisce all’estero. Per Poletti sarebbe meglio finire prima gli studi “per non essere costretti a competere contro lavoratori più giovani”: questo cosa mai risolverebbe?

Il problema è proprio il fatto di essere tutti costretti, a prescindere dall’età, ad una competizione spietata, mentre i datori di lavoro, vista la disoccupazione, dispongono di un potere di ricatto verso chi cerca o tenta di mantenere un impiego, potere che una lieve diminuzione dei relativi tassi non può certo limitare.
Gli imprenditori, anch’essi impegnati a competere tra loro, spesso lo fanno seguendo la strada più facile, comprimendo il costo della ‘forza-lavoro’: sono messi in condizione di farlo dalle regole vigenti, quasi come si trattasse di una compensazione per il fatto di essere vessati dal fisco. E’ esattamente il contrario di ciò che lo Stato dovrebbe fare, ovvero proteggere i lavoratori e allo stesso tempo semplificare la vita alle aziende.

La globalizzazione ha poi influito in modo negativo sia sulle imprese che sui lavoratori, non solo perché ne ha aumentato i competitori: se della concorrenza sleale delle società straniere attraverso il ‘dumping’ e del fenomeno delle delocalizzazioni all’estero si è molto parlato, pur senza risolvere nulla, sull’impatto dell’immigrazione non si riesce ad argomentare senza essere tacciati di xenofobia.
Lo slogan ‘ci rubano il lavoro’ certo non aiuta la discussione, poiché oltre a scaldare gli animi è inesatto: sarebbe meglio dire che gli immigrati ‘ci vincono il lavoro’, escono cioè vittoriosi dalla competizione “tutti contro tutti”, in certi rari casi per le competenze, più spesso perché disposti ad accettare paghe più basse, talvolta addirittura da fame.


Che tutto ciò potesse verificarsi non era del tutto imprevedibile, se già nel 1995 uscì un libro di Jeremy Rifkin dal titolo ‘La fine del lavoro, il declino della forza lavoro globale e l’avvento dell’era postmercato’, che trattava della ‘terza rivoluzione industriale’ (la ‘rivoluzione microelettronica’) e prevedeva che essa avrebbe portato sempre più lavoratori verso la disoccupazione.
Per correre ai ripari l’autore proponeva di ridurre l’orario di lavoro, mettere limiti alla globalizzazione economica e valorizzare il terzo settore, soluzioni che oggi possono sembrare insufficienti, ma sono state proposte vent’anni fa: se si fosse iniziato allora ad applicarle, forse avrebbero sortito qualche effetto positivo.
Invece la nostra classe dirigente non ha saputo andare oltre a delle variazioni sul tema delle ricette economiche degli anni ’80, tentando di risolvere i problemi ripetendo scelte simili a quelle che li avevano creati. Era quindi ovvio che non funzionassero, ma l’importante era sapere a chi attribuire la colpa, cioè ai lavoratori e coloro che cercano lavoro, in particolare i giovani, definiti con appellativi sprezzanti quanto fantasiosi: riconosciamo a Poletti almeno il merito di aver preso le distanze da chi insulta, affermando “non ho mai pensato che i giovani italiani siano ‘choosy’ o ‘bamboccioni’; anzi ho sempre espresso e continuo a nutrire molta fiducia in loro”.

I politici giurano di volere la piena occupazione per tutti, ma ci permettiamo di nutrire dei dubbi: una certa quota di disoccupati ha l’effetto di contrarre i salari e molte scelte politiche sembrano fatte per mantenerla, senza preoccuparsi del fatto che la parte della popolazione impossibilitata a lavorare si troverà ad essere socialmente esclusa.
La violenza psicologica tra colleghi è possibile solo quando a permetterlo sono le regole aziendali alle quali i lavoratori sono sottoposti.
Solo alcune aziende perseguono una politica di forte contrasto del fenomeno, in molti casi si lascia che le cose seguano il loro corso, in altri ancora sono gli stessi datori di lavoro che praticano una variante del mobbing detta‘bossing’, ovvero una “politica aziendale di abuso psicologico sui dipendenti” .
Vi sono contesti lavorativi in cui le cosiddette ‘risorse umane’ sono gestite attraverso una violenza istituzionalizzata, allo scopo di spremerle il più possibile. L’autore elencava una serie di condizioni lavorative dietro alle quali si può celare questa ‘organising violence’, tra le quali la flessibilità degli orari ed il pagamento legato al raggiungimento degli obiettivi firmati, con perdita dei straordinari e del recupero delle ore.

Poletti ha affermato che “dovremmo immaginare contratti che non abbiano come unico riferimento l’ora-lavoro”, ma questi contratti non solo esistono già da decenni, ma sono anche già stati utilizzati, in modo subdolo, per colpire i lavoratori!
Non c’è niente di male nel ragionare sui diversi metodi di calcolo della retribuzione, basta che in essi non si nascondano nuove compressioni dei diritti.

Michele Orsini

Nella foto il ministro del Lavoro Giuliano Poletti

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