11 dicembre 2015

Finlandia: vicina l’introduzione del reddito di cittadinanza

Finlandia: vicina l’introduzione del reddito di cittadinanza

Il capo del governo finlandese, Juha Sipilä, ha annunciato che il suo esecutivo sta progettando di introdurre, alla fine del 2016, un reddito di cittadinanza del valore di 800 euro mensili esentasse a persona, indipendentemente da altri redditi percepiti.
Per Sipilä l’effetto sarebbe innanzitutto di “semplificare il sistema di previdenza sociale”, poiché non sarebbe più erogata tutta una serie di altri sussidi. Ci si aspetta inoltre di ridurre la disoccupazione, ora a livelli record per il paese finnico, dove in molti rifiutano lavori a basso stipendio per paura di perdere i sussidi sociali. Dai sondaggi effettuati risulta che più dei due terzi dei finlandesi sarebbe favorevole.
In Italia è il M5S a considerare il reddito di cittadinanza come suo cavallo di battaglia, ma in realtà dà soltanto questo nome ad un’altra cosa, ovvero a un sussidio di disoccupazione, che andrebbe erogato solo parzialmente a chi lavora per una paga inferiore, fino a pareggiare l’importo del sussidio stesso, mentre chi già percepisce un compenso pari o superiore non riceverebbe nulla. Si tratterebbe di un provvedimento comunque importante, che secondo l’Istat sarebbe efficace nel contrastare la povertà. La proposta finlandese invece corrisponde alla definizione di reddito di cittadinanza utilizzata dagli economisti, ovvero un reddito universale ed incondizionato.
Negli ultimi anni, in ambito accademico, molti hanno preferito però altre definizioni, come ‘reddito di esistenza’ o ‘reddito di base incondizionato’, per la crescente difficoltà che si incontra nel condividere il significato di “cittadinanza”. Al di là degli aspetti nominalistici, la proposta è destinata ad essere vista come scandalosa, poiché mette in dubbio i dogmi delle teorie economiche dominanti. Sono in molti a dire che un sistema simile è insostenibile per meri motivi economici, ma altri studiosi hanno effettutato simulazioni che dimostrerebbero il contrario.
Liisa Hyssälä, direttore generale dell’Istituto finlandese per la previdenza sociale, afferma che il progetto comporterebbe addirittura dei risparmi per le casse dello stato. Non entriamo qui nella questione, ci limitiamo soltanto a dire che se si ritenesse valida l’idea si potrebbe introdurla in modo graduale, dapprima a vantaggio di coloro che sono più bisognosi di sostegno ed assistenza, con l’obbiettivo poi di estenderla a fasce di popolazione più ampie: la proposta del M5S potrebbe allora essere un buon inizio.
Già la settimana scorsa, nel nostro articolo ‘Il lavoro come violenza istituzionalizzata’ (l’Opinione Pubblica, 3 dicembre 2015) abbiamo citato il libro di Jeremy Rifkin sulla fine del lavoro, pubblicato nel 1995 e contenente una serie di previsioni che finora si sono rivelate azzeccate. L’economista, politologo e futurologo statunitense aveva previsto che nel 2050 il lavoro del 5% della popolazione sarà sufficiente a mantenere i livelli di produzione raggiunti al momento della stesura dell’opera.
Forse le cose andranno diversamente e la classe dirigente troverà un modo di rilanciare l’economia e di perseguire la piena occupazione come promettere da anni, ma un’analisi dell’attuale situazione sembra che il mondo del lavoro vada in un’altra direzione. Se anche quest’ipotesi di Rifkin si dimostrasse valida per un efficace protezione sociale dei cittadini non basterebbero più le forme di welfare finora utilizzate: il reddito di cittadinanza incondizionato potrebbe invece risultare una risposta adeguata.
Di fronte a una simile prospettiva è normale persare “sarebbe troppo bello per essere vero”, un pò ci spaventa però chi la trova iniqua e inaccettabile, come Elsa Fornero: quando era Ministro del Lavoro del governo Monti aveva criticato la proposta dei M5S perché gli italiani “si siederebbero a prendere il sole e mangiare pasta al pomodoro”, afferamazione che possiamo considerare come uno dei peggiori esempi di obiezione di stampo moralistico.
Al di là del fatto che nel prendere il sole e nel mangiare la pasta non c’è proprio niente di male, fa specie l’idea caricaturale di quelli che dopotutto sono suoi concittadini: è la classica descrizione che ci infastidisce quando a farla è uno straniero, manca soltanto il riferimento al mandolino! Il messaggio di fondo è anche peggio della forma un pò folcloristica nel quale è espresso, suggerisce che le persone vivono una vita senza senso e dovrebbero ringraziare chi le costringe a lavorare, salvandole da questo vuoto!
Si tratta di un’idea sottesa nella visione dell’essere umano propria di ogni materialismo ed in particolare nell’ideologia capitalista, secondo la quale ogni individuo è in pratica nient’altro che il suo tubo digerente. siamo di fronte ad un vero e proprio dogma, privo di una qualsiasi prova a suo favore: senza negare i bisogni materiali, ci sembra chiaro che ognuno di noi ne ha anche altri.
Nel lontano 1954 lo psicologo statunitense Abraham Maslow pubblicò un libro destinato a diventare un classico, dal titolo ‘Motivazione e personalità’, contenente una teoria della gerarchia dei bisogni umani, la celeberrima ‘piramide di Maslow’, che distingueva tra i bisogni elementari, legati alla sopravvivenza, e quelli superiori, ovvero psicologici e spirituali. La non soddisfazione dei bisogni elementari renderebbe le persone incapaci di soddisfare, se non addirittura di sentire, quelli superiori.
Siamo pronti a scommettere che la Fornero ha torto e che disporre di un ‘reddito di esistenza’, soddisfacendo bisogni fisiologici e di sicurezza, relativi cioé ai due segmenti inferiori della piramide, condurrebbe gli individui ad impegnarsi per soddisfare quelli più elevati, ovvero i bisogni di appartenenza, stima ed autorealizzazione. Se un grande numero di persone iniziasse a vivere in questa maniera, inoltre, anche la collettività di cui fanno parte diverrebbe migliore e più forte, in virtù del rinsaldarsi dei legami comunitari.

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