11 novembre 2015

UNA STORIA ORDINARIA NELLA TERRA DELLA CAMORRA E DEL CATTIVO STATO


Vi pregherei di leggere questa lettera toccante e piena di amarezza di un nostro fratello, un cittadino italiano che per la sua onestà e coraggio ha subito e sta subendo tutt’ora angherie e sofferenze che dovrebbero essere risparmiate anche ad un delinquente abituale. Nella lettera traspare la rabbia e l’impotenza verso uno Stato impotente e molte volte colluso con gli aguzzini che lo hanno ridotto in miseria, ma colpisce anche la volontà e la determinazione di continuare a lottare per la legalità ed il diritto ad una vita degna per un’essere umano. Non esistono eroi nella vita reale, esistono solamente individui che devono essere, con onore e rispetto, chiamati uomini. Chiudo con questo mio breve incipit ricordando una bellissima frase, che Edoardo Sciascia nel suo libro“Il giorno della civetta” fa recitare a don Mariano:

« Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi…E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre… Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo…»
Voglio scusarmi con i lettori perché quanto leggerete è ciò che è accaduto a me. Sono sempre alquanto restio a parlare delle mie vicissitudini, sia per una sorta di riservatezza sia perché qualcuno potrebbe pensare che, trattandosi di me stesso, io abbia potuto calcare la mano o quantomeno tacere su alcune cose per dare maggior risalto ad altre. Non posso fugare questi dubbi. Posso solo garantire la mia buona fede e l’assoluta veridicità di quanto vado a raccontare. Se volete pensate pure che ciò che, molto concisamente, racconto non riguardi il sottoscritto ma un anonimo padre di famiglia che si è trovato ad affrontare situazioni aliene ed alienanti. Chiunque avesse tempo e voglia per farlo può consultare il libro, autobiografico, che ho scritto. Tenendo conto che la narrazione delle mie vicissitudini si ferma alla data della pubblicazione, cioè il 2012.
Rapidamente dirò che la mia storia imprenditoriale, insieme a mia moglie, è iniziata nel lontano 1979. Per vari anni non abbiamo avuto problemi e siamo cresciuti fino a divenire imprenditori di un certo livello. Eravamo, sicuramente, fra i primi nella cittadina a sud di Napoli (confinante con la sua periferia est). Portici è un centro molto popoloso, all’epoca contava più di sessantamila abitanti. Dal 1992 in poi finì la pace, entrammo nel mirino del clan camorristico locale (i famigerati Vollaro) che dettavano legge sia in Portici che su parte di altre popolose città limitrofe: Ercolano, San Giorgio a Cremano, San Sebastiano al Vesuvio (dove il clan aveva una grande villa e dove, anche io ero andato ad abitare.

Ovviamente prima di finire sotto attacco dei delinquenti in questione). Forse fu la nostra rapida affermazione in campo commerciale o forse fummo poco accorti nell’acquistare una villa ad un centinaio di metri da quella dei Vollaro (o forse per altri più reconditi motivi che ben chiarisco nel mio libro “La carezza del male”), fatto sta che ad un certo punto fummo oggetto di attenzioni pesantissime da parte dell’organizzazione malavitosa.
Devo dire che, con il senno di poi, per quanto spregevoli fossero i personaggi che ci taglieggiavano rendendoci la vita un inferno essi erano almeno figure reali, individui con cui si poteva avere uno scontro, un confronto (da cui si usciva immancabilmente perdenti). In ogni caso certo non si nascondevano dietro barriere burocratiche o facevano a scarica barile tra loro. Dico questo perché posso asserire, a ragion di causa, di aver subito più danno dallo Stato italiano che dai camorristi. I camorristi si appropriavano di beni di cui, in definitiva, potevo anche fare a meno. Dovevo pagare un pesante pizzo, non potevo più permettermi l’agiatezza di un tempo, ma continuavo a vivere ed a lavorare. Certo a lungo andare la stretta dei criminali finì per stritolarmi e dovetti indebitarmi (con strozzini) per far fronte alle loro richieste sempre più pressanti e pesanti. Ad un certo punto, non potendo più sostenere la pressione criminale, in accordo con mia moglie, mi decisi a denunciare tutto alle autorità (Procura della Repubblica di Nola). Era il 2004.
Penserete: << Finalmente>>. Invece i miei guai peggiori stavano per incominciare proprio a partire da quella denuncia. Se io avevo atteso tanto prima di denunciare i reati di cui eravamo fatti oggetto c’è un perché: sapevo molto bene cosa sarebbe accaduto dopo la denuncia. Premetto che il dovere di ogni imprenditore onesto è quello di garantire la sopravvivenza economica non solo a se stesso ma anche ai suoi dipendenti ed alle loro famiglie, in una parola far di tutto (sempre nella legalità) per mantenere in piedi le aziende. Una volta che hai denunciato i tuoi aggressori hai smesso di lottare per la salvezza delle aziende, esse sono inesorabilmente condannate. La segretezza e la riservatezza sono del tutto sconosciute alle autorità di giustizia, tutto si viene a sapere con la velocità della luce. L’imprenditore che denuncia i camorristi si trova a dover affrontare la volontà di vendetta di questi ultimi, costretti a fartela pagare per non perdere la faccia. Ma non basta: le banche, immediatamente chiudono i rubinetti e ti chiedono di restituire quanto ti avevano prestato, con decorrenza immediata. I fornitori smettono di farti credito, i clienti disertano i tuoi esercizi per il timore di essere coinvolti in azioni violente portate contro la tua persona. In parole povere sei un soggetto a rischio per tutti. Ed è questo il motivo per cui chi finisce nella morsa della camorra non si precipita a denunciare, chi lo fa è perché ha altri motivi: Un’azienda già dissestata, una situazione debitoria insostenibile o altro. Sfido chiunque a mandare, scientemente, in malora anni ed anni di duro lavoro per far crescere un’azienda che consideri parte di te stesso, a cui hai dedicato tutto e tutto sacrificato. Io mi sono ritrovato con un figlio adulto e non ricordo quasi nulla della sua infanzia, per il semplice motivo che ero troppo preso dal lavoro. Un padre assente, giustificato ma pur sempre assente. Ebbene mi fu stato contestato che avevo denunciato con notevole ritardo. Possibile che i giudici siano all’oscuro della tragica trafila che subisce chi denuncia? Possibile che non si rendano conto che io, e tanti altri come me, non ce la siamo sentiti di sopprimere con le nostre stesse mani la creatura che avevamo visto nascere e crescere?
Denunciare subito! Ma a chi? Nel 1992 non esisteva ancora una legge che tutelasse chi denunciava gli estorsori, inoltre le forze dell’ordine erano fortemente inquinate da elementi collusi con la malavita organizzata. Proprio in quegli anni agenti di Polizia e Carabinieri di Portici erano finiti sotto indagine e rinviati a giudizio per collusione con il clan locale. Per tale motivo non mi rivolsi alle forze dell’ordine presenti sul territorio ma presentai la mia denuncia alla Procura della Repubblica di Nola.
Inevitabilmente quanto avevo previsto si verificò. Le mie imprese commerciali implosero e fu il tracollo finanziario. Le banche non aspettavano altro per mettere sotto sequestro tutti i miei beni. Così mi trovai senza più nulla, senza un lavoro, senza tranquillità (perseguitato dai camorristi e dagli Ufficiali Giudiziari), senza più una casa (sequestrata e venduta all’asta). Dopo aver cercato, in tutti i modi concessomi dalla legge, senza neanche l’appoggio di un legale, che non potevo permettermi, fui costretto ad abbandonare la mia casa. Il Giudice che aveva disposto il sequestro e la vendita dei miei beni si disse incompetente a valutare i risvolti penali in cui ero parte lesa, per tale motivo si affrettò a svendere tutto. Svendere è proprio il termine giusto perché a fronte di debiti verso banche e fornitori mi sono stati sottratti beni che avevano un valore di mercato enormemente superiore (se dico circa dieci volte in più non sono affatto lontano dalla realtà). Il giudice penale, ritenendo che non fossi stato abbastanza sollecito nel denunciare (leggi suicidarmi commercialmente) non mi ha mai ammesso ai benefici previsti per le vittime della criminalità organizzata. Benefici, vale la pena ricordarlo, che esistono solo sulla carta ma a cui, nella realtà dei fatti, non riesci ad accedere se non hai un’adeguata copertura politica. Poiché io non avevo mai avuto ne il tempo e soprattutto la voglia di leccare il culo a qualche politico … nisba. Niente di niente. Dopo che lo Stato aveva causato la nostra rovina mancando il controllo del territorio, dopo che non aveva impedito a cosche di agguerriti criminali di colonizzare le ampie zone di territorio lasciate a loro stesse, dopo che non ci aveva mai fornito adeguata protezione e mai si era interessato di sapere a cosa fossero dovuti tutti gli attentati che subivamo, ci siamo trovati in mezzo ad una strada. Cosa fare? Abbiamo venduto tutti gli ultimi oggetti di valore che ci rimanevano, compreso gran parte dei mobili (del resto inutili dato che ci trasferivamo da una grande villa in una piccola casa di campagna), raggranellando un po’ di soldini e, di comune accordo, ci siamo trasferiti in uno sperso comune dell’alta Irpinia. La speranza era che allontanandoci dai luoghi a maggior rischio avremmo, almeno, riacquistato un minimo di tranquillità in sicurezza personale.

Ci trasferimmo, con le nostre sole forze, in un piccolo paesino montano. Era il 2012, a quel tempo potevamo ancora contare sulla piccola pigione che percepivamo da un locale commerciale, pignorato dalle banche. Poi nel 2013 il Giudice decretò che anche la pigione dovesse essere sequestrata e restammo senza più alcuna forma di reddito. Dopo poco anche quell’ultima vestigia del passato benessere (il piccolo locale commerciale) è stato venduto all’asta giudiziaria per un quarto del suo valore. Senza più reddito non potei più pagare la pigione della casa in cui ci eravamo trasferiti: lettera di sfratto, sentenza di un Giudice compiacente che ci impone lo sfratto immediato e da un giorno all’altro mi ritrovo i Carabinieri in casa. Gli stessi Carabinieri a cui era stata affidata la nostra protezione (unica concessione dello Stato di fronte al fatto che i malavitosi ci avevano trovato anche in questo nostro volontario esilio e non mancavano di farci sapere che eravamo sempre nei loro pensieri. Protezione generica, qualche passaggio rado di una pattuglia, tanto per verificare che fossimo ancora tra i viventi). Dei tanti guai che io e la mia famiglia abbiamo patito, dei tanti pericoli che abbiamo corso, delle innumerevoli umiliazioni subite (mia moglie costretta a lavare i cessi ed infinite altre), dei tanti eventi traumatici quello dello sfratto forzoso, da quella casa che per altro non era di mia proprietà, fu, senz’altro il più traumatico, il più umiliante e moralmente devastante. Fui preso di peso e messo in strada, ai miei familiari fu intimata di mettere poche cose in valigia e di uscire subito. Io quel giorno persi la dignità, ridotto come mai nessun uomo dovrebbe esserlo, trattato come neanche un criminale deve essere trattato perché un minimo di dignità umana bisogna garantirla a tutti. Ho vergogna a dire che quel giorno piansi, come un bambino piansi. Piansi sul disonore che mi colpiva, sulla dignità che mi veniva strappata, sulla mia incapacità di proteggere i miei cari dalla protervia dei potenti. In quel momento mi resi conto, finalmente, che dallo Stato italiano non dovevo aspettarmi altro che sputi in faccia. Non ho rancore nei confronti dei militari che mi misero in strada, loro avevano avuto degli ordini e gli ordini si eseguono non si discutono. Tutto il mio disappunto va a chi quegli ordini li ha dati.
Il comune in cui abitavamo, che pure aveva case libere, non volle aiutarci, non volle rendere meno doloroso quel momento. Solo le suppliche di mia moglie e la giusta osservazione dei Carabinieri, gli stessi che mi avevano sollevato di peso e messo in strada, sull’impossibilità a garantire la nostra protezione se rimanevamo per strada, fummo prelevati e portati “d’imperio” in una lurida casa di 25 mq, disabitata da oltre trenta anni, sporca da far schifo, senza riscaldamento, senza allaccio elettrico, senza mobili (i nostri erano stati sequestrati per risarcire il proprietario dei canoni di locazione arretrati), in un comune vicino. Perché il sindaco del comune dove si trovava la casa da cui eravamo stati sfrattati non ci voleva più nel suo paese. Eravamo morosi nei confronti di un notabile del paese, eravamo pericolosi perché nel mirino dei camorristi, eravamo dei morti di fame.
Ora dopo sedici mesi da quel terribile 7 luglio 2014 siamo ancora qui in questo tugurio e ci apprestiamo a trascorrere un altro inverno terribile (siamo in montagna, nevica e spesso la temperatura precipita ben sotto lo zero). I grandi dispiaceri subiti mi hanno causato l’infarto e ho subito l’impianto di tre by-pass, mia moglie è afflitta da varie patologie (avrebbe bisogno di un’operazione urgente) di cui la più grave è sicuramente una grave forma di depressione che la costringe a letto per giorni interi, rifiuta il cibo ed io la guardo spegnersi ogni giorno un po’ di più. Di cosa viviamo? Ho una pensione d’invalidità civile (perché gravemente cardiopatico) di ben 289 Euro mensili. 289 Euro al mese, c’è di che scialare. Se non fosse per i pacchi alimentari della Caritas per almeno due terzi del mese dovremmo semplicemente digiunare. 289 Euro per pagare la bolletta della luce (che nel frattempo, grazie all’intercessione del sindaco del paese in cui ci troviamo ora, ci è stata allacciata), per comperare un po’ di cibo agli animaletti (un cane e un gatto) che avevamo già adottato anni fa e che non abbiamo certo il coraggio di abbandonare; piuttosto digiuniamo noi. 289 Euro al mese per mangiare tre umani e due animaletti.
E non è finita: considerato che in questo cesso non ci siamo venuti spontaneamente ma ci hanno portati con la forza mi aspettavo che ci fosse un accordo tra il comune da cui siamo stati banditi ed il proprietario di questa stamberga. Invece no! Il proprietario mi ha inviato il preavviso di sfratto perché nulla ricevendo dal comune (nel quale abitavamo prima) vuole essere pagato da me. Soldi non ne ho e se avessi qualche cosa non resterei certo in questa fogna. Prossimamente il dramma già vissuto si ripeterà. Ma ora non ho più dignità da farmi strappare, non ho più forza di affrontare gli sciacalli, non ho più niente, solo il dolore per aver costretto mia moglie e mio figlio ad una vita di stenti che li ha segnati pesantemente.
Questa è la storia ordinaria di un uomo che ha fallito nella propria vita rovinando anche la vita ai suoi cari, la storia di un uomo che non ha saputo proteggere la sua famiglia, la storia di un uomo che, dopo aver bruciato un terzo della sua vita, ancora cerca di diffondere il concetto di legalità. La storia di un uomo inutile.

La storia di Luigi Orsino per il Blog FAHRENHEIT 912
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