24 novembre 2015

QUELLI CHE VANNO A COMBATTERE CON L’ISIS, PERCHÉ LO FANNO?


QUELLI CHE VANNO A COMBATTERE CON L’ISIS, PERCHÉ LO FANNO?

di minima&moralia pubblicato domenica, 12 ottobre 2014 · 36 Commenti

Questo pezzo è uscito in Germania sulla TAZ. Ringraziamo l’autore e la testata.

di Marco D’Eramo

È straordinario come nessuno si soffermi davvero a chiedersi perché tanti giovani che vivono in Europa, Canada, Australia, persino Cina, vadano ad arruolarsi per combattere in Siria e in Iraq con il cosiddetto Stato islamico (Isis), o con altre milizie musulmane. Nei giorni scorsi il New York Times ha pubblicato un diagramma impressionante sulla provenienza geografica dei volontari stranieri presenti sul terreno. Le cifre sono sempre scivolose e spesso contraddittorie, ma la presenza straniera in Siria e Iraq è valutata intorno ai 17.000 combattenti (la confusione nasce perché alcune stime si riferiscono al solo Iraq o alla sola Siria, alcune al solo Isis, altre all’intera galassia di gruppi combattenti nei due paesi). I contingenti più nutriti provengono naturalmente dalla Cecenia e Nord Caucaso (circa 9.000) e dalla Turchia (1.000), dove l’Islam è religione dominante, come in Kosovo (400 volontari), ma ben 1.900 vengono dall’Europa occidentale (700 dalla sola Francia, 340 dalla Gran Bretagna, una sessantina dall’Irlanda), un centinaio dagli Usa, e tra i 50 e i 100 persino dall’Australia. L’interpretazione corrente è che questi volontari siano emarginati e fanatici, cioè “pazzi”. La follia è stata usata come spiegazione storica dai tempi di Caligola fino a Hitler e poi Amin Dada, Saddam Hussein e tutta la compagnia di leader e/o dittatori abbattuti o da abbattere. Ma è una spiegazione che non spiega niente e che anzi indica che siamo incapaci di spiegare il fenomeno. Bisogna maneggiare con estrema cautela le “eterodefinizioni”: così nessuno definisce se stesso “terrorista” (come nessuno definisce se stesso “populista”). Parafrasando una vecchia massima, il terrorista degli uni è il martire irredentista degli altri: “terrorista” è sempre la definizione che il nemico dà dell’avversario, il vincitore del vinto. Durante la seconda guerra mondiale i tedeschi chiamavano “terroristi” i maquisards, ma dopo la vittoria alleata nessuno li ha più chiamati così. Nello stesso modo, i francesi chiamavano “terrorista” l’Fln algerino, ma dopo l’indipendenza nessuno ha usato più questo termine, semplicemente perché l’Fln aveva vinto. Così nessuno ha chiamato “terroristi” Begin od Ho chi min, perché anch’essi hanno imposto la “narrazione del vincitore”.
Perciò andrebbe ponderato con attenzione il fenomeno di queste nuove brigate internazionali, tanto più dopo una monografia resa pubblica solo di recente, ma preparata nel 2010 dal Rand National Defense Research Institute e intitolata An Economic Analysis of the Financial Records of al-Qaeda in Iraq che analizza i dati contabili di Al-Qaida tra il 2005 e 2010, ma che Rand considera ancora validi anche per l’Isis, almeno nei caratteri fondamentali. Le due conclusioni di Rand sono che 1) la retribuzione non è il movente principale che spinge ad arruolarsi nelle milizie islamiche (Rand afferma che il reddito di un combattente è di gran lunga inferiore a quello percepito dalla media delle famiglie nelle regioni interessate, mentre le probabilità di morte sono assai superiori); 2) i terroristi hanno livelli d’istruzione e patrimonio superiori alle attese, il che indebolisce le teorie che spiegano la partecipazione alla militanza con una carenza finanziaria, una instabilità mentale o una scarsa educazione” (the observed higher-than-expected education and wealth levels of terrorists weakens theories explaining participation in militancy as being due to financial deprivation, mental instability, or poor education): non sono emarginazione, follia, povertà a motivare i volontari, parola di Rand.
Insomma queste nuove “brigate internazionali” sono un fenomeno che va preso sul serio e che pone un interrogativo ancora più serio. Non dimentichiamo che i primi “volontari stranieri” moderni furono coloro che nel primo ‘800 andarono a combattere e morire per l’indipendenza della Grecia cristiana dall’islamico impero ottomano. I più famosi furono il conte italiano Santorre di Santarosa (morto a Sfacteria nel 1821) e il poeta inglese George Byron (morto a Missolungi nel 1824). Il simbolo del volontariato internazionale ottocentesco fu Giuseppe Garibaldi non a caso chiamato “l’eroe dei due mondi” perché combatté in Brasile, Uruguay, Italia e Francia (nel 1871, contro i tedeschi). Tutti costoro facevano proprie le parole del saint-simoniano Emile Barrault: «Un uomo, che, facendosi cosmopolita, adotta l’umanità come patria e va ad offrire la spada ed il sangue a ogni popolo che lotta contro la tirannia, è più di un soldato: è un eroe».
Nel ‘900 questa tradizione fu ripresa dalle brigate internazionali, anarchiche, repubblicane, comuniste, nella guerra di Spagna che tanta traccia hanno lasciato nella letteratura: da Per chi suona la campana di Ernest Hemingway a Omaggio alla Catalogna di George Orwell.
Dopo la seconda guerra mondiale questa tradizione s’interruppe. Nessun volontario europeo partì per il Vietnam o per l’Africa del Sud dell’apartheid.
Il fenomeno riprese all’inizio degli anni ’90 con la guerra in Bosnia e poi in Afghanistan, fino all’arruolamento attuale nell’Isis che desta molta più attenzione. Ma c’è una novità enorme nella motivazione di questo nuovo volontariato internazionale. Non è più l’irredentismo patriottico o la solidarietà di classe, ma è un nuovo irredentismo religioso che vuole liberarsi dal giogo degli infedeli occidentali. I volontari europei dell’Isis potrebbero far proprie le parole di Barrault, solo che al posto dell’umanità porrebbero l’Islam.
L’interrogativo è allora: come è avvenuto che a motivare il sacrificio di tanta gioventù europea non sia più l’umanità, la patria, il socialismo, ma la religione? Che cosa abbiamo fatto a questi ragazzi per portarli a questo punto? Quello che fa imbestialire nel discorso dominante sul fondamentalismo islamico, soprattutto quello in Europa, è che glissa sulle cause strutturali, sull’alienazione sociale e riduce tutto a un’improbabile e inutile categoria di “insania e fanatismo”.
E che all’Isis tanto insani non siano, lo dimostra il fatto che con due “sole” decapitazioni pubbliche un gruppo di scalzacani è riuscito a farsi riconoscere come il nemico principale della maggiore superpotenza mondiale.

di Marco D’Eramo
Posta un commento

Facebook Seguimi