04 novembre 2015

Preghiamo per la Russia. Di nuovo sul Calvario

Preghiamo per la Russia. Di nuovo sul Calvario.

“Il sostegno dell’opinione pubblica russa all’intervento in Siria sicuramente crollerà se vengono uccisi più soldati russi o avviene un attentato terroristico di grande portata in patria…”: così, su Newsweek del 31 ottobre, i due analisti William Courtney (già ambasciatore Usa in Georgia e Kazakhstan, dunque uno specialista della sovversione estera) e Donald Jensen, della John Hopkins.
Alla luce della tragedia del volo russo da Sharm el Sheik, le parole di cui sopra assumono un senso preciso. Non si tratta di due privati. Si tratta del progetto del governo americano. Già pochi giorni fa Ashton Carter, il ministro del Pentagono, ha previsto che i russi sarebbero presto vittime di un attacco in Siria, e “avranno molti morti da piangere”.
Ormai molti blog hanno rilanciato l’informazione che il sito Aurora titola così: “McCain e Saakashvili complottavano per abbattere un aereo in Siria”. Saakasvili, l’ex presidente della Georgia, autore dell’attacco alle minoranze russofone di Ossezia del Sud ed Inguscezia , nel 2008, è stato oggi nominato da Poroscenko governatore di Odessa. Il governo georgiano di oggi lo ricerca per truffe, frodi, corruzioni varie.
Saakasvili e McCain
Saakasvili e McCain
E’ stata diffusa una conversazione intercettata fra lui e un suo ex ministro, l’israelo-georgiano David Kezerachvili , dove i due parlano di missili tipo Stinger (di fabbricazione sovietica) in Siria per distruggere più possibile di villaggi kurdi (quelli che combattono l’Isis) e seminare il caos nell’armata siriana. Dal colloquio è chiaro che il mandante di tutto è il senatore McCain, che aspetta con ansia i risultati del bel colpo.
Frattanto, terroristi dell’Isis sono stati fatti passare dalla Siria all’Ucraina: “negli ultimi tre mesi”, rende noto Meyssan, “una base è stata allestita dal regime di Kiev a
Kherson, di fronte alla Crimea. Qui la Turchia vi ha organizzato il trasferimento di molte centinaia di combattenti di Daesh…I jihadisti però non sono stati instradati in Crimea, ma nel Donbass. I battaglioni Sheik Manur Djokhar Dudaiev, di cui il New York Times aveva rivelato l’esistenza in luglio e che erano stati quasi immediatamente disciolti, sono stati di nuovo ricostituiti”.
Su iniziativa americana, i generali di 38 paesi europei sono stati convocati a discutere i mezzi militari e propagandistici da usare contro Mosca: “Deterring Putin” è stato il tema della convocazione. In questi stessi giorni la NATO ha scatenato un’esercitazione militare di vastità mai vista da decenni, Trident Juncture, con l’impiego di 36 mila uomini in base allo scenario di “risposta ad un’invasione di una regione fittizia chiamata Ceresia da parte di un vicino ostile che usa tattiche di guerriglia ibride come quelle che Putin ha adottato in Ucraina” (sic).
Ma è quasi impossibile avere un’idea di quante iniziative di sovversione ed attacco siano in corso attualmente e contemporaneamente, da parte dell’impero del Caos, per stroncare la Russia. Per esempio, gli Usa stanno finanziando laboratori per la produzione di armi biologiche in numerosi paesi dell’Est europeo, un tempo parte del campo sovietico. Lo ha sottolineato, durante una riunione del Comitato di sicurezza nazionale russo, Nikolai Patrushev, capo dell’FSB (ex Kgb) e del Comitato nazionale antiterrorismo (NAK): sono “decine di miliardi di dollari” che vengono investiti per la produzione “di armi biologiche a fini militari” ai confini stessi della Russia” sui “territori della Comunità degli Stati Indipendenti”. Uno di questi centri di produzione è nella capitale della Georgia, Tbilisi, e si chiama “ Richard G. Lugar Center for Public and Animal Health Research”. Questa produzione viola i trattati che gli Usa stessi avevano firmato per l’abolizione di armi chimiche e biologiche: la Russia le sta distruggendo e ne sarà totalmente priva nel 2020. Gli Usa si sono dati tempo fino al 2028, e nel frattempo stanno accelerando l’insediamento di fabbriche di produzione in paesi addossati alla Russia. La natura criminale di queste azioni, anche da parte di una potenza nota per azioni criminali internazionali, non dovrebbe sfuggire ad alcuno.
Per questo chiederei ai lettori di cominciare a formare una catena di preghiere per i russi. Una catena di Rosarii.
Intendiamoci: i criminali internazionali, convinti che a forza di attentati e perdite inflitte ai russi, faranno diminuire il favore che Putin riscuote fra di loro, quasi certamente sbagliano calcoli. Non ne capiscono l’abnegazione, l’immensa storica capacità di soffrire. Non ricordano gli attentati dei ceceni? Quando presero ostaggi tutto il pubblico e il personale del teatro Dubrowska, un migliaio di persone? Gli Spetznaz furono mandati a liquidare i terroristi armati e pieni di esplosivo; li addormentarono con un gas sconosciuto e venefico; anche 130 ostaggi rimasero uccisi da questa sostanza. L’Occidente aspettò una rivolta dell’opinione pubblica; qualche “liberal” inscenò qualche protesta…ma la gente non protestò. La maggioranza dei russi accettò che “quello” si doveva fare, a qualunque costo.
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E quando i folli di Basayev presero la scuola di Beslan, Nord Ossetia, con dentro 777 bambini fra gli oltre mille ostaggi? Cominciò il primo settembre 2004 e andò avanti per giorni, giorni d’angoscia della povera gente i cui bambini erano lì prigionieri di orrribili mostri pieni di eccitanti, in mostra davanti alle telecamere del mondo intero. Alla fine le forze di sicurezza russe fecero uso di carri armati e razzi incendiari; morirono tutti i terroristi ma anche 385 ostaggi, fra cui 186 scolari. L’intera Russia si unì al dolore di quei genitori, di quegli insegnanti, di quelle povere famiglie: pochissimo criticarono l’azione del governo. I sondaggi mostrarono che un 58% dei russi aveva tratto da quella tragedia una lezione: bisogna essere ancor più duri coi ceceni. Costi quel che costi.
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No, non temo quel che i criminali internazionali si propongono per i russi. Ma piango per questo popolo: un popolo profondamente ferito dai settant’anni di comunismo: un bagno di sangue che ha lasciato una piaga aperta nella demografia – 60 milioni di morti, 22 dei quali nella guerra contro il Nazismo, troppi altri nel Gulag – e dove tutti, carnefici non meno che perseguitati, portano dentro una piaga nell’anima, per ciò che hanno fatto o non hanno fatto. Per le code davanti alle botteghe vuote, per la vodka ingurgitata, per “il grugno maialesco” che ha sfigurato il volto angelico che la Russia spera sempre di conquistare. Per la paura dei passi di stivali sul pianerottolo, per la tessera di partito e quella per la razione semestrale di mutande (anche quelle), per la puzza di cavoli, le riunioni di fabbrica ad applaudire le menzogne del delegato; per i parenti che non sono tornati dal Lager…
una pensionata durante il liberismo
una pensionata durante il liberismo
Dopo questo, è arrivato l’altro flagello: la libertà. Con la consulenza della Scuola di Chicago. Cosa è costata ai russi il “passaggio-lampo al capitalismo”, è un GuLag che aspetta ancora il suo Solgenitsyn. I prezzi prima controllati lasciati da valutare al mercato: aumenti dei beni essenziali dell’800 per cento, stipendi divenuti ridicoli. Allora i vecchietti han cominciato a morire: o di fame, con la pensione ridotta in potere d’acquisto a 15 dollari mese, o ammazzati dai gangster per occuparne il bilocale nel falansterio di stato. Fisici nucleari ridotti a raccogliere cicche da vendere al mercato, medici che hanno vissuto per mesi mangiando solo cavoli o papate, ufficiali a cui la paga bastava una settimana (800 mila soldati furono rimpatriati e alloggiarono per anni in tende con le famiglie ), umiliazioni, oligarchi dai nomi ebraici che si vantavano in tv delle loro Ferrari e Rolls. La mortalità in quegli anni è cresciuta del 60%; due milioni di bambini furono abbandonati per strada, quasi metà della popolazione campò con meno di 4 dollari al giorno, i beni e i cespiti pubblici furono saccheggiati. E dappertutto il vuoto, lo smarrimento delle anime. La sensazione di vivere vite di seconda mano in un tempo di seconda mano (Tempo di seconda Mano è il titolo del libro della Svetlana Aleksievic, a cui hanno dato il Nobel perché odia Putin…ma è un cumulo di storia e confessioni lancinanti di inenarrabili sofferenze, di colpe e di pene, di violenze e di silenzi. Anime ferite, anime deformate anime esauste e di seconda mano.
Vladimir Putin: “Per i russi, lo Stato forte non è un’anomalia da combattere, ma al contrario è fonte e garanzia di ordine, iniziatore e forza-guida di ogni cambiamento”. Putin ha raccontato che sua madre lo fece battezzare di nascosto. Lui va’ a Messa di Natale alla Santissima Trinità, la stessa chiesa dove andava il maresciallo Kutuzov, che sconfisse Napoleone arretrando: nell’immenso spazio russo.
L’apparatchik che, appena presidente nel 2000, davanti agli attentati ceceni va’ in tv a promettere “Li staneremo e li strangoleremo nel cesso”, lui di solito così freddo e controllato, mostrando quel fondo di brutalità che non dorme mai nella mente di un agente degli organi.
Lui che ha fatto ricostruire la cattedrale del Salvatore che Stalin abbattè, è lo stesso che ha restituito la bandiera rossa all’Armata, e la stella rossa ai militari. Le sue parole in quell’occasione meritano la citazione:
La bandiera rossa è stata innalzata a Berlino (…) se accettiamo di non poter usare i simboli di epoche precedenti, inclusa quella sovietica, allora vuol dire che i nostri padri e madri sono vissuti inutilmente, la loro esistenza è stata priva di senso, son vissuti invano”.
Ancor oggi ci sono donnette con un cappottino da quattro soldi che alzano quella bandiera rossa con falce e martello nei raduni dei comunisti, “perché io non ho nulla da rimproverarmi”. E non sono vissute invano. Mi ricordano tanto mia madre che avrebbe portato lo stendardo fascista, per lo stesso motivo; le parole di Putin sono rivolte a loro.

Vite di seconda mano
Vite di seconda mano
Putin della bandiera rossa all’Armata, è anche quello che, all’accademia navale di San Pietroburgo, ha fatto elevare una statua all’ammiraglio Kolchak. Il nome non dirà niente ai giovani, e poco ai russi, perché è stato un nome cancellato. Aleksandr Kolchak (1874-1920) fu il comandante supremo della Guardia Bianca, l’esercito che combattè per lo Zar a Zar morto, contro l’Armata Rossa di Trotzky. Giunse a comandare 110 mila uomini; sul Volga provocò la rotta dei rossi nel panico. Sperò nell’aiuto delle potenze occidentali, naturalmente invano. I suoi si ritirarono combattendo fino in Siberia. Trotski aveva ordinato di identificare e prendere ostaggio le famiglie degli ufficiali bianchi. Alla fine, misero le mani anche sull’ammiraglio e lo fucilarono ad Irkutsk, e ne gettarono il corpo in un fiume.
Kolchak
Kolchak
Nemmeno di Kolchak, nemmeno dei suoi cosacchi e guardamarina, si dica che sono vissuti inutilmente.
Certo, c’è stato qualche anno in cui i russi qualunque hanno sperato di poter mettere il grufolo nei beni del consumismo occidentale: il gorgonzola italiano, il pollame e le mele tedesche, una settimana coi bambini a Sharm a fine stagione con lo sconto. Ora vedono che non gli è stato concesso.
Qualche giorno fa, una nostra giornalista radiofonica si meravigliava, da Mosca, di trovare i russi tutti a favore dell’intervento in Siria, tutti per Putin. “Ma tutti sono tristi”. Certo; consapevoli che di nuovo, mutilati, feriti, esausti come sono, devono un’altra volta salire sul loro Calvario. Ed hanno come nemica la ultima vera “contro-civiltà”, il criminale impero del Caos .
Preghiamo dunque una catena di Rosarii per questo popolo. Che l’Immacolata lo difenda e protegga, e faccia trionfare il suo cuore immacolato. E il Salvatore lo salvi.
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