09 novembre 2015

Le case del Vaticano: quante sono e come vengono gestite

Le case del Vaticano: quante sono e come vengono gestite

IL “TESORETTO” IMMOBILIARE D’OLTRETEVERE: DAGLI APPARTAMENTI DI PROPAGANDA FIDE ALLE ABITAZIONI DELL’APSA DESTINATE AD AFFITTI DI FAVORE PER I DIPENDENTI DELLA SANTA SEDE.

«Per respirare quell’atmosfera sensuale tipica delle abitazioni degli alti prelati della fastosa corte pontificia. Tre suites di questa dimora nel cuore del centro storico rinascimentale a 100 metri da Piazza Navona…». È l’intrigante messaggio pubblicitario nel sito web di una delle «antiche dimore» del «Burcardo», residenze romane di lusso. Il Vaticano non c’entra nulla con la loro gestione, ma ne è proprietario. Sono infatti tra gli immobili della Congregazione di Propaganda Fide, il cui cardinale Prefetto è anche soprannominato «il Papa rosso» visti i beni che amministra per ricavarne soldi da destinare alle missioni.

Uno dei capitoli della Vatileaks 2, basata sulle carte dell’accurata indagine interna voluta dalla stessa Santa Sede, riguarda le «case del Vaticano». Sotto questa denominazione ricadono migliaia di appartamenti nella capitale, riconducibili a ben 26 diverse istituzioni – si legge in un report della commissione Cosea – «relazionate alla Santa Sede». Beni immobili per un valore contabile totale di un miliardo di euro alla fine del 2012, ma che in realtà, secondo mercato, potrebbero valere quattro volte tanto e hanno raggiunto, nel 2013, un reddito totale da locazione di 88 milioni di euro. Le cronache e le inchieste giudiziarie degli ultimi anni hanno portato alla ribalta i nomi di inquilini o ex inquilini vip, che hanno ottenuto in affitto o acquistato le residenze più belle e centralissime di Propaganda Fide, che possiede circa 500 appartamenti in una sessantina di palazzi e le gestisce in modo autonomo dall’amministrazione centrale della Santa Sede: appartamenti in piazza di Spagna, in via della Vite e via Sistina, in via Margutta e in via del Babuino. Le abitano politici, imprenditori e giornalisti, talvolta a canoni più bassi rispetto a quelli di mercato ottenuti in cambio di lavori di ristrutturazione degli immobili pagati a spese proprie, come nel caso di Bruno Vespa.

Ma il vero forziere delle case è quello dell’Apsa, l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, che ha funzioni di «banca centrale» del Vaticano, che gestisce i suoi asset di beni mobili e immobili – un patrimonio complessivo di 2,7 miliardi – per «fornire fondi necessari all’adempimento delle funzioni della Curia romana». Una parte consistente delle migliaia di appartamenti gestiti dall’Apsa si trova nei dintorni del Vaticano.


«Le case dell’Apsa – spiega a La Stampa un prelato che ha lavorato a lungo nella “Banca centrale” – vengono assegnate per il 70% a dipendenti della Santa Sede a un canone d’affitto inferiore del 40% al valore di mercato degli alloggi in affitto nelle stesse zone». Il canone ridotto rispetto al valore di mercato della casa «rappresenta un’integrazione del salario e un benefit per i dipendenti vaticani». Il rimanente 30% viene affittato «a esterni che ne fanno richiesta, a un canone mensile inferiore del 15% al valore di mercato dell’appartamento». Dunque certamente conveniente, ma non convenientissimo.

Sia per i dipendenti che per gli aspiranti inquilini esterni, le liste d’attesa sono lunghissime. «Molti esterni – confida il monsignore – si fanno raccomandare da prelati e personalità vaticane per ottenere l’abitazione». Conoscenze e amicizie sono dunque un canale privilegiato. Alcuni degli alloggi di via di Porta Angelica sono stati affittati a inquilini esterni e «si sta valutando la possibilità di fare lo stesso con gli appartamenti che si trovano in altri palazzi oggi occupati esclusivamente da cardinali e vescovi a piazza della Città Leonina e al Sant’Uffizio, accanto a piazza San Pietro». Sono interessati all’affitto studi notarili, sedi di rappresentanza di istituzioni internazionali e ambasciate. Il Governatorato e l’Apsa hanno incaricato alcuni architetti di ottenere nuovi appartamenti più piccoli dividendo alloggi di grandi metrature.

«Il compito si è rivelato complicato – spiega il prelato – perché in gran parte si tratta di case vecchie nelle quali è molto costoso intervenire sulle tubature per allacci e impianti idrici. Si è riuscito a farlo solo in pochi casi, come per esempio in un appartamento al Palazzo del Sant’Uffizio nel quale in una casa di 400 metri quadri è stato ricavato un secondo alloggio più piccolo». I canoni di affitto sono stati adeguati, non senza proteste degli inquilini. Ma c’erano figli o nipoti di dipendenti vaticani defunti che continuavano a pagare affitti da 500 euro per appartamenti di 150 metri quadri in zone centrali della capitale. «In alcuni casi gli appartamenti sono risultati occupati da persone diverse da chi aveva titolo per ottenere l’affitto a prezzo calmierato».

Secondo la Cosea nella gestione degli immobili vaticani «esistono importanti mancanze strategiche»: con il solo adeguamento al mercato dei canoni di locazione, pur mantenendo l’impegno di offrire case ad affitti di favore ai dipendenti, la commissione ha calcolato un possibile incremento del reddito di almeno 25-30 milioni. La riforma dovrebbe portare maggiore trasparenza, meno privilegi agli amici degli amici, attenzione alle situazioni di bisogno e più razionalità.

Fonte: Aleteia
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