24 novembre 2015

La guerra contro l'Isis è un "vero affare": ecco chi ci guadagna


Dopo gli attentati di Parigi i titoli delle grandi multinazionali delle armi sono schizzati al rialzo: tra loro anche l'italiana Finmeccanica. I migliori acquirenti sono i paesi del Golfo

Che l'Italia esportasse armi lo sanno bene i cittadini di Cagliari, che hanno visto partire diversi carichi con destinazione Arabia Saudita dal proprio aeroporto, tra vacanzieri e voli low cost. La denucia è partita da diverse ong che stanno continuando a chiedere delle spiegazioni ufficiali al governo. In realtà gli affari che si fanno con i paesi della penisola saudita sono davvero notevoli, in particolare quelli che riguardano il settore degli armamenti.

La prima reazione dei mercati finanziari ai tragici eventi di Parigi è stata più che positiva: le borse europee hanno chiuso invariate mentre Wall Street ha messo a segno un corposo rialzo, superiore al punto percentuale. In questo senso i mercati hanno "ben accolto" i venti di guerra: in aumento la produzione di due settori importanti, quello delle armi e quello energetico. 

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Prima i bombardamenti russi, poi quelli francesi: tutti fatti che hanno mandato in orbita i titoli di grandi multinazionali come Lockheed Martin, Bae Systems e l'italiana Finmeccanica. Azioni che sono destinate a crescere visto che gli stanziamenti degli stati per la sicurezza non si fermeranno a breve. L'indice Bloomberg del settore aero-spaziale e della difesa, dagli attentati di Parigi ha guadagnato il 4,5%, Finmeccanica più dell'8%. Inoltre Bruxelles ha dato il via libera per questo tipo di investimenti: i soldi spesi per lottare contro il terrorismo non rientreranno nella "spendind review". E nella legge di Stabilità nostrana sono pronti 120 milioni di euro per nuove risorse. 

Il nostro paese all'interno di questo meccanismo non ha un ruolo secondario: per il Sipri di Stoccolma, istituto specializzato nella ricerca sul commercio di armamenti e spese per la Difesa, tra il 2010 e il 2014 l'Italia aveva in mano il 3% del mercato delle armi, settore che ha visto la crescita. A chi vendiamo armi? Anche in questo caso la piazza migliore è quella dei paesi sauditi: il primo cliente sono gli Emirati Arabi Uniti (Eau) che assorbe il 9% delle spedizioni. Questo paese è quello che proprio tra 2010 e 2014 si è armato maggiormente nel mondo. Gli fanno compagnia Cina e india. 


In qualche modo la lotta al terrorismo è anche un "vero affare": come spiega Raffaele Ricciardi su Repubblica già dopo l'assalto alla redazione di Charlie Hebdo, Finmeccanica registrava che "la spesa per nuovi investimenti tenderà nei prossimi anni a crescere con un ritmo intorno al 2% annuo, grazie al lancio di programmi per lo sviluppo di nuovi sistemi di armamento e allo stanziamento di fondi per operazioni contro il terrorismo organizzato internazionale (circa 40 miliardi di euro tra il 2015 e il 2017)". 

L'azienda italiana è presente con dodici siti tra Arabia, Emirati arabi uniti e aree circostanti. Per il ministro della Difesa Roberta Pinotti "è tutto regolare per quanto riguarda le autorizzazioni, il governo italiano opera nel rispetto della legge". Ma c'è chi non la pensa così: "La Legge 185 del 1990 vieta espressamente le esportazioni di tutti i materiali militari e loro componenti verso i Paesi in stato di conflitto armato" spiega Francesco Vignarca della Rete italiana Disarmo.

E per chi aveva ancora dubbi Pinotti ha ricordato come tra gli Stati del Golfo e l'Isis ci sia uno stretto legame: "All'interno dei Paesi arabi ci sono state raccolte di fondi di fondazioni private che dicevano di avere fini caritatevoli e che in realtà finanziavano i terroristi". Secondo il Washington Institute for Near Policy, l’Isis ha ricevuto oltre 40 milioni di dollari negli ultimi due anni da benefattori dell’Arabia Saudita, del Qatar e del Kuwait.

Redazione
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