02 novembre 2015

IL PROSSIMO RE DI ROMA ALFIO MARCHINI / TRA MATTONI, PARADISI FISCALI E ACROBAZIE PERICOLOSE

mont vero
Tutti lo cercano, tutti lo vogliono il Bell’Arfio nuovo Re de Roma. Può andare bene a sinistra (sic), ottimo per la destra, perfetto per il centro. E a lui sta “strabene” farsi tirare per la giacca sempre perfetta, sbandierando la sua “autonomia”. E già s’annuncia una disfida a tre: il candidato 5 Stelle (Di Battista?), e poi loro due, Alfio Marchini e l’uomo che ha subito dichiarato di non volersi candidare, e proprio per questo verrà candidato, il prefetto-tutore (di Ignazio Marino) Gabrielli. Un altro nome che può andare strabene per destra, centro e sinistra, quello del super poliziotto super prefetto, un curriculum lungo mezzo chilometro. Sullo sfondo, la non presenza del sub Marino, ormai un’entità a sé, che vive in un mondo tutto suo e pronuncia poche, ma ben sconnesse frasi: “abbiamo battuto il nazismo, abbiamo battuto il fascismo, batteremo adesso i mafiosi”, le prime parole di rientro dalla lunga vacanza, con ogni probabilità non gli States e gli Oceani, come si era ipotizzato, ma il Giappone, era l’ultimo combattente rimasto nella giungla.
Ma torniamo al bell’Arfio. Per radiografarne le ultime performance, amici, legami e affari compresi.
Partiamo da sinistra, dove del resto nasce la storia della sua dinasty. Tutta falce & mattoni, dal partigiano dei Gap nonno Alfio, al prozio Alvaro, presidente della Roma di Ciccio Cordova (che sposò Simona Marchini), fino all’amicizia con Massimo D’Alema: nel ’94 entra nel cda della Rai e di Sipra, il colosso che gestiva la pubblicità, ma si dimette presto. Ed è nel 1997, con baffino segretario dell’allora pds, che Marchini entra a vele spiegate nell’azionariato dell’Unità, un salvagente per il giornale fondato da Gramsci e sempre in acque burrascose.
Un affare (a perdere) tira un altro (a guadagnarci, eccome) e siamo alla storia tutta partenopea targata Risanamento. Una vera storia alla Totò: come mi compro la fontana di Trevi senza soldi. Così accade per lo smisurato patrimonio immobiliare della storica società Risanamento, in pancia ben seimila abitazioni del centro storico di Napoli, almeno 1000 miliardi il valore, comprata con una vera acrobazia (in gergo finanziario si chiama “leveraged buy out”): prima un maxi sconto, ossia base 500, e per il comodo pagamento provvedono le banche, alle quali vengono dati in garanzia gli stessi immobili oggetto della compravendita. Degno del miglior San Gennaro! Ma chi sono i maghi di questa finanza già allora, siamo a fine 1999, super creativa? Due campioni del mattone, Alfio Marchini e il suo partner Alberto Zunino, che per anni rimarrà in sella al nuovo Risanamento. Allora i cavalli di Troia si chiamavano “Domus Italica” (con i due soci al timone) e “Imar” che radunava un paio di manager targati Risanamento favorevoli al super saldo “politico”, al cadeau per chi compra e alla faccia dei contribuenti, e soprattutto degli inquilini della storica società napoletana, costretti a trattare con una proprietà un po’ più “famelica”. Si apre la rituale inchiesta della magistratura – dopo una sfilza di denunce – ma alla fine viene partorita la solita bolla di sapone. Tutto ok.
Tutto rose e fiori con i dalemiani, allora. Non solo Alvaro allora costruì il Bottegone per tutti i funzionari pci, ma la fondazione Italianieuropei stabilisce il suo sfarzoso quartier generale in un palazzo di proprietà Marchini. E Arfio fa di più: entra nel consiglio d’amministrazione di Italianieuropei, il fiore all’occhiello per gli studi di politica estera partorito da Massimo. Da un think tank all’altro, eccoci a casa Violante, ossia al pensatoio creato dall’ex presidente della Camera, ItaliaDecide, del quale l’onnipresente Arfio è socio fondatore. Ma i rapporti con l’ex toga passata alla politica non finiscono qui: perchè a presiedere per anni una delle società strategiche dell’arcipelago Marchini, Methorios, è Paolo Cacciari, commercialista torinese che ha sposato proprio la figlia di Violante. Ma sulla tribolata storia di Methorios torneremo più avanti.
Molto più rapido l’excursus sui rapporti a destra e al centro (che finiscono anche stavolta in business). Storicamente vicino all’Opus Dei e grande amico di Rocco Buttiglione, Marchini junior a inizio anni ’90 finanziò anche il Sabato, settimanale di Comunione e Liberazione, dove volle proprio l’amico Rocco alla direzione (poi passata, prima di chiudere nel ’93, all’allora inviato del Giornale Paolo Liguori). Ottimi e abbondanti i rapporti con la finanza cattolica e non solo: due, in particolare, le sue stelle polari, Cesare Geronzi, che lo volle al suo fianco nel cda della Banca di Roma (poi Capitalia); e Giovanni Bazoli, numero uno della ‘finanza cattolica’, storico nume di Intesa San Paolo e, fra le tante poltrone, anche la presidenza di Mittel, azionista della sigla storica di casa Marchini, Astrim. Tra i mattonari il riferimento imprescindibile è Francesco Gaetano Caltagirone: affari insieme in Spagna, entrambi ex consiglieri della super municipalizzata capitolina Acea, del resto ottimi i rapporti di Alfio con Pierferdinando Casini, marito di Azzurra Caltagirone. Un appoggio strategico, quello della famiglia Caltagirone, per la corsa al Campidoglio (dinasty che comunque punterà le sue fiches sul cavallo vincente, c’è da scommetterci).
Eccoci, allora, al cuore finanziario dell’impero Marchini, tra luci, ombre e tanti paradisi fiscali, da Malta a Lugano e al Lussemburgo. Il percorso si snoda soprattutto lungo l’asse Astrim-Methorios. Partiamo dalla prima, il mattone d’esordio della dinasty, e oggi tutta votata a “gestioni immobiliari” e “facility management” (come il gruppo Romeo che abbiamo visto in questi giorni). La grande cuccagna di Astrim, per molti anni, si è chiamata Consip, ossia la centrale acquisti del Tesoro, capace di decidere spesso vita, fortune e morti di imprese che bussano alle porte dello stato per commesse. Il periodo d’oro, per Astrim, è stato il biennio 2010-2012, durante i quali la dea bendata Consip l’ha più volte baciata con lotti plurimilionari. Fatturato tutt’altro che disprezzabile, una trentina di milioni di euro, e soprattutto un parterre azionario di tutto rilievo: tra i soci, infatti, spicca Unicredit, che ovviamente finanzia le molteplici imprese di Alfio, c’è la fiduciaria svizzera MaTra, riconducibile alla Banca del Ceresio, acquartierata a Lugano. E ancora: nel ventre di Astrim c’è una presenza di casa, la “Immobiliare Madonna della neve”, a sua volta controllata da una delle creature predilette del sindaco in pectore, ossia Lujan, il piccolo ma dinamico scrigno di partecipazioni personali. Una bella ragnatela insomma.
Una ragnatela che si fa ancora più fitta, e a volte inestricabile, se entriamo nei misteri di Methorios: una merchant bank, secondo parecchi, “all’amatriciana”. Tutto ruota intorno ad un “anomalo” rapporto a tre: e forse per questo finito sotto i riflettori della Bce. Come nel più classico gioco delle tre carte, sulla scena ci sono due finanzieri e una banca (al solito, da mungere, se poi è veneta tanto meglio). I protagonisti sono ovviamente Alfio Marchini, Alberto Matta a bordo del suo fondo Optimum e la Popolare di Vicenza. Qualche flash su Matta, un rampante finanziere che si è fatto le ossa a Londra per poi spostare il baricentro dei suoi interessi in Lussemburgo, dando vita al fondo Optimum (come il burro). Ma – secondo le ultime notizie – si sta pian piano sciogliendo, perchè Consob e ispettori Bankitalia, una volta tanto, hanno deciso di vederci più chiaro in un vorticoso giro di danari e anche su un’altra creatura targata Matta, ossia il Futura Fund di Malta.
E’ due anni fa, luglio 2013, che il fondo maltese riconducibile a Optimum decide di sottoscrivere forte in Methorios. L’operazione viene condotta da un uomo di fiducia di Matta, Girolamo Stabile, che diventa anche vicepresidente dei Methorios. Nello stesso periodo le casse di Futura sono in ebollizione: Marchini vende sue azioni e incassa una bella sommetta, una decina di milioni di euro. Non è finita, perchè il dinamicissimo Arfio investe quel gruzzolo (tutto, in parte?) proprio nella Popolare di Vicenza, la quale, a sua volta, compra massicciamente fondi Optimum. Insomma, un incredibile valzer finanziario, a botte di titoli e liquidi.
A conti fatti, pare che la banca veneta abbia investito la bellezza di 250 milioni negli Optimum. Operazione ad alto rischio, ed è forse proprio per questo che, improvvisamente, ha rassegnato le sue dimissioni, un paio di mesi fa, l’appena nominato amministratore delegato Samuele Sorato. L’epidemia di dimissioni contagia anche Girolamo Stabile, che lascia la carica in Optimum e la poltrona di numero due in Methorios. Mentre altri due manager targati Methorios, Ernesto Mocci e Fabio Palumbo, hanno preferito abbandonare (pur continuando a percepire lauti compensi).
Non è finita, perchè il fondo maltese ne ha combinate proprio di tutti i colori. E’ di circa due anni fa un altro finanziamento bollente, quello ad una società pugliese, Sudcommerci srl. 22 milioni di euro, non proprio bruscolini, finiti alla famiglia di mattonari Degennaro, che ha qualche problemino con la giustizia. La procura di Bari, poche settimane fa, ha chiesto il rinvio a giudizio per Emanuele Degennaro, accusato di riciclaggio da 3 milioni di euro per conto di una cosca mafiosa.
Il giro, comunque, non è ancora finito. Perchè la dinamicissima Popolare di Vicenza – evidentemente non di simpatie leghiste e vocata per gli investimenti nel Mezzogiorno – ha deciso di scommettere su una società pugliese, affidandola con 25 milioni di euro. Si tratta della Partecipazioni Investimenti Real Estate, Pire per gli amici, controllata proprio dalla Sudcommerci di casa Degennaro che, per ricambiare il piacere, ha comprato titoli dell’istituto vicentino per 3 milioni di euro. Una mano lava l’altra, tutti amici. Ma dove andiamo mai a ritrovare Pire? In una sconosciuta sigla romana dal sapore ruspante ed ecologico: “Agricola Immobiliare Cafaggiolo”. Chi sarà mai l’altro socio? Methorios. E quale bene di proprietà avrà mai? Ma la prestigiosa sede, in un palazzo da mille e una notte, del quartier generale del prossimo “Re de Roma”.
E se poi non va tutto per il verso giusto, c’è sempre quell’affaruccio (affarone) rimasto tra i sogni nel cassetto, le tre Torri dell’Eur, coltivato con i Ligresti e i Toti. Non ci hanno perso, lorsignori, sono stati ben ripagati dalla sempre generosa Cassa Depositi e Prestiti: lo Stato paga sempre i suoi “amici”. O sennò, si potrà dare, Arfio, all’ippica. Anzi, meglio al polo, visto che negli anni belli è stato addirittura capitano della nazionale: e caso mai potrà indossare di nuovo la sua “mise” preferita, quella del “Loro Piana Blue Team”. Un vero dream…

FONTE: 
Posta un commento

Facebook Seguimi