03 novembre 2015

Cosa c’è dietro all’improvvisa stigmatizzazione della carne

Cosa c’è dietro all’improvvisa stigmatizzazione della carne

Hanno deciso. Chi? Le grandi multinazionali del capitalismo sfrenato, i cui proprietari, le 147 banche che controllano tutto, si riuniscono nei consessi a porte chiuse per definire le strategie migliori per tutelare i loro specifici interessi, che poi trasmettono alle marionette che abitano i parlamenti, sia quelli nazionali che anche e soprattutto quelli comunitari.

Hanno deciso che devono ampliare il loro business, e per farlo devono cedere rami d’azienda che non possono più garantire profitti in crescita (l’allevamento di bestiame, che ha raggiunto i suoi limiti fisiologici di sfruttamento) e acquisirne di nuovi, dal potenziale ancora poco sfruttato (il “novel food”: nanomateriali, tessuti e culture cellulari, nuovi coloranti e, soprattutto, insetti).

Dopo avere creato colonie di consumatori compulsivi e sempre più indebitati, ora devono creare un mercato unico, spezzando le barriere delle diversità culturali che complicano le catene di produzione, perché le super aziende che già concentrano adesso capitali mai neppure immaginati prima, possano continuare a controllare il mondo del futuro, in misura sempre maggiore.

Riporto questo spezzone di Alessandro Gilioli su Piovono Rane:

Apple ha annunciato i risultati della sua trimestrale, che come già le ultime è la migliore di sempre, conprofitti di 48 miliardi di euro e un tesoretto in cassa di circa 186 miliardi di euro, pari al Pil del Portogallo. Anche Google non se la passa male: nel trimestre ha fatto ricavi per 18,7 miliardi di dollari e ha in cassa liquidità per 72,76 miliardi di dollari. Nel 2014 Amazon ha invece intascato 88,9 miliardi di dollari. E così via, non vado avanti.

Tutti molto bravi, questi big player del digitale. Io stesso uso con piacere i prodotti di tutte e tre le corporation citate. Non è quindi questione di demonizzarle o di sparare invettive. È questione invece, magari, di farsi qualche domanda.

Ad esempio, sul fatto che una tale concentrazione di capitali, di profitti e di liquidità non si eramai vista nella storia del capitalismo mondiale.

E anche sul fatto che questa gigantesca concentrazione di liquidità mette queste corporation in condizione di essere più potenti di molti Stati e di molte democrazie – e non sono sicurissimo che ciò non abbia a che fare con il contemporaneo varo di trattati commerciali internazionali che si impongono, appunto, sulle decisioni delle democrazie.

Se avete capito tutto questo, avete anche capito a cosa serve il TTIP e a cosa serve la sua clausola più insidiosa, l’ISDS, di cui vi ho parlato in questo video, dal minuto 11:21 in poi.

Per quelli che credono che tra l’uscita dell’OMS sulle carni rosse e la trasformazione delle catene di produzione nella filiera alimentare non vi sia alcun nesso, è utile riflettere sul fatto che solo nei film esistono impavidi ricercatori che producono studi che pestano i piedi ai grandi gruppi di interessi, solo perché “è giusto farlo“. E solo nei film i grandi mainstream dell’informazione globale gli danno un simile risalto. Nella realtà, dalle piccole aziende alle grandi organizzazioni, nessuno muove un muscolo senza che la dirigenza “politica”, quel board che dialoga con istituzioni e con il potere oligarchico a livelli opachi, dia il suo benestare. E quando questo benestare arriva (ma spesso si tratta di veri e propri lavori su commissione), c’è sempre una strategia dietro. Si tratta solo di scoprire quale sia. E in questo caso appare probabile la lettura che emerge dall’intreccio dei dati (la crescita demografica, il consumo delle risorse naturali) e dei fattori politici (le spinte geopolitiche, la propulsione verso l’integrazione globale, gli accordi internazionali e commerciali in via di definizione). Una lettura su cui concorda anche il filosofo Diego Fusaro, che i lettori di questo blog conoscono già per questa intervista. Ecco un estratto del suo pezzo di ieri sul Fatto Quotidiano.

“Che mangiare ingenti quantità di carne rossa non facesse bene, lo si sapeva da tempo. È, peraltro, un precetto che si rinviene in molte religioni: basti qui ricordare il venerdì consacrato al pesce dalla religione cristiana. Nulla di nuovo, dunque.

Mai, tuttavia, era stata intrapresa una campagna mediaticadidemonizzazione del consumo della carne come quella a cui abbiamo assistito in questi giorni. Ed è di questo che occorre discutere. Lo sappiamo, ormai: quando a reti unificate, su tv, radio e giornali, si ripete ossessivamente un messaggio, ciò avviene tutto fuorché per caso. E deve destare sospetto, almeno in chi non voglia seguire inerzialmente le correnti del pensiero unico politicamente corretto e mediaticamente manipolato.

Il sistema mediatico del consenso universale e dell’omologazione di massa procede così: demonizza senza possibilità di appello qualcosa o qualcuno, crea per questa via dissenso di massa verso quel qualcosa o quel qualcuno, e poi, dopo aver guadagnato il consenso dell’opinione pubblica, procede operativamente contro quel qualcosa o quel qualcuno. Anni di bombardamenti umanitari in nome della democrazia da esportare, dei diritti umani violati e dei dittatori baffuti additati come nuovi Hitler dovrebbero averci insegnato qualcosa.

E, allora, domandiamoci in riferimento a questa demonizzazione della carne: cui prodest? A chi giova? In fondo, anche il fumo o l’alcol sono nocivi, e mille altre cose: eppure non sono oggetto di simili campagne di mobilitazione di massa. Perché nessuna campagna di sensibilizzazione di massa contro i fast-food, ad esempio?

Avanzo qui un’ipotesi. La stigmatizzazione della carne a cui stiamo assistendo si inscrive in un più ampio processo di distruzione delle culturein nome della non-cultura della mondializzazione mercatistica.

La globalizzazione è ideologia del medesimo: vuole vedere ovunque lo stesso, merci ed economia, consumatori senza radici e senza spessore critico, un amorfo gregge di atomi desocializzati non più in grado di intendere e di parlare altra lingua che non sia l’inglese della spending review e dell’austerity. Una massa senza qualità, diversificata solo per ilpotere d’acquisto custodito nelle tasche dei singoli.

Per questo, sempre più spesso assistiamo e assisteremo alla sostituzione dei cibi in cui si condensano lo spirito dei popolo e la civiltà di cui essi sono figli con surrogati inventati ad hoc, e più precisamente con vivande dichiarate sane e prodotte da multinazionali (le stesse, magari, che finanzieranno le operazioni con cui si deciderà cosa è sano e cosa non lo è); di modo che i gusti siano resi orizzontali su scala planetaria e si crei un unico modo di mangiare, senza screziature, senza diversità.

Di qui la demonizzazione della carne, ma poi anche le continue interferenze, ad esempio, dell’Unione Europearispetto alle culture locali (regolamentazione delle pizze napoletane e della misura delle vongole allevate, per citare i casi più ridicoli). Clamorosa fu già, negli anni Novanta, la polemica sul camembert in Francia. Ed era solo l’inizio.

Sarà un caso che questa campagna contro la carne avvenga in odore di Ttip, ossia del trattato di liberalizzazione commerciale transatlantico (il cui intento dichiarato è di abbattere dazi e dogane tra Europa e Stati Uniti, rendendo il commercio più fluido e penetrante tra le due sponde dell’oceano)?”

Fonte: ByoBlu
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