10 novembre 2015

Conviene rimandare figli, lavoro e famiglia dai 20 anni ai 30?


In aereo qualche giorno fa, accade una scena non tanto rara: una bambino che strilla disperato per la situazione per lui insolita e restrittiva. Strillava, aveva poco più di un anno e per un bambino è normale esprimersi a quel modo, ma quello che mi colpiva era l’atteggiamento dei genitori: il padre da un lato ogni tanto gli dava un’occhiata e gli piazzava in mano l’iPad con annesso videogioco e musica a tutto volume e la madre era invece assorta a leggere un libro, che non sarebbe niente strano se non il fatto che il libro si intitolava (mi ci è caduto l’occhio e mi è sembrato molto ironico) Le mamme non sbagliano mai.

Forse la signora non aveva letto ancor bene il libro o il libro era troppo indulgente; fatto sta che la signora e il marito avevano evidentemente bisogno di qualche ripetizione, ma non era colpa loro: da almeno trent’anni nessuno ha più insegnato alle mamme a fare le mamme. E per questo c’è solo una scuola: guardare. Ma oggi le amiche e le sorelle i figli non li fanno più (ad avercele poi, amiche e sorelle…) e le ragazze crescono sapendo tutto di un PC o su come impiattare un dessert (oggi va molto di moda alla TV!) e molto poco del proprio utero, e ancor meno di quello che un giorno potrebbe uscire dal detto utero: provate a domandare ad una ragazza di 15-18 anni anche solo quanto dura una gravidanza o come si allatta un bambino!

Suggerisco allora un’altra lettura che non so se è stata tradotta in italiano, di Meg Jay psicologa femminista, intitolataThe Defining Decade: Why Your Twenties Matter — And How to Make the Most of Them Now (“Il decennio basilare: perché i tuoi venti anni contano – E come sfruttarli appieno ora”) edito da Machette negli States, che si rivolge alle ventenni e fa rizzare i capelli ai benpensanti in quanto mette in crisi – da femminista per i disastri che questo provoca proprio alle donne! – un dogma postmoderno, cioè quello della giovinezza intesa come eterna distrazione e prolungata all’infinito, almeno fino ai cinquant’anni.

La Jay spiega che rimandare figli, lavoro e famiglia dai vent’anni ai trenta è farsi rapinare gli anni più belli e fruttuosi dall’inedia e dall’inattività (creando un buco di dieci anni colmato dal nulla, come se “i trenta anni fossero i nuovi vent’anni”), perdendo la capacità di costruire e di creare e progettare che dopo i trent’anni non si ritrova più… in nome di una libertà che non sa di libertà e che si rimpiangerà quando sarà tardi e non saprai come fare la mamma, o – cosa più grave – quando i figli neanche riuscirai ad averli, e magari entri in un circolo di stimolazioni ormonali e di costosi trattamenti medicalmente assistiti che potevi evitare se (per scelta o per costrizione sociale) non aspettavi troppo.


“Quando si hanno vent’anni anche un piccolo rinvio può cambiare radicalmente i nostri trent’anni”, dice la Jay. “I vent’anni sono un’età turbolenta e scapigliata, ma se impariamo a navigare anche un piccolo passo alla volta, possiamo andare più lontano, più veloce che in qualunque altra età della vita. È un’età centrale in cui le cose che facciamo – e quelle che non facciamo – avranno un enorme effetto negli anni a venire e nelle generazioni future”. E porta tutti ma in particolare le donne a rimpiangere di non aver pensato a far famiglia o meglio ad essere stati costretti a non far famiglia quando era l’ora suonata dal proprio campanello biologico. Invece ci insegnano che il periodo tra i venti e i trent’anni è un decenni da tenere in freezer, da usare solo per distrarsi, viaggiare, divertirsi; tutto ok, certo, tranne poi rimpiangerlo. Dieci anni di freezer in cui si poteva agire invece di sognare, anzi sognare e agire insieme perché è l’unica epoca della vita in cui siamo così freschi e forti da poter fare entrambe le cose. Invece la società dei consumi (e dello scarto) preferisce i nostri figli“bambinoni” e spendaccioni, poco costruttivi e per niente solidali.

E non ci vengano a raccontare che imparare a vivere prima dei vent’anni e afferrare figli, lavoro e famiglia tra i venti e i trenta, blocca la corsa all’istruzione e all’indipendenza dei giovani; uno Stato civile deve aver l’obbligo primario di favorire nelle programmazioni finanziarie sia la vita familiare che quella culturale di chi ha vent’anni e ha il fisico per sopportarle entrambe.

Essere mamme o padri, sapersi impegnare nel lavoro, si può imparare e si deve imparare dai banchi di scuola. Ma tutto cospira a censurarlo, a far sembrare un grande progresso l’attuale situazione di società a goccia di miele, cioè quella in cui le famiglie si assottigliano e di rarefanno nel tempo (in un secolo oggi si cambiano meno di 3 generazioni mentre prima se ne cambiavano 4 o 5!), proprio come una goccia di miele sotto la spinta della gravità… che alla fine non più coesa si stacca e cade. Cade per incuria, per moda, per ignoranza della fisiologia, per illusione di eterna gioventù. Perché ti raccontano che i vent’anni passano come se fossero recuperabili; invece no. Nel decennio 20-30 anni si sostituisce la vita con la distrazione; ma dice la Jay: “La distrazione è l’oppio dei popoli del 21° secolo”. Povere ragazze e poveri ragazzi d’oggi: crescete imparando a rimandare l’epoca per avere figli, lavoro e famiglia, siete obbligate a rimandarli, e vi raccontano la favola che così avete più scelte, più divertimento, più distrazione; finché troppo distratti, poco divertiti restate senza scelte perché le scelte vere si fanno quando si è liberi e attenti al mondo, non quando si è imparato a guardare in solitudine – per il profitto di chi poi ci guadagna – solo il proprio ombelico.

Fonte: Zenit
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