04 novembre 2015

CINA MALATO GRAVE, DATI ECONOMICI TRUCCATI: PIL STAGNANTE, CONSUMI ED EXPORT CROLLATI, FUTURO DA INCUBO PER UE E ASIA.


E' di ieri la notizia che Pechino ha rivisto al ribasso gli obiettivi di crescita del pil nazionale, dal 7 al 6,5 per cento. I ripetuti tentativi del Partito comunista cinese di rilanciare la crescita - inclusi ben tagli dei tassi d'interesse in un anno - hanno praticamente accantonato ogni tentativo di conseguire una storica transizione economica dal manifatturiero orientato all'export a un modello piu' sostenibile imperniato sui consumi interni.
Secondo Noah Smith, professore di economia e finanza presso la Brook University, lo stato reale dell'economia cinese e' pero' assai piu' grave di quanto ammettano i dati del governo e questo deve preoccupare molto sia l'Europa che l'Asia.
Del resto - sottolinea Smith in un editoriale su "Bloomberg View" - e' stato lo stesso premier Li Keqiang a dichiarare che i dati econometrici diffusi dal governo sono "artificiali" e "per puro riferimento". Se la stessa leadership cinese ammette che i dati ufficiali sono elaborati ad uso politico interno - afferma l'autore dell'articolo - c'e' da chiedersi per quale ragione gli analisti e la stampa internazionali li prendano ancora per buoni.
L'ultimo dato trimestrale di crescita del pil, ad esempio, parla di un incremento del 6,9 per cento su base annua. Pechino "ha tutte le ragioni di ritoccare al rialzo i suoi dati sulla crescita": negli anni, infatti, la crescita economica forsennata del primo colosso asiatico e' divenuta "la principale fonte di legittimazione politica del Partito comunista", e di conseguenza un fondamentale pilastro di stabilita' interna.
Diversi istituti hanno tentato, sulla base di questo presupposto, di tracciare un quadro piu' verosimile dell'effettivo andamento economico della Cina. Da "Bloomberg Economics", che stima un tasso di crescita del pil di poco inferiore a quello delle stime ufficiali - sino a Lombard Street Research, che ipotizza un incremento del pil cinese di appena il 3,2 per cento, che è molto più vicino alla realtà.
Secondo Smith, pero', lo scenario e' addirittura peggiore.
Lo confermerebbero i dati relativi ai consumi elettrici, che esibiscono una crescita inferiore all'1 per cento, e quelli del traffico delle merci, che pur in un contesto di elevata volatilita', hanno esibito negli ultimi mesi "crolli drammatici". Entrambi questi indicatori sono solitamente adottati per approssimare con un certo grado di affidabilita' l'output industriale di un paese, ed entrambi sono praticamente stagnanti.
Alcuni analisti tendono a tirare in ballo la transizione del paese da un'economia industriale a una basata sui servizi e l'aumento dell'efficienza energetica. Si tratta di obiezioni sensate, riconosce Smith, ma la velocita' di questa transizione dovrebbe essere incredibile per produrre effetti cosi' dirompenti in un periodo di tempo cosi' circoscritto.
Ed e' vero semmai il contrario: dopo lo scoppio della bolla azionaria della scorsa estate, il settore dei servizi ha subito a sua volta un duro colpo. In realta' - conclude l'economista - dall'equazione manca l'effetto delle tacite misure di stimolo varate dal governo cinese: non a caso, le banche cinesi stanno comunicando la ricezione di pagamenti assai superiori a quelli dichiarati da chi si e' indebitato con quegli istituti; un sintomo che gran parte della presunta crescita del settore dei servizi finanziari cinesi potrebbe essere nient'altro che una messinscena finanziata con iniezioni di denaro pubblico.
E' evidente, conclude l'analisi, che la Cina stia "traballando" e ormai non è più questione di chiedersi se crollerà, ma quando crollerà. Sulla base dei dati descritti, non più tardi del 2016.
Redazione Milano.
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