31 ottobre 2015

Uguaglianza sociale! Le elezioni e le altre forme di partecipazione democratica


La Costituzione si apre con le parole “L'Italia è una repubblica democratica” (art.1) e subito dopo aggiunge: “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Il principio democratico viene dunque posto a fondamento dell'intero assetto costituzionale.

La parola democrazia (dal greco demos = popolo e kratos = potere) significa letteralmente “potere del popolo”, ossia “sovranità popolare”. Si può quindi affermare, in linea generale, che uno Stato è democratico quando il popolo ha diritto e concreta possibilità di determinare l'orientamento politico dello Stato stesso e quando i governanti sono, di conseguenza, sottoposti alla volontà popolare. In altre parole il principio democratico implica una legittimazione “dal basso” del potere politico.

Le due concezioni di democrazia più importanti, sul piano storico, sono: democrazia diretta e democrazia rappresentativa.

La democrazia diretta

Si ha democrazia diretta quando il popolo ha il potere di decidere direttamente sulle questioni politiche che lo riguardano. In questo caso i governanti devono limitarsi a eseguire le decisioni espresse di volta in volta dalla volontà popolare. Questo modello di democrazia è stato applicato raramente nella storia (essenzialmente in alcune città-stato) ma è stato ripreso più volte dal pensiero politico moderno, nella convinzione che esso permetta di realizzare nel modo più compiuto il principio della sovranità popolare.

La democrazia rappresentativa

Contro l'idea della democrazia diretta (giudicata poco realistica, ma anche pericolosa), si è sviluppato – nella tradizione liberaldemocratica – il diverso modello della democrazia rappresentativa. Secondo questa concezione la sovranità del popolo non consiste nel decidere ma nello scegliere i propri rappresentanti ai quali spetta in via esclusiva il potere di formulare la politica dello Stato. In altre parole il popolo non governa direttamente ma indirettamente attraverso i rappresentanti che esso stesso ha scelto; non può influire sulle loro decisioni ma può decidere periodicamente se mantenerli o sostituirli. Il momento in cui si esprime la sovranità popolare è, dunque, nelle democrazie rappresentative, quelle delle elezioni.

Il modello di democrazia adottato dalla Costituzione italiana è di tipo rappresentativo: il popolo esercita la sua sovranità eleggendo i propri rappresentanti. La Costituzione ammette però, entro limiti rigorosi, alcuni istituti di democrazia diretta, il più importante dei quali è il referendum popolare abrogativo.

Il modello di democrazia rappresentativa adottato dalla Costituzione italiana è inoltre di tipo parlamentare: il popolo elegge esclusivamente i propri rappresentanti nel Parlamento. Tutti gli altri organi dello Stato derivano direttamente dal Parlamento e quindi, solo indirettamente, dal popolo: il Presidente della Repubblica è eletto dalle due camere in seduta comune; il Governo è espressione della maggioranza che si costituisce in seno al Parlamento e risponde del suo operato di fronte ad esso.

A sua volta il Governo è a capo di quel complesso di organi e uffici che costituisce la Pubblica Amministrazione. Quest'ultima è composta da un numero molto alto di funzionari e di pubblici dipendenti che non sono eletti né direttamente, né indirettamente dal popolo (ma sono nominati per concorso in base a criteri di competenza); essi sono però subordinati gerarchicamente al Governo che gode di un'indiretta legittimazione popolare.

Il principio della democrazia rappresentativa non riguarda solo lo Stato ma anche gli Enti pubblici territoriali, ossia le Regioni, le Province e i Comuni. La differenza è che, in questi casi, il popolo elegge direttamente sia il capo dei rispettivi “parlamenti” (ossia i consigli regionali, provinciali e comunali), sia il capo dei rispettivi “governi” (ossia, il presidente della regione, il presidente della provincia e il sindaco). Possiamo dire che, mentre la forma di governo dello Stato italiano è ditipo parlamentare, quella delle Regioni, delle Province e dei Comuni è piuttosto di tipo presidenziale.

Occorre aggiungere che anche il Parlamento Europeo viene eletto direttamente dai cittadini di tutti gli stati membri dell'Unione europea e pertanto il corpo elettorale italiano elegge direttamente i deputati italiani di questo governo.


Esistono pertanto in Italia tre tipi di elezioni:

a. le elezioni per la camera dei deputati e per il senato (Parlamento) a cui partecipa tutto il corpo elettorale italiano. Esse vengono chiamate elezioni politiche;

b. le elezioni regionali e locali a cui partecipano rispettivamente i corpi elettorali di ciascuna Regione, Provincia e Comune. Esse vengono spesso chiamateelezioni amministrazione per distinguerle dalle prime (il termine “amministrative” è improprio perché gli enti territoriali e soprattutto le regioni non hanno solo funzioni amministrative ma anche politiche). Nei comuni maggiori vengono eletti direttamente dal popolo anche i consigli di circoscrizione.


 

le elezioni per i deputati italiani al Parlamento Europeo (elezioni europee) a cui partecipa tutto il corpo elettorale italiano contemporaneamente ai corpi elettorali degli altri paesi della Ue.

Tutti i diversi tipi di elezioni si svolgono ogni cinque anni (salvo possibilità di elezioni anticipate). Poiché tali elezioni si tengono in tempi sfasati, il corpo elettorale viene chiamato alle urne con notevole frequenza (quasi ogni anno).

3. Il corpo elettorale e il diritto di voto

In Italia il suffragio è universale. Hanno, infatti, diritto di voto “tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età” (art. 48 c. 1 Cost.). Dal 1975 la maggiore età è fissata al compimento del diciottesimo anno. Soltanto per le elezioni del senato il diritto di voto è limitato ai cittadini che hanno compiuto 25 anni (art. 58 c. 1 Cost.).

La Costituzione stabilisce che un cittadino può essere privato per legge del diritto di voto soltanto se ricorre una delle seguenti cause: incapacità civile, sentenza penale irrevocabile, indegnità morale (art. 48 c. 3). Tra tali casi di esclusione dal diritto di voto previsti attualmente dalla legge ricordiamo quello dei condannati a pene detentive per reati di particolare gravità (ma non i detenuti sottoposti a custodia cautelare, che conservano il diritto di voto) e di coloro che sono stati condannati all'interdizione dai pubblici uffici.

Il diritto di voto spetta in sostanza, in Italia, alla totalità dei cittadini maggiorenni. Non va dimenticato che si tratta del punto di arrivo di un lungo e faticoso processo storico: al momento della formazione dello Stato italiano gli elettori costituivano solo il 2% della popolazione mentre oggi essi superano l'80%.

Il corpo elettorale è costituito dall'insieme di coloro che hanno diritto di voto. L'appartenenza al corpo elettorale risulta da appositi elenchi (le liste elettorali) che ogni comune provvede a compilare e ad aggiornare d'ufficio (cioè senza che occorra l'intervento dell'interessato) relativamente ai cittadini residenti sul proprio territorio.

La Costituzione stabilisce che “il voto è personale ed eguale, libero e segreto” (art. 48 c.2):


· il voto è personale: ogni elettore deve esercitare personalmente il diritto di voto e non può incaricare o delegare altri a votare lui;

· il voto è uguale: i voti di tutti gli elettori hanno lo stesso peso e contano allo stesso modo;

· il voto è libero e segreto: per garantire l'effettiva segretezza del voto la legge dispone che la votazione venga svolta per iscritto su una scheda al chiuso della cabina elettorale e che l'elettore, dopo aver votato, depositi la scheda, ripiegata, dentro un'urna. Per lo stesso motivo la legge stabilisce che vanno considerate nulle quelle schede sulle quali compaiono scritte o segni tali da permettere di risalire all'identità dell'elettore.


Il voto rappresenta un diritto ma è anche un dovere. La Costituzione ha scelto una formula di compromesso, secondo cui l'esercizio del voto è un “dovere civico”(civico, dal latino civis, significa “del cittadino”) (art. 48 c.2). Questa affermazione ha un evidente valore sul piano politico e morale, ma è priva di conseguenze giuridiche: chi non vota non incorre in alcuna sanzione (in particolare, non sono previste limitazioni nell'assunzione in impieghi pubblici, né la perdita del diritto di voto come spesso, erroneamente, si crede). Ciò risponde alla logica del sistema democratico secondo cui l'esercizio del diritto di voto, da parte dei cittadini, deve essere il frutto di una convinzione personale e non può essere ottenuto attraverso la minaccia di sanzioni. Lo Stato deve essere in grado di convincere i cittadini dell'utilità di votare ma non può costringerli d'autorità a recarsi alle urne.

L'uguaglianza

Libertà e uguaglianza, sono, dai tempi della Rivoluzione Francese, i due principi fondamentali su cui si basano – nelle moderne costituzioni – i rapporti tra Stato e società civile.

Anche la Costituzione italiana prende le mosse da questi due principi: nell'art. 2 essa “riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo” nell'art. 3 stabilisce ilprincipio di uguaglianza.


1. I diritti inviolabili dell'uomo (art. 2 Cost.)

L'art. 2 afferma: “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove svolge la sua personalità”. Si tratta di un'affermazione generalissima: essa assume i diritti di libertà come un dato costitutivo ed essenziale dello Stato italiano.

L'uso dei termini “riconosce e garantisce” indica che la Costituzione ritiene che tali diritti appartengano alla persona umana in quanto tale e non derivino dallo Stato e che il compito dello Stato sia quello di garantirne il rispetto.

I diritti della persona umana vengono definiti “inviolabili”: questa formula solenne non significa che essi non possono mai essere limitati, anzi la Costituzione stabilisce una serie di casi in cui la limitazione dei diritti di libertà è ammessa.

I diritti di libertà sono infine considerati sia come diritti dei singoli di fronte allo Stato, sia come diritti nelle formazioni sociali ove l'uomo svolge la sua personalità.

I diritti della persona umana possono essere minacciati non soltanto dallo Stato ma anche da altre comunità, gruppi, associazioni in cui essa è inserita e che sono investiti di un certo grado di autorità su di lei. L'art. 2 della Costituzione dimostra di voler tutelare le persone contro gli abusi che le “formazioni sociali” possono commettere nei loro confronti.


2. Il principio di uguaglianza (art. 3 Cost.)

L'art. 3 della Costituzione enuncia il principio di uguaglianza ed è diviso in due commi:

· il primo comma enuncia il principio dell'uguaglianza formale. 

· il secondo comma enuncia il principio dell'uguaglianza sostanziale.

Il principio dell'uguaglianza formale, cioè dell'uguaglianza davanti alla legge, è così espresso: “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesse, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

Questa espressione ha due significati. Innanzi tutto vuol dire che tutti i cittadini sono sottoposti , allo stesso modo, alla legge, il che equivale a dire che la legge è uguale per tutti.

Questa rappresenta una delle fondamentali conquiste della rivoluzione francese rispetto al precedente ordinamento feudale in cui i nobili, il clero e il popolo erano sottoposti ciascuno a leggi diverse e venivano giudicati da tribunali diversi. Dire che la legge è uguale per tutti significa affermare che anche i governanti, i politici, coloro che detengono il potere e fanno le leggi devono rispettare le leggi come qualsiasi altro cittadino e possono essere portati in giudizio davanti ai Tribunali quando le violano. Per quell'epoca si trattava indubbiamente di un principio rivoluzionario ma lo è ancora adesso: anche negli Stati più democratici il rischio che i governanti tendano a porsi al di sopra delle leggi non può essere mai del tutto escluso.

Il secondo significato consiste nel fatto che la legge deve trattare tutti i cittadini allo stesso modo, non deve cioè operare discriminazioni. L'art. 3 vieta in particolare alcuni tipi di discriminazioni: quelle basate sul sesso, sulla lingua, sulla religione, sulle opinioni politiche e sulle condizioni personali e sociali.

In questo modo l'art. 3 formula un criterio di carattere generale al quale tutte le leggi italiane si devono attenere e ha di conseguenza una portata pratica importantissima: le leggi che operano qualche forma di discriminazione tra cittadini possono essere annullate dalla Corte Costituzionale.

Ma l'uguaglianza di fronte alla legge non può essere considerata sufficiente. Un conto è avere gli stessi diritti, un altro conto è avere i mezzi concreti per esercitarli, ossia avere le stesse opportunità. L'uguaglianza giuridica può essere ridotta a un fatto puramente formale di fronte alle differenze economiche e sociali. Per questo la Costituzione afferma, nel secondo comma dell'art. 3, anche il principio dell'uguaglianza sostanziale: “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. In questa disposizione la Costituzione non promette l'effettiva uguaglianza di tutti i cittadini sul piano economico e sociale (non prefigura quindi uno Stato di tipo socialista) ma impegna la Repubblica a “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale”, in altre parole a intervenire attivamente per fornire ai soggetti più deboli i mezzi per esercitare effettivamente i propri diritti.

Viene così formulata una delle norme-chiave del nostro ordinamento costituzionale che configura lo Stato italiano come uno Stato sociale. Nella legislazione italiana esistono numerosi casi di interventi correttivi di questo genere: per esempio le leggi a favore delle persone handicappate o quelle che esentano i pensionati dal pagamento dei ticket sui medicinali.

Anche rispetto al problema della parità tra uomo e donna l'uguaglianza formale (ossia la parità dei diritti), faticosamente raggiunta dalla legislazione italiana negli ultimi decenni, non è affatto sufficiente a garantire un'effettiva condizione di uguaglianza. Basta osservare che la presenza delle donne nel Parlamento, nelle professioni o nei posti di maggiore responsabilità nelle aziende o nella Pubblica Amministrazione continua a essere di gran lunga inferiore a quella degli uomini. Sono cadute le discriminazioni formali ma rimangono moltissimi impedimenti di fatto. Non basta avere pari diritti, occorre avere pari opportunità, il che implicaun impegno dello Stato a eliminare le condizioni di svantaggio in cui si trovano le donne. Questo principio è stato introdotto nella Costituzione (art. 51). Nella sua formulazione originaria il testo dell'art.51 si limitava ad affermare un principio di uguaglianza formale tra uomini e donne nell'accesso ai pubblici uffici e alle cariche elettive. Con la riforma del 2003 è stata aggiunta la seguente frase: “La Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini”.

Lavoro realizzato dagli alunni : Bilello Martina 5^D, Giovanni Grado 5^C - Gianluca Notarstefano 5^C.

L'uguaglianza sociale si applica ai diritti e dei doveri dell'uomo considerati in termini di giustizia. L'uguaglianza in termini aristotelici è la distinzione relativa alle parti rispetto a un criterio (eguaglianza proporzionale) o di pura uguaglianza matematica. Ci sono diverse forme di uguaglianza relative alle persone e alle situazioni sociali. Per esempio, si può considerare la parità tra i sessi per quanto riguarda l'accesso al lavoro; le persone interessate sono di sesso opposto, la cui situazione sociale comune è l'accesso all'occupazione. Allo stesso modo, la parità di opportunità, in senso generale, implica l'idea che le persone dovrebbero essere nelle stesse condizioni di partenza nella vita, ovvero che tutti dovrebbero avere pari opportunità indipendentemente dalla loro nascita e successione.

Le battaglie in questa direzione hanno avuto un apice con l'abolizione dei privilegi della rivoluzione americana del 1791.

La prima parla di Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino, versione francese del 1789, comincia così: Les hommes naissent et demeurent libres et égaux en droits (Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti).

Concetti di base

L'uguaglianza sociale è quindi una situazione per cui tutti gli individui all'interno di società o gruppi specifici isolati debbano avere lo stesso stato di rispettabilità sociale. Come minimo, l'uguaglianza sociale comprende la parità di diritti umani e individuali secondo la legge. Esempi sono la sicurezza, il diritto di voto, la libertà di parola e di riunione, e deidiritti di proprietà. Tuttavia, essa comprende anche l'accesso all'istruzione, l'assistenza sanitaria e altri basilari diritti sociali, ed inoltre pari opportunità e obblighi.

Genere sessuale, orientamento sessuale, età, origine, casta o classe, reddito e proprietà, lingua, religione, convinzioni, opinioni, salute o disabilità non devono tradursi in una disparità di trattamento. Un problema aperto è la disuguaglianza orizzontale, la disuguaglianza di due persone della stessa origine e capacità.

Una perfetta uguaglianza sociale è una situazione ideale che, per vari motivi, non esiste in ogni società odierna. Le ragioni di questo sono ampiamente dibattute. Ragioni addotte per il perpetrarsi della disuguaglianza sociale sono comunemente l'economia, l'immigrazione / emigrazione, la politica estera e la politica nazionale.

Un controesempio di uguaglianza sociale è stata la disuguaglianza sociale dell'Europa medievale.

L'uguaglianza sociale è un ideale che dà ad ognuno, indipendentemente dalla sua posizione sociale e dalla sua provenienza, la possibilità di essere considerato alla pari di tutti gli altri uomini in ogni contesto. Si tratta di un ideale, presente almeno come tale, in tutti i paesi civilizzati, e per il quale gli uomini si sono molto battuti.

L'uguaglianza sociale è un obiettivo politico soprattutto dei partiti di ispirazione socialista in tutte le sue variegature storiche.

In antitesi vi è il concetto di gerarchia meritocratica tipico della destra, mentre un sincretismo può considerarsi il "comunitarismo".

In Italia il principio è riconosciuto nell'art. 3 della Costituzione il quale afferma che:
« Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali »

(eguaglianza in senso formale)

aggiungendo poi
« È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana »

(eguaglianza in senso sostanziale)

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