27 ottobre 2015

No, le carni rosse non fanno male come le sigarette

No, le carni rosse non fanno male come le sigarette

No, la carne rossa non fa male come le sigarette, ma ormai vaglielo a spiegare all’opinione pubblica dovutamente indottrinata da Santa Madre Televisione. E infatti l’allarme maldestramente lanciato dall’Iarc, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, che fa parte dell’Oms, circa il legame fra carni rosse lavorate e insorgenza del cancro, è stato subito raccolto da chi sembra più interessato al suo quarto d’ora di celebrità che non a una corretta informazione.

È il caso del Codacons, che con squisita sensibilità ha presentato un’istanza urgente al ministero della Salute e un esposto al Pm di Torino Raffaele Guariniello affinché si valutino “misure anche drastiche. Per tale motivo chiediamo al ministro della salute, Beatrice Lorenzin, di valutare i provvedimenti da adottare a tutela della popolazione, compresa la sospensione della vendita per quei prodotti che l’Oms certifica come cancerogeni”.

In brodo di giuggiole anche Umberto Veronesi, da tempo più impegnato nella propaganda ideologica che nel curare malati, e che è anche un pasdaran del vegetarianesimo, oltre che sostenitore di fumose fantasticherie sul “naturale” superamento delle obsolete categorie di uomo e donna.

E mentre queste autorità lavorano all’affossamento di un intero settore cruciale per la nostra economia, mentre si fa largo un nuovo puritanesimo che costringe a non vivere per paura di morire, i veri dati suggerirebbero di mettere sotto processo più lo stile di vita americano che le nostre fiorentine: il 70% degli statunitensi consuma infatti carne alla brace, nei tradizionali barbecue che vediamo sempre nei film. Seguono gli australiani (60%), i francesi (55%), i tedeschi (50%). Gli italiani figurano solo al quinto posto (38%), con percentuali che sono quindi quasi la metà di quelle americane. Gli italiani consumano inoltre 78 chili a testa di carne ogni anno contro i 125 chili a persona degli Usa.

“Gli italiani mangiano in media due volte la settimana 100 grammi di carne rossa (e non tutti i giorni) e solo 25 grammi al giorno di carne trasformata. Un consumo che è meno della metà dei quantitativi individuati come potenzialmente a rischio cancerogenodallo studio”, spiegano Assocarni e Assica (Associazione industriali delle carni e dei salumi).

Insomma, l’Italia sembrerebbe ben al di sotto della soglia di guardia, oltre ad avere probabilmente carni ben più sane di quelle d’oltre Atlantico (almeno finché non entrerà in vigore il Ttip).

Del resto c’è da domandarsi se la comunicazione dell’Oms non sia stata volutamenteterroristica, dato che appaiare certi tipi di carni alle sigarette lascerebbe intendere una loro pericolosità intrinseca, che si fa sentire sempre, a qualsiasi dosaggio. E invece non è così.


Intanto la carne rossa è stata classificata nel gruppo 2A, quello delle sostanze probabilmente cancerogene. Il fumo, invece, è classificato come certamente cancerogeno. Il problema sarebbero semmai le carni lavorate, ovvero quelle che sono state trasformate “attraverso processi di salatura, polimerizzazione fermentazione, affumicatura, o sottoposte ad altri processi per aumentare il sapore o migliorare la conservazione”. Esempi di carni lavorate includono dunque, avverte l’Oms, gli hot dogs, prosciutto, salsicce, carne in scatola, preparazioni e salse a base di carne.

Ma anche queste non sono paragonabili alle sigarette: il fatto che si trovino nello stesso grupponon significa che le due sostanze siano ugualmente dannose (nello stesso gruppo ci sono anche l’amianto, l’arsenico e il benzene, ma chi ritiene può benissimo scambiare un hot dog per una quantità di arsenico equivalente, poi vediamo chi sta meglio).

La classificazione dell’Oms si limita a indicare come cancerogena una certa sostanza, senza esprimersi su quanto sia dannosa o meno la stessa. L’Oms, in sostanza non si esprime sul fatto che la carne lavorata sia più o meno cancerogena del tabacco. Gli studi, infatti, vengono eseguiti ad altissimi dosaggi o con durate d’esposizione molto lunghe, ben lontani da quelli della vita reale. “Prima di preoccuparsi – sottolinea infatti l’Airc, l’associazione italiana per la ricerca sul cancro – è importante sapere non solo in che lista si trova una certa sostanza ma quali sono i dosaggi e le durate d’esposizione oltre le quali il rischio diventa reale e non solo teorico”.

Va inoltre segnalato che, secondo le stime del Global Burden of Disease Project, a fronte di 34mila morti per cancro probabilmente indotte da una dieta caratterizzata da un alto consumo di carni lavorate, a fronte di 50mila casi dovuti a una dieta era ricca di carni rosse, ci sono200mila decessi dovuti all’alto tasso di inquinamento dell’aria. Oltre a diminuire il consumo di bistecche, forse sarà il caso di cominciare a smettere di respirare. Sempre per non ammalarsi, si intende.

Giorgio Nigra

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