20 ottobre 2015

Lettera aperta ai Padri sinodali di un figlio di divorziati risposati. Cioè io

Lettera aperta ai Padri sinodali di un figlio di divorziati risposati. Cioè io
- di Luigi Amicone

Vi scrivo dopo aver letto dell’episodio del piccolo che ha spezzato l’ostia per portarla ai genitori risposati e per raccontarvi come, da bambino che ero, grazie a Cristo, divenni uomo.

Cari Padri sinodali, cari Vescovi che in unione col Papa garantite a me e per me e a tutte le genti del mondo, la presenza di liberazione e salvezza attuale che opera la Chiesa nel mondo. Poiché la Chiesa è il corpo di Cristo, Cristo attuale e operante nel mondo, Colui che ci libera dal potere della menzogna che come una muffa copre il mondo, mentre solo il bene ha radici e profondità, e in qualunque modo il bene si manifesti, provenga dai testimoni di Cristo o da chi non conosce ancora il nome del Salvatore dell’umanità, bene è segno del Bene supremo e definitivo il cui nome è Gesù Cristo, figlio di Dio, il Risorto, che oggi è presente col suo sacrificio – è realmente presente – nel sacramento dell’Eucarestia.

A questo Bene definitivo che è Cristo nella sua Chiesa, mi permetto rivolgermi come persona, padre di famiglia, lavoratore, giornalista.
Sono un cristiano come tanti, uomo al mondo come tutti, con i problemi e le avventure di tutti, né dottore della Legge, né teologo, né sapiente secondo la sapienza di questo mondo. Mi rivolgo direttamente a Voi, cardinali e vescovi riuniti al Sinodo, e cerco di farlo con tutta franchezza, libertà e sincerità, perché vedo quante e gravi e crescenti e penose siano le pressioni, le distorsioni, le oppressioni provenienti dal mondo, specie quello della mia professione.

Ecco, dopo aver letto dell’ennesimo episodio – il bambino che nel ricevere la sua prima comunione avrebbe spezzato l’ostia per portarla ai suoi genitori divorziati risposati – episodio che a mio inutile parere avrebbe dovuto rimanere circoscritto nell’ambito del dialogo sinodale e invece è stato diffuso fornendo così ulteriore alibi al lavorìo di chi è costantemente all’opera per dividere e confondere i pastori della Chiesa e il popolo di Dio, mi sento di dirvi e spronarvi in questo, secondo la mia personale esperienza di quando ero bambino. E da bambino che ero, grazie a Cristo, divenni un uomo.

Provengo da una famiglia di immigrati dal sud al nord Italia. I miei genitori si sposarono in età acerba, quando io ero già nella pancia di mia madre e probabilmente si sposarono senza avere compiuta coscienza del sacramento del matrimonio. Dopo pochi anni e con la nascita della seconda sorellina, la loro unione fallì e con strascichi dolorosi entrambi i figli venimmo affidati da un tribunale a nostro padre. Io avevo 9 anni, mia sorellina 5.

Grazie a Dio, nella notte della nostra infanzia ci sorprese l’incontro con la comunità cristiana e, da allora, da quando questo incontro avvenne – io avevo 14 anni – la cupezza famigliare si trasformò in durevole e luminosa gioia nonostante le tante e dure difficoltà del vivere. Davvero con la sua Chiesa, con un uomo a sua volta toccato e cambiato dall’incontro personale con Cristo, un prete, un giovane prete, si chiamava don Giorgio Pontiggia, prima io e anni dopo mia sorella Rita, Cristo ci ha fatti nuovi.

Così, mentre i nostri genitori, tra i primissimi in Italia, già nel 1973 avevano compiuto il necessario periodo di separazione legale e quindi accedevano al divorzio, noi figli cominciammo a crescere nella grande vita e famiglia della Chiesa cattolica. Il cui volto misericordioso e splendente di verità e amore si palesò nel movimento di Comunione e Liberazione.

Potete forse immaginare cari Padri sinodali, con quale scandalo e in quale scontro con i nostri genitori ci pose la Chiesa quando ci invitò a testimoniare anche pubblicamente il nostro dissenso sulla legge del divorzio. Eppure, in una condizione umana, sociale ed economica (sì, perché ogni famiglia in sé divisa è una famiglia più povera anche economicamente) che mi toccava fin nelle fibre delle ossa, non dubitai minimamente, nei miei 18 anni, a battermi apertamente, spavaldamente, pubblicamente, contro il divorzio. Naturalmente suscitando le comprensibili ire (dal loro punto di vista e condizione) dei miei genitori.

Certo che i miei genitori non potevano capire né, tantomeno, condividere il mio impegno antidivorzista. La Chiesa che conoscevano loro era fatta spesso di individui che si erano dati a una certa “professione”, curavano una certa “carriera”, sapevano di incenso e moralismo, ma non erano uomini che conoscessero e patissero la vita degli uomini. Erano degli “addetti” alla religione, distanti anni luce dalla vita reale del popolo.

Però, un certo giorno, perfino il mio papà comunista e separato, giovanotto ormai divenuto adulto che tirava la carretta con immenso sacrificio e solitudine (come mia madre operaia, d’altronde) venne anch’egli sorpreso da quel prete, don Giorgio, che stava introducendo suo figlio a un livello stranamente baldanzoso, indipendente e cosciente della vita. Per farla breve, mentre io mi staccavo sempre più dalla famiglia di origine (finché, ai vent’anni, me ne andai a vivere in un appartamento con altri universitari), mio padre e mia madre si rifecero una famiglia (partecipando noi figli di “primo letto”, come si diceva allora, a entrambi i matrimoni civili).


Di tutti quegli anni e successivi, fino ad oggi, quando io stesso, ormai prossimo alla vecchiaia, da che ho avuto la grazia di avere sei figli (e giusto qualche giorno orsono hoaccompagnato all’altare la mia prima, Lucilla), trattengo un valore infinito e totale. Il valore infinito e totale dell’amore che dura e che si approfondisce quanto più tende a fondarsi non sul “tenerume” – ah l’amore che sentimento volatile! – ma sulla roccia di un grande Incontro. Per me l’Incontro cristiano è stato semplicemente questo: esaltazione di tutta la ragione e di tutti i sentimenti più belli. Tant’è che, foglia al vento che fui da bambino, per nulla immaginando di fare famiglia dopo aver sperimentato il dramma della mia famiglia, mi sono ritrovato in un certo senso ad essere padre e fratello e amico anche dei miei genitori.

In tutto questo cosa c’entra l’eucarestia? C’entra perché è il sacramento in cui Cristo assimila a sé colui che si nutre del Suo corpo. Ed è naturale, perciò, che i miei genitori risposati e i rispettivi nuovi coniugi, tutti, chi più chi meno, sebbene più o meno credenti, essendo tutti battezzati abbiano sofferto del non potere accedere alla comunione. E in realtà io so – anche se non conosco i dettagli perché l’esperienza in proposito è loro, non mia – che i miei genitori, padre e madre risposati con i loro rispettivi coniugi, hanno preso la comunione se e quando in coscienza hanno ritenuto di poterla prendere o perché autorizzati dagli stessi ministri di Dio.

Ma cosa voglio dire con questo? Voglio forse accreditare il soggettivismo o, più intellettualmente, la pastorale della misericordia che “rimargina le ferite”? Voglio forse supportare quel vasto schieramento anche di ecclesiastici che, figli della mentalità mondana odierna, si fanno dettare dai giornali e dalla televisione una sorta di esaltazione, euforia, ubriacatura, di un inesistente “diritto alla Grazia”? Com’è disumano e disincarnato tutto questo! Come è molto più reale e misericordioso il cammino e l’esperienza dentro la Chiesa maestra di libertà e di umanità!

Perciò, con tutto questo, con quanto sopra esposto, mi permetto affermare che, per quanto ne capisca la mia esperienza, non abbiamo bisogno di nessun aggiornamento della verità. Non abbiamo bisogno di nessuna “riforma” del sacrificio eucaristico. Non abbiamo bisogno di nessuna comprensione “moderna” e sentimentale della condizione dei divorziati e dei risposati davanti all’eucarestia.

Nel caso dei miei genitori so benissimo che, avessero avuto la cognizione e, inoltre, le opportunità economiche, per rivolgersi alla Sacra Rota degli anni Sessanta, è probabile che il loro matrimonio sarebbe stato dichiarato nullo. Ma è andata in diverso modo ed è andata bene così. Nessuno della nostra famiglia sente rimorsi o sensi di colpa per quanto è accaduto. Poiché vedete, un altro aspetto decisivo del cristianesimo è che esamina tutto al fuoco del giudizio della Verità e dell’Amore, Cristo, e di tutto, niente escluso, trattiene il valore, il bello, il positivo. Schiantando il male nella polvere del passato.

E questo avviene grazie all’educazione al senso del proprio limite e, di conseguenza, all’accettazione del limite altrui. Educazione che, attraverso i sacramenti, ci riscatta umanamente e ci ricostituisce continuamente come esseri umani nuovi, capaci di ripresa, indistruttibilmente positivi, proiettati fuori dalle nostre beghe psicologiche e sociologiche, tesi a tutto quanto c’è di vero, buono, bello, nuovo, in noi e nel mondo fuori di noi.

Tutto ciò è, in effetti, l’impronta di una società cristiana. Ed è l’impronta, all’opposto, dell’odierna società post e anticristiana, tesa continuamente invece che a perdonarsi il male e perciò a risorgere dai disastri personali e sociali, a continuamente insistere nel rinfacciarsi e nel sottolineare il male e i disastri personali e sociali. È la società della sistematica divisione.

La società cristiana custodisce con gioia il passato, vive lietamente il presente, si proietta con fiducia razionale verso il futuro. La società post e anticristiana guarda con nostalgia o rancore il passato, vive con rabbia e violenza il presente, spera nel futuro come magicamente.

Ma cosa vogliono anche i cristiani sottomessi alla pressione mediatica, ammalati di complesso di inferiorità rispetto ai nuovi idoli sentimentali, sostenuti dai postcristiani e anticristiani che non capiscono o disprezzano la Chiesa? Vogliono che, come in un piccolo dramma o melodramma borghese, l’eucarestia diventi uno zuccherino per sedare gli scrupoli psicologici di un’anima in pena. O, più seriamente, vogliono una riforma del sacramento del matrimonio per piantare nel cuore della Chiesa il vulnus, la ferita, che la strappi dalla certezza della Verità. Vogliono aprire nel seno della madre Chiesa la contraddizione e il dubbio su se stessa.

Non credo, cari Padri sinodali, che né mia madre, né mio padre comunista, si sentirebbero più lieti e più felici se un moralismo tale e quale a quello di ieri – oggi in nome del sentimento e del progresso, ieri in nome della dottrina e della conservazione – prevalesse nelle Chiesa. E così, in nome di una misericordia separata dalla bellezza, si aprisse la strada al ritorno possibile di anni bui in cui la Chiesa visse sottomessa – seppure mai vinta – ai poteri di questo mondo.

Fonte: Tempi.it
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