29 ottobre 2015

Inquinamento dell’aria, ecco dove uccide 30 mila persone l’anno


Il 65% della mortalità per inquinamento atmosferico è al Nord, ma si può cambiare con politiche decise su diesel e biomasse

In Italia l’inquinamento dell’aria uccide ogni anno oltre 30mila persone, calcolando solo l’effetto del particolato fine (PM 2.5). È il 7% di tutte le morti, incidenti esclusi. L’impatto è pesante soprattutto al Nord, con la Lombardia a guidare la classifica delle regioni con il tasso di mortalità più alto. Il rischio più basso si corre in Valle D’Aosta, Basilicata e Molise. Ogni italiano perde 10 mesi di vita a causa dell’inquinamento atmosferico: 14 mesi per chi vive al Nord, 6,6 per gli abitanti del Centro e 5,7 al Sud e isole. Nell’immediato futuro, il rispetto dei limiti di legge permetterebbe di salvare almeno 11mila vite ogni anno.

Questi i risultati principali del progetto VIIAS (Valutazione Integrata dell’Impatto dell’Inquinamento atmosferico sull’Ambiente e sulla Salute), coordinato dal Dipartimento di Epidemiologia del Servizio Sanitario Regionale del Lazio e realizzato nel quadro delle iniziative del Centro Controllo Malattie (CCM) del Ministero della Salute.

Lo studio VIIAS permette di definire nel dettaglio l’impatto ambientale dell’inquinamento in base ai dati già misurati, producendo mappe con risoluzione di pochi chilometri quadrati, ma è soprattutto uno strumento che proietta le mappe nel futuro, permettendo di stimare scenari diversi. “Vogliamo che questo sia uno strumento utile per la valutazione e l’implementazione delle politiche. Questo è il punto di forza del progetto”, afferma Carla Ancona del Dipartimento di Epidemiologia del Servizio Sanitario Regionale del Lazio, fra i coordinatori dello studio.

Concentrazione NO2 

(Mappa: VIIAS)
Concentrazione O3 

(Mappa: VIIAS)
Mortalità per PM2.5 

(Mappa: VIIAS)
Mortalità per NO2 

(Mappa: VIIAS)
01/05
Concentrazione PM2.5 

(Mappa: VIIAS)

Applicando modelli della concentrazioni degli inquinanti su tutto il territorio nazionale, VIIAS ha stimato l’esposizione della popolazione italiana a tre inquinanti: il particolato fine (PM2.5), ilbiossido di azoto (NO2) e l’ozono (O3), calcolando poi la mortalità totale e quella per malattie respiratorie, cardiocircolatorie e per tumore del polmone. Non sorprende che l’inquinamento colpisca soprattutto al Nord, e soprattutto nelle aree urbane, con traffico intenso o forte attività industriale. È pesante anche l’impatto della combustione di biomasse (legna e pellet).

L’analisi permette di osservare l’andamento degli effetti dell’inquinamento nel tempo. Nel 2005, anno di riferimento delle politiche europee, il numero di decessi attribuibili all’inquinamento è stato, rispettivamente, 34.552 per il PM 2.5, 23.387 per l’NO2 e 1.707 per l’O3. La mortalità ha il suo picco più alto in Lombardia, ma è elevata anche in Campania e in Lazio.

I numeri scendono nel 2010, soprattutto per il PM 2.5 (21.524) e l’NO2 (11.993), principalmente a causa della crisi economica. Le mappe di emissione del PM 2.5 del 2010 mostrano lo spegnimentodi alcuni grandi impianti industriali, come quelli di Taranto e Gela.

Se ci si sposta nel futuro vicino, il 2020, la situazione torna a peggiorare. Nonostante le nuove tecnologie e le politiche adottate, si ha uno scenario non migliore rispetto a dieci anni prima (28.595 morti per PM2,5, 10.117 per NO2). Nel 2020, il 21,5% degli italiani sarà esposto a concentrazioni di particolato fine superiori alla soglia di legge (che stabilisce una media annua di 25 µg/m3), e decisamente oltre il limite fissato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (10 µg/m3). Questa percentuale salirà fino 34% al Nord Italia e raggiungerà il 42.3% tra i residenti nei centri urbani. “Questi dati ci dicono che le politiche per l’aria devono essere mirate, non distribuite a pioggia sul territorio” spiega Carla Ancona, “la Pianura Padana è una zona eccezionale che richiede misure eccezionali”.

L’analisi di VIIAS rivela anche un grave errore politico. Se nel 2020 ci si può aspettare una riduzione della concentrazione degli ossidi di azoto, anche grazie al rinnovo del parco veicolare, il particolato fine si manterrà a livelli alti, soprattutto a causa della combustione delle biomasse per il riscaldamento privato. Il passaggio alle biomasse, incoraggiato dalla legislazione al fine di limitare le emissioni di CO2, è devastante in termini di emissioni di particolato. “Con le biomasse abbiamo proprio toppato. È una politica che andrà per forza rivista”, continua Carla Ancona.

Altrettanto urgente, secondo Ancona, è proseguire gli sforzi a favore di una mobilità sostenibile (pedonalità, ciclabilità, trasporto pubblico ecologico), con una particolare attenzione verso i veicoli Diesel, responsabili per il 91% delle emissioni di biossido di azoto e di una quota importante di particolato nel settore trasporti.

Il futuro rivisto

Cosa accadrebbe se le concentrazioni di inquinanti si abbassassero davvero? Il progetto VIIAS ha previsto due scenari futuri alternativi, sempre al 2020. Nel primo, si ipotizza la completa adesione in tutta Italia ai limiti di legge previsti dalla normativa europea e nazionale; nel secondo, si prevede una riduzione uniforme del 20% delle concentrazioni di inquinanti sul territorio. In entrambi gli scenari si otterrebbe un risparmio di vite, rispetto al 2005, di 11mila per il PM 2.5 e 14mila per l’NO2 nel primo e di 16mila per il PM 2.5 e 18mila per l’NO2 nel secondo. Con un impatto significativo anche sull’economia. Secondo le stime OMS, per ogni 10 mila morti evitate si risparmiano circa 30 miliardi di euro. Conclude Carla Ancona: “L’inquinamento ci fa invecchiare e morire prima. Serve un piano nazionale dell’aria, che coordini l’azione delle regioni. Da fare in fretta. Penso sempre che non possiamo consegnare ai nostri figli un’aria così sporca”.

Enzo Vincenzo sciarra
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