14 ottobre 2015

IL DRAMMA DELLE SPOSE BAMBINE


- di Emanuela Bambara

Dodici anni sono pochi per sentirsi donna, per esserlo. Sono troppo pochi per morire. Era l’età di Rubina, la bimba pakistana, sposata da un mese e mezzo con un uomo molto più anziano, quando si è impiccata nel bagno dei genitori, proprio un anno fa, ed è diventata il simbolo della campagna “Indifesa” di Terres des Hommes. Aveva meno della sua età, soltanto otto anni, la scrittrice yemenita Khadija Al-Salami, prima donna regista nel suo Paese, quando fu costretta dalla famiglia al matrimonio forzato con un uomo di vent’anni più grande, violento, che la massacrava di botte. Sulla sua storia, che è quella di milioni di bambine nel mondo, ha scritto e diretto un film, “I am Nojoom, Age 10 and Divorced”, presentato quest’estate all’Istituto del mondo arabo, a Parigi, e al festival di Dubai.

«Ogni volta che cala il sole, ti chiedi se sopravviverai all’ennesima notte di violenza», ha detto Khadjia alla conferenza stampa di presentazione. La trama, in realtà, racconta l’esperienza di Noojom Ali (il nome le è stato cambiato in occasione del film, da Nujood Ali, che significa “guidata”, per assumere il nuovo significato di “stella nel cielo”), la più giovane divorziata di cui si abbia notizia, all’età di 10 anni, nel 2008, due anni dopo le nozze con il marito aguzzino quarantenne. Ma è un film soprattutto autobiografico, un film-specchio. È Khadija, la protagonista, insieme alla madre, anche lei moglie-bambola, all’età di otto anni.

Racconta la regista in un’intervista su “Vanity Fair”, in occasione dell’uscita del lungometraggio: «Sono dovuta arrivare sull’orlo del suicidio. E mi sarei ammazzata di certo, se mio marito, stanco di quello che riteneva un comportamento inaccettabile, non mi avesse riportata alla mia famiglia. La ha praticamente accusati di averlo imbrogliato sulla qualità della merce, come si fa con un elettrodomestico difettoso».

Così, dopo tre settimane di vita coniugale da incubo, Khadija si è salvata. Rawan, la piccola connazionale, sposa anche lei a otto anni, è stata meno fortunata. Proprio un anno fa, moriva dissanguata per le ferite interne riportate durante la prima notte di nozze, senza miele. Qualche mese prima, a Siirt, nell’Anatolia sud-orientale, si toglieva la vita Kader, a soli tredici anni, pochi giorni dopo aver partorito il secondo figlio, in due anni di matrimonio, morto prematuro. Anche lei, costretta a sposare un uomo molto più vecchio, com’è tradizione in Turchia e in altri Paesi musulmani.

Secondo il principale quotidiano turco “Hürryiet”, sono oltre 180mila le ragazzine costrette alle nozze con uomini adulti, nel Paese. Nella regione di Kader, le mogli minorenni sono oltre il 40 percento. E ben l’82 percento sono analfabete.


È uno schiaffo, terribile, alla civiltà dei diritti umani e, soprattutto, dei diritti dell’infanzia, il dramma delle spose bambine. Nonostante numerose Convenzioni e Carte internazionali, insieme a leggi nazionali, proibiscano il matrimonio di minori di diciotto anni senza il libero consenso, dallo studio del Centro di ricerca “Innocenti” dell’Unicef sul “matrimonio precoce”, risulta che le nozze in età adolescenziale e addirittura puberale sono molto frequenti in alcuni Paesi, non soltanto musulmani. In particolare, in Medio-Oriente, nell’Africa sub-sahariana e in Asia, ma anche in America Latina e in Stati dell’Oceania, come Papua Nuova Guinea, le Isole Salomone e le Isole Marshall, e perfino in Europa, in Albania, in Macedonia, tra le popolazioni rom.

Nel mondo, ogni anno, sono oltre 14milioni, le bambine costrette a sposarsi. In Etiopia e in altri Paesi dell’Africa occidentale, come anche in India, non sono infrequenti le nozze obbligate per piccole di età inferiore agli otto anni. In Pakistan, all’età di cinque anni, sono considerate pronte al matrimonio ed educate ad un atteggiamento servile nei confronti dei maschi. In Rajasthan, l’età nuziale scende addirittura ai tre anni.

E la violenza sulla moglie “disobbediente”, perfino fino alla morte, è legittima. Le giovani spose “fuggitive”, che provano a tornare alla casa paterna, sono riconsegnate dai familiari al marito e punite, addirittura uccise in “delitti d’onore” ammessi dalla legge, in Paesi quali la stessa Turchia, l’Egitto, il Libano, il Bangladesh, e altri. Uno schiaffo alla dignità della donna.

I matrimoni precoci hanno gravi ripercussioni sulla salute psico-fisica, intellettuale, emotiva, affettiva e biologica delle piccole spose indifese, anche per l’effetto associato dei pericoli e delle conseguenze delle gravidanze premature, come nel caso di Kader. La mortalità delle giovanissime madri che partoriscono prima di aver compiuto 16 anni è sei volte superiore alle morti di parto dopo i 20 anni. Quasi il 90 percento delle giovanissime mamme sviluppa fistole vaginali. Le gravidanze in età pre-adolescenziale sono, in molti Paesi, la prima causa di mortalità infantile.

Al buio dell’attenzione mediatica, le morti delle spose bambine, per suicidio o a causa della violenza del marito, per parto precoce o per malattie contratte in relazione al matrimonio prematuro, qualcuna la prima notte di matrimonio, come Rawan, sono all’ordine del giorno, quasi mai riportate dalle cronache.

«Sono i principi della società che devono cambiare. Quando si pratica la barbarie si diventa barbari», afferma la regista yemenita, sposata con un veterinario francese, che non ha voluto figli, confessa, per i “ricordi troppo ingombranti” dell’infanzia. Anche chi tollera la barbarie, nel silenzio, si fa barbaro.

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