29 ottobre 2015

Dissesto e alluvioni. L’Italia che crolla



Negli ultimi mesi in tutta Italia si è parlato di primavera anticipata, poi tardiva, poi di estate torrida e ora di nuovo di clima autunnale, le temperature sono altalenanti e i giorni di forte pioggia e disagi che ci hanno accompagnato in questi mesi continuano a incombere su di noi. E se anche il sole sembra tornare, in realtà bacia un’Italia ferita, piena di strade di collegamento chiuse, dissestate o franate, luoghi evacuati, comunità isolate, patrimonio archeologico compromesso e/o abbandonato. Abbiamo vissuto giorni terribili, in cui la pioggia faceva paura perché le nostre case, scuole, strutture sanitarie e vie di collegamento spesso sono costruite in territori insicuri, soggetti a frane e alluvioni.

La verità è che l’Italia è un territorio fragile, una realtà che viene presentata nel primo WebDoc inchiesta sul dissesto idrogeologico #dissestoItalia, un documento accessibile a tutti e visionabile online, pensato dai giornalisti indipendenti di Next New Media e realizzato con la collaborazione dell’Associazione Nazionale Costruttori Edili, del Consiglio Nazionale degli Architetti, di quello dei Geologi e di Legambiente. L’inchiesta è il risultato di un reportage di tre mesi nelle regioni italiane che sono state interessate fortemente dal fenomeno: Abruzzo, Basilicata, Campania, Emilia Romagna, Lazio, Marche, Puglia, Sardegna, Toscana e il Veneto. ll WebDoc racchiude oltre 50 video in cui i protagonisti raccontano le loro esperienze e i problemi che stanno affrontando, un reportage fotografico di oltre 150 foto, documenti, infografiche e mappe interattive che permettono di avere una panoramica completa sul territorio, con un focus dedicato alla storia del fiume Arno.

I dati presentati sono allarmanti: dal 1944 al 2012 i danni del dissesto idrogeologico sono costati allo Stato 61,5 miliardi di euro, con il problema della messa in sicurezza del territorio che interessa il 9,8% della superficie nazionale e l’89% dei comuni, coinvolgendo una popolazione di quasi sei milioni di persone e causando circa 12.600 vittime, tra morti feriti e dispersi, e 700.000 sfollati. Secondo le fonti fornite dagli studi di settore, la tendenza allo sviluppo di frane e alluvioni, oltre ad avere una causa naturale, è spesso potenziata da una gestione umana sconsiderata. Il consumo di suolo infatti è aumentato del 156% dal 1956, bisogna considerare che in Italia la scarsità di suolo edificabile spinge all’occupazione di aree sempre più marginali, se non addirittura non adatte all’insediamento, come quelle a rischio idrogeologico. I cambiamenti climatici e il riscaldamento globale sono altre cause di un inevitabile peggioramento dei fenomeni naturali estremi e sono dovuti all’aumento delle concentrazioni di gas che causa l’ effetto serra scatenato dalle emissioni provenienti dalle attività umane. Ancora una volta l’azione umana sull’ambiente lo espone a pericoli maggiori e di più vasta entità.

Il documento, oltre a presentare lo stato delle cose, affronta temi rilevanti cercando anche e sopratutto di evidenziare soluzioni e prevenzioni: cos’è il rischio idrogeologico, quali sono i suoi effetti, come contrastarlo, quali politiche attuare, come tutelare il territorio. Una riflessione necessaria per superare e contrastare le politiche emergenziali, che dispongono deroghe ed evidenziano la mancanza di un piano di tutela e prevenzione: è viene infine sottolineata la necessità di una manutenzione ordinaria e costante, come pure una maggiore cura dei centri abitati, della montagna, la pulizia degli argini dei torrenti e una corretta politica di riuso del patrimonio immobiliare, elementi che servono a definire una politica responsabile di rispetto dell’ambiente. È indubbio che il modello tradizionale di sviluppo basato sulla politica del cemento non ha saputo farsi le giuste domande e non è più sostenibile. Prima di scavare e cementificare bisognerebbe chiedersi: di quanto suolo abbiamo davvero bisogno? Quanto di quello che viene costruito rispetta i parametri di legge e quante volte la stessa legge va in deroga, come nel caso dei condoni edilizi? Questa rincorsa alla cementificazione a chi serve, considerando anche il calo demografico? Gli strumenti di pianificazione e controllo quali VAS (Valutazione Ambientale Strategia) e VIA(Valutazione di Impatto Ambientale), se attuati, sono realmente efficaci? La risposta anche a una sola di queste domande sarebbe sufficiente a rallentare le ruspe. La conclusione è, dunque, scontata

Elisa Macciocchi
Sociologa
Esperta in Sviluppo Sostenibile
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