15 settembre 2015

Vegetariani e vegani: bocciati in ecologia

Vegetariani e vegani: bocciati in ecologia

Carnivori d’Italia, alzatevi. Non per dirigervi sbavosi verso l’ennesima bistecca sfrigolante, bensì per rispondere a tal quesito: quante volte siete stati ammoniti da vegetarianievegani sui danni ambientali generati dal consumo di carne? Quella ambientale è la seconda questione sfoderata dal vegetariano evangelizzatore di turno, solo dopo aver fatto un bello shampoo etico sulle sofferenze animali.

Vi piaccia o no, cari mangiabistecche, gli amici verdi hanno ragione al 101%: non scopriamo mica oggi l’enorme impatto che la produzione di carne industriale e a basso costo ha sull’ambiente, genera malattie, inquina le falde e, per ingrassare animali tenuti in vita in condizioni abominevoli, sostiene un modello agricolo intensivo devastante non solo per il suolo ma per insetti, uccelli e gli esseri umani che vivono nei paraggi.

Ma c’è un tris di domande che mi pongo spesso quando sento parlare alcuni dei miei amici rigorosamente veg che snocciolano le portate della cena di ieri o quando vedo le foto dei loro piatti scorrere sul mio feed di Instagram:peperonata a gennaio, insalate di radicchio a luglio, chili e chili di guacamole tutto l’anno. Se il mio calendario non mi inganna, qualcuno ha fatto inversione a U con le stagioni e non solo.

Seppur condividendo e supportando le tesi veggie, la sola astensione dall’acquisto e consumo di carne non basta a dare una mano all’ecologia:

LIMONE ARGENTINO, PESCHE SPAGNOLE: E PERCHÉ?


Non capisco, non vi piace il femminello siracusano o la tabacchiera delle Marche? Che v’hanno fatto i kiwi di Valeggio sul Mincio o gli zucchini del Piemonte? Il prezzo ambientale pagato per il trasporto di frutta dalla Nuova Zelanda e ortaggi dal Sud America è alto, sia navi che aerei impattano pesantemente sullo stato di salute di mari e atmosfera.

Si potrebbe rincarare la dose stilando una lista di frutta esotica presente nei ricettari vegetariani, spesso proveniente da paesi in cui le condizioni di lavoro sono al limite (oltrepassato?) della schiavitù e il cui trasporto ha forti conseguenze sull’ambiente, sia per emissioni (diossido di carbonio, anidride solforosa e ossidi di azoto) che di chilogrammi di petrolio consumati ogni mille chilometri percorsi.

Insomma, fare incetta di guacamole non è del tutto ecologico (a meno che non preferiate l’avocado prodotto in Sicilia da Agrinova Bio).

POMODORO A GENNAIO, BROCCOLI A LUGLIO: E IL MAGLIONE A FERRAGOSTO?


I prodotti dell’agricoltura in serra sono ormai onnipresenti ma perché non rispettare il normale ciclo delle stagioni? Si può rinunciare alle melanzane alla parmigiana in inverno – anche se è un enorme sacrificio palatale – o ai cavoli in piena estate, ogni stagione ha unricco patrimonio da sfoggiare.

Riscaldare una serra richiede un alto consumo di energia e un uso ingente di fertilizzanti e anti parassitari, non proprio un toccasana ambientale.

La stagionalità è un mantra sacro che non va mai violato.

AGRICOLTURA INTENSIVA: E UNA SCELTA SELETTIVA?



Le serre sono parenti prossime del modello agricolo intensivo che più di qualunque altro ha un fortissimo impatto su suolo e atmosfera. Alcune varietà come soia e mais sono spesso monocolture che coprono ettari di suolo puntualmente depauperati e in cui la biodiversità è minacciata.

Basterebbe evitare quei prodotti provenienti da catene industriali – io schivo come la peste sottoli e sottaceti a basso costo, ad esempio – e non fa male dare un’occhiata alle liste di ingredienti di prodotti come crackers o biscotti: non è scientificamente provato che l’olio di palma e colza siano dannosi per la salute ma di certo lo sono per le foreste.


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