27 settembre 2015

Una lunga storia di orrore e disperazione


All'inizio del 1997 l'Albania si trovò d'improvviso fuori dal comunismo ma senza un governo stabile: dal marzo di quell'anno, l'“anarchia albanese” fece più di settemila vittime, fino alle nuove elezioni che segnarono l'inizio di un clima di pacificazione istituzionale. Oggi è uno dei pochi Paesi europei in crescita ed attrae ingenti investimenti dall'estero (e tra qualche anno potrebbe anche far parte dell'Unione Europea), ma in quei giorni non se la passavano affatto bene.

In questo scenario, molti albanesi provavano ad attraversare l'Adriatico per raggiungere il Belpaese, generando per la prima volta il fenomeno delle “carrette del mare”: uno sciame di imbarcazioni di fortuna tentò di giungere sulle coste pugliesi superando quei 72 chilometri che separano l'Italia dai Balcani. Il 28 marzo di quell'anno, come prevedibile, la situazione degenerò: la Katër i Radës, con a bordo 120 profughi, naufragò a causa delle manovre di respingimento poste in essere dalla corvetta Sibilia della Marina Militare Italiana. Un'enorme ondata di emozione (ça va sans dire) colpì il nostro Paese, cominciarono a sprecarsi i “mai più”, le invocazioni all'Europa, e la pubblica opinione in breve tornò ad assopirsi.

Da allora, migliaia di migranti hanno tentato di raggiungere i lidi europei, e dal 1988 Fortress Europe calcola che siano morti in più di ventimila. Cambiano le guerre da cui fuggono, cambiano i governi ma quello che non cambia è il risultato: una strage umanitaria senza tregua che non produce una quantità di vittime ancora superiore solo grazie a quei pescatori, quei militari, quei diportisti che ogni giorno, mossi da umana compassione, riescono di salvare quelli che incontrano le loro rotte. Stoica è la resistenza di Lampedusa, che silente sopporta il peso di un intero continente, moderna Atlante con il cielo sulle spalle ed i cadaveri ai propri piedi.

Chi, come il Capo dello Stato ed il Primo ministro, ancora ripete le vecchie formule, ancora chiede una mano all'Europa, ancora sta lì a dire che il problema sono gli scafisti (che si limitano, a ben vedere, a rispondere alla “domanda” di sbarchi) dimostra di non capire – o non voler capire, il ché è anche peggio – le ragioni profonde di questo fenomeno. Dimostra, cioè, di non percepire – o non voler percepire – alcun moto di umana empatia di fronte ad una disperazione tanto esasperata da portare a preferire questi assurdi viaggi “della speranza” alla prospettiva di restare nel proprio Paese d'origine; e dimostra di non comprendere che questo flusso, scafisti o meno, troverà sempre il modo di “forzare” il confine naturale tra “noi” e “loro”.

Fin quando l'Europa non farà una seria riflessione sul suo ruolo storico nella formazione del divario tra Nord e Sud del mondo, fin quando non ci interrogheremo profondamente sul depauperamento del continente africano su cui ancora oggi fondiamo molte delle nostre fortune; ecco, fino ad allora, non potremo comprendere che in minima parte cosa va avvenendo a pochi chilometri di distanza dalla nostra fiera civiltà. Le croci disseminate per il Mediterraneo stanno lì a ricordarcelo, anche se, 18 anni dopo la Katër i Radës, facciamo ancora finta di nulla.
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