10 settembre 2015

La tragedia di Aylan e l’arte di manipolare le menti a mezzo stampa

La tragedia di Aylan e l’arte di manipolare le menti a mezzo stampa
La psicologia definisce ‘euristica’ una strategia cognitiva, che spesso viene usata in maniera spontanea e inconsapevole, la quale permette di emettere giudizi e prendere decisioni sulla base di informazioni scarse. Quando non si può o non si ha interesse a raccogliere tutti i dati necessari per fare una scelta, è possibile usare una di queste “scorciatoie di pensiero”, che funzionano bene nella maggior parte delle circostanze quotidiane, ma in certi casi rischiano di portare a errori.

Gli studiosi hanno individuate diverse euristiche, tra le quali quella detta ‘della rappresentatività': classificare un oggetto attraverso il criterio di somiglianza, attribuendo caratteristiche simili a oggetti simili, talvolta perfino ignorando informazioni che dovrebbero far pensare il contrario.

Ci chiediamo se questa teoria possa aiutarci a comprendere le reazioni suscitate dall’ormai notissima foto del piccolo Aylan Kurdi, il bimbo di tre anni annegato sulla spiaggia turca di Bodrum. Si tratta di un’immagine terribile, tanto che non tutti i giornali e i siti d’informazione hanno deciso di pubblicarla e questo fatto ha innescato qualche polemica: chi pubblica accusa l’altro di nascondere la verità, chi non lo fa afferma di proteggere la sensibilità del pubblico e di non voler spettacolarizzare la tragedia.
La sofferenza dell’innocente è tra tutte le ingiustizie possibili quella più difficile da accettare, quindi quella foto è un pugno nello stomaco, ma altre migliaia di foto di bambini morti sono circolate negli ultimi anni, talune anche più sconvolgenti, eppure non hanno suscitato altrettanto clamore: come mai?

La stessa autrice dello scatto, la fotografa Nilufer Demir, dell’agenzia turca ‘Dogan News Agency’, nell’interrvista rilasciata a ‘Le Monde’ ha affermato che non pensava che quelle immagini avrebbero avuto un impatto così forte sull’opinione pubblica mondiale.

Ci era già capitato in precedenza di vedere immagini di piccoli corpi spappolati o arsi, immagini per dirla tutta molto peggiori di quella in questione, forse troppo brutte e a loro modo spettacolari (in termini cinematografici, “splatter”) per essere percepite come reali (si veda sul tema l’articolo ‘Morire. Perché oggi ne abbiamo paura più che in altre epoche’, l’Opinione pubblica, 26 agosto 2015) e che quindi possono creano un’emozione negativa violenta, ma non modificare dei comportamenti.

Invece la foto del piccolo Aylan ha avuto un effetto dirompente, fors’anche perché è meno impossibile da guardare senza distoglierne, inorriditi, lo sguardo: non c’è sangue, non ci sono ferite. Ma la spiegazione potrebbe essere più semplice ed amara: la pelle chiara, la magliettina e i pantaloncini corti, Aylan può sembrare un bambino occidentale, così per il criterio della somiglianza viene catalogato come uno dei nostri bambini, così la sua fine ci scuote, non è la sofferenza dell’innocente che sconvolge, ma che si tratti di un innocente “simile a noi”. Una forma di razzismo molto sottile.

Ben inteso: non si di un ragionamento consapevole, ma di una reazione emotiva automatica.

Le immagini cruente e quelle erotiche sono quelle che più delle altre attraggono la nostra attenzione, non a caso sono quelle più spesso utilizzate, soprattutto le seconde, dalla pubblicità.


Molte persone non comprano mai giornali, però ne sfogliano uno, magari al bar quando prendono il caffè, e si possono trovare all’improvviso di fronte a una foto con una forte carica emotiva che cattura la loro attenzione: più spesso si tratta di una pubblicità, altre volte di una notizia. Molti sono poi coloro che non sono interessati a guardare il telegiornale, ma tengono la tivù accesa mentre sono impegnati in altre attività, per poi mettersi ad ascoltare davvero solo quando qualcosa richiama con forza la loro attenzione, come ad esempio un’immagine che, per qualche motivo, li fa trasalire.

Coloro che leggono i giornali e ascoltano i notiziari sanno bene di tutti i morti, tra i quali molti bambini, annegati quest’anno nel Mediterraneo, ma sono molte di più le persone che non si informano e non ne sanno quasi nulla, oppure ne hanno solo un’idea vaga, poi di fronte alla foto del piccolo Aylan, improvvisamente, sanno! E quindi cambiano la propria opinione sulle politiche del governo del loro Paese, magari costringendo lo stesso governo a modificarle per timore di perdere troppi consensi: emblematico in questo senso il caso inglese, non possiamo sapere se David Cameron in persona si sia commosso, ma di certo molti suoi potenziali elettori possono essersi impressionati e quindi lui e il suo staff hanno deciso di reagire di conseguenza.

E i politici italiani non sono stati da meno, i “due Matteo” hanno trovato un’altra occasione per insultarsi in maniera pesante: se questi sono i leader più influenti a livello nazionale, siamo messi proprio bene!

Interessante è notare come i due abbiano in comune qualcosa di più del nome, come siano capaci di giocare con le emozioni degli italiani, uno con la pietà, l’altro con la paura: si rinfacciano l’un l’altro di strumentalizzare una tragedia e su questo sì, hanno ragione entrambi.

Viviamo in un’epoca che esalta e magnifica le cosiddette ‘emozioni positive’, ma in realtà questa divisione tra emozioni buone e cattive è arbitraria, tutte hanno un valore di segnale nel qui ed ora, sia provare pietà che paura può essere di aiuto, se permette di reagire in maniera adeguata alla situazione: se si guarda all’etimo si scopre che il significato della parola emozione è difatti “muovere verso”.

La finestra temporale in cui l’emozione può essere davvero utile è però di pochi attimi, quelli in cui c’è la possibilità di agire verso la sua fonte, magari abbracciando qualcuno, oppure fuggendo da una fonte di pericolo. Appena dopo, svaniti l’opportunità o il pericolo, la cosa migliore è lasciare che l’eccitazione decanti per poi tornare a riflettere con calma. Non si tratta di essere freddi, anzi è un bene farsi guidare dal cuore, ma mediante un altro tipo di esperienza affettiva, più durevole e meno irrazionale, per dirla con Friedrich Nietzsche “non la forza, ma la costanza di un sentimento distingue gli uomini migliori”.

Chi non è capace di provare emozioni ha un problema ed ha delle difficoltà a comprendere quelle degli altri, quindi a relazionarsi col prossimo. Farsi guidare dalle emozioni al di fuori di quella che è la loro funzione specifica però non è soltanto patologico, ma ci pone nella posizione di essere controllati da chiunque sia capace di toccare i tasti giusti per risvegliarle in noi.

Sia chiaro poi che non c’è nessuna superiorità morale nel fomentare un’emozione positiva piuttosto che una negativa: sono entrambi dei metodi per togliere lucidità alle persone. E gli esponenti dell’attuale classe politica temono poche cose più di un elettorato lucido, perché segnerebbe la loro fine.

No, non siamo di fronte a uno scontro tra uomini e bestie: dire ciò offende gli uni e le altre.

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