05 settembre 2015

LA POLONIA IN BOOM ECONOMICO (2015 +3,3% PIU' DEL DOPPIO DELLA GERMANIA) E A OTTOBRE SI VOTA: DESTRA NO EURO-UE VINCERA'


VARSAVIA - Recesja (recessione), una parola che in Polonia resta in sonno sulle pagine del vocabolario. La sesta economia dell'Unione europea continua a marciare con un passo fuori dal comune. Basta guardare i numeri della crescita economica. Tra il 2008 e il 2014 il Pil dell'Unione Europea è cresciuto dello 0,7%, quello della Polonia è salito del 24%. Per quest'anno il copione non cambia.

Se per l'Unione, secondo le previsioni di Bruxelles, la crescita media è attesa intorno all'1,3%, Varsavia potrebbe archiviare il 2015 a +3,3%. Se continua questo trend, la Polonia nel 2025, secondo uno studio della McKynsey, potrebbe superare il Pil procapite di alcuni paesi che la precedono, quali Portogallo, Spagna e Italia.

Numeri che racchiudono la recente storia economica di un Paese che, uscito in ginocchio dal comunismo, ha saputo reinventarsi a partire dalla metà degli anni 90. La spinta decisiva è arrivata dal 1996 con la creazione delle zone economiche speciali (Zes) e l'azione costante del Paiiz, l'agenzia per gli investimenti esteri, che ha replicato con successo quanto fatto dall'Ida, l'agenzia irlandese per lo sviluppo, se quest'ultima ha trasformato l'Irlanda nella Tigre Celtica, la prima ha portato la Polonia dall'archeologia industriale ad hub europeo dello sviluppo economico.

Oggi le Zes sono 14 ed offrono un robusto pacchetto di incentivi, senza dimenticare che l'imposta sul reddito di impresa, valida su tutto il territorio nazionale, viaggia con una aliquota del 19%. Ma le grandi imprese industriali che si stabiliscono nelle zone speciali godono di una franchigia fiscale sugli utili pari al 25% della loro spesa per investimenti, per quelle medie si passa al 35%, per quelle piccole al 45%. Le franchigie sugli utili variano di zona in zona e vengono decise dal governo nel tentativo di mantenere forme di sviluppo economico equilibrato tra le diverse aree del paese.

La Germania resta il maggiore investitore estero con un stock di oltre 27,5 miliardi, l'Italia viaggia al sesto posto con 9,2, miliardi, non ci sono solo i grandi nomi come Fiat, presente in Polonia dal lontano 1921, Brembo, Ferrero, Finmeccanica, Astaldi e Salini-Impregilo, ma anche una numerosa pattuglia di medie imprese,spesso nel ruolo di fornitori. Tutte aziende italiane che NON investono in Italia ma lo fanno qui in Polonia. Il governo Renzi dovrebbe meditare a lungo su questo.

'Direi che l'imprenditoria italiana presente si muove su quattro terreni, quello commerciale con un interscambio annuale di circa 17 miliardi, quello degli insediamenti produttivi, quello delle infrastrutture e quello della difesa, sempre più promettente dopo l'ingresso del paese nella Nato' spiega Alessandro De Pedys, ambasciatore d'Italia in Polonia.

Sui numeri della presenza tricolore si parla di circa 1.500 imprese, 'non è un numero lontano dalla realtà, dopo le grandi imprese e quelle medie, si affacciano sul mercato quelle piccole, che hanno un maggiore bisogno della nostra consulenza. E poi aumenta la presenza italiana nel commercio al dettaglio, nella ristorazione, nella gelateria, tutti attratti dalla crescita di una classe media. Tra le curiosità, veramente singolari, e devo dire che mi ha fatto un pò sorridere, c'è anche chi vorrebbe aprire un sexy-shop' sottolinea, con una punta d'ironia, Giuseppe Federico, Direttore dell'Ice di Varsavia.

Ovviamente non c'è rosa senza spine. E almeno due appaiono le sfide più importanti del paese. La prima si giocherà sul terreno del fabbisogno energetico, si dovrà ridurre la dipendenza dal carbone, oramai poco conveniente oltrechè fonte di diseconomie esterne, tanto che le energie rinnovabili cominciano a coprire il 15% del fabbisogno energetico. Ridimensionare o chiudere il settore minerario, non è solo una questione economica ma soprattutto politica: i minatori, ben 500mila, votano e non vogliono spostarsi nel manifatturiero dove gli stipendi sono più bassi.

E le elezioni politiche sono vicine, si vota a fine ottobre, una questione tra il centro-destra filo Ue, al governo, e la destra all'opposizione anti euro e anti Ue, sinistra non pervenuta, in Polonia praticamente non esiste.

La seconda sfida riguarda la posizione del Paese nella catena globale di creazione di valore aggiunto. E' vero che la Polonia, guardando i numeri dell'anemica crescita economica dell'Unione europea, ma soprattutto della zona euro, perchè ad esempio la Gran Bretagna è in boom economico, balla da sola ma su una pista costruita con il decisivo contributo dei fondi europei, che peraltro ha saputo mettere a frutto. E i fondi nel 2026 finiranno. Undici anni comunque non sono pochi, per sistemare le cose. Al passo dello sviluppo di oggi, nel 2026 la Polonia sfiderà la Germania, altro che crisi.

E l'euro? Può attendere, anzi se non si fa vedere molto meglio. Se prima della crisi dell'Eurozona oltre la metà dei polacchi vedeva con favore l'adesione alla moneta unica; oggi, stando ai sondaggi, circa il 70% non ne vuol neppure sentir parlare. Si vive benissimo con lo zloty. E dopo le prossime elezioni di fine ottobre, per le quali tutti i sondaggi concordano nel dare la vittoria alla destra No euro No Ue, se solo rimaneva un barlume di possibilità che la Polonia accettasse l'euro, verrà cancellata. Così come, verrà cancellato "l'europeismo" adagiato alle volontà di Bruxelles. Molto, cambierà dentro la Ue dopo le elezioni in Polonia. La Germania contava sulla sponda polacca. Ebbene, la perderà.

Redazione Milano
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