21 settembre 2015

Il trionfo di Putin alle amministrative e lo smacco dell’Occidente

Il trionfo di Putin alle amministrative e lo smacco dell’Occidente
Russia Unita conferma i propri consensi anche alle amministrative, chiaro segno che se le sanzioni avevano lo scopo di indebolire il successo del sistema Putin in Russia, queste hanno decisamente fallito. Partito Comunista della Federazione Russa unica vera opposizione.

Le elezioni amministrative in Russia – regionali e locali – del settembre 2015 sono state importanti per almeno due ragioni: la prima, di ordine interno, riguardava lo sviluppo del sistema elettivo russo dopo la riforma di semplificazione sulle norme di registrazione dei partiti dell’anno 2012; la seconda, con ripercussioni sulla politica estera della Federazione, concerneva la prima verifica popolare circa l’operato del partito del presidente Putin dall’inizio della crisi ucraina. I risultati non hanno deluso.
“Russia Unita”, compagine di governo, ha ripetuto i successi degli ultimi anni, confermando tutti i governatori uscenti con una sola, ma significativa eccezione, nel governatorato di Irkutsk, dove il candidato del presidente, Eroščenko, andrà al ballotaggio con il comunista Levčenko. Il Partito Comunista Russo si mantiene, quindi, come unica alternativa di valore a Russia Unita, se consideriamo che né i nazional-liberali di Žirinosvkij, tradizionalmente il terzo partito del Paese, né gli altri e più noti partiti di opposizione liberale e filooccidentale – riuniti nella Coalizione Democratica facente capo al “nuovo” Parnas – hanno ottenuto accrescimenti anche minimi. L’incremento delle registrazioni dei vari movimenti alle liste politiche non ha portato alla confusione che gli allarmisti profetizzavano su una proliferazione dei piccoli partiti che avrebbe favorito il governo a detrimento delle opposizioni più importanti. Questo buon risultato è stato ammesso anche da Mitrochin e Ryžkov, segretari rispettivamente di Jabloko e Parnas, non esattamente dei fanatici putiniani, che hanno descritto la riforma elettorale come un enorme conquista da parte del movimento di protesta, pur criticandone diverse sfaccettature. I suddetti partiti liberali non hanno comunque rovesciato i rapporti di forza, se complessivamente il gradimento di Russia Unita supera il 70% in tutta la Russia mentre la Coalizione Democratica ha raggiunto l’1% nell’unica regione in cui era presente. Con il vicepresidente della Duma Isaiev a soffermarsi sulla “aumentata concorrenza tra le varie forze politiche” e il premier Medvedev che definisce la chiamata alle urne “un buon risultato”1, alla seconda prova dopo la riforma delle liste possiamo dire che il sistema politico russo non è mai stato così in salute.
Si dica pure che il presidente Putin ha superato brillantemente le durissime prove dell’ultimo biennio. L’approvazione elettorale certifica l’appoggio completo alle politiche del governo sui temi caldi del sostegno alle popolazioni del Donbass e alla Siria, ma dimostra anche il fallimento politico delle sanzioni europee. Da segnalare come anche in Crimea, promossa a nuovo “soggetto federale” dopo il ritorno nel 2014 alla madrepatria, si siano tenute le elezioni, concluse con la vittoria, ancora una volta, di Russia Unita.
Ma vi è pure altro su cui riflettere.
Se i russi sono soddisfatti, gli occidentali lo sono molto meno: i leader «democratici, aperti e civili» su cui puntavano moltissimo per indebolire Putin e poter corrompere e paralizzare la Russia dall’interno, hanno fatto un fiasco clamoroso. La bassissima percentuale di voti ottenuti indica chiaramente che non sono riusciti a fare presa su nessun segmento elettorale.
Il piano Brzezinski-Wolfowitz, per disgregare la Russia e relegarla a un ruolo di secondo piano, subalterno alla superpotenza americana, tagliandola fuori dall’Ucraina e dal Mediterraneo e spezzettandola in tanti stati governati da gente corrotta (e quindi manipolabile) non verrà certo messo da parte, ma ha appena subito l’ennesima battuta d’arresto, dopo quelle in Ucraina e in Siria (l’ultima di questi giorni).
A proposito di battute d’arresto e di Siria, notiamo l’indecisione statunitense, o meglio: l’esplosione del conflitto tra fazioni (e strategie diverse) all’interno dell’establishment americano. Alcuni non fanno altro che ripetere che Assad se ne deve andare. Altri temono di più l’ISIS o comunque chiunque verrà dopo Assad. Così a bombardamenti evanescenti ai «danni» (si fa pe dire) dell’ISIS si alternano richieste e minacce, via via in tono sempre più isterico, affinché Assad se ne vada.
«Gli Stati Uniti non vogliono più che cada il governo del presidente siriano Bashar al-Assad. Lo ha detto il rappresentante permanente russo all’Onu Vitali Ciurkin in un’intervista alla Cbs ripresa dall’agenzia Tass. Secondo Ciurkin, «il governo americano ora è molto preoccupato che il governo di Assad cada, l’Isis prenda Damasco e gli Usa siano incolpati di ciò2.»
In questo gioco, si è ben inserita la Russia, che ha intensificato gli aiuti alla Siria, proprio quando si era (di nuovo) rafforzato il partito della guerra ad Assad. Putin ha più volte rifiutato offerte/ordini da parte americana di mollare Assad, asserendo che «solo i siriani possono decidere il proprio destino.»3Gli annunci e le mosse russe hanno gettato nel panico gli occidentali, anche perché molto è stato speso per rendere l’ISIS una macchina efficiente e un pesante intervento russo poteva causarne la fine. Ecco, allora, le altrimenti incomprensibili minacce occidentali, rivolte ai russi, di astenersi da ogni operazione che non sia puramente difensiva. Tuttavia, queste affermazioni si sono rivelate un boomerang mediatico ai danni degli americani, dato che diverse persone, anche inserite nel circuito mediatico mainstream, stanno aprendo gli occhi riguardo il ruolo statunitense nella vicenda. E questo non può che aumentare la paura che gli americani nutrono nei confronti di Putin; paura che inevitabilmente si trasforma in odio, non riuscendo a sbarazzarsi di lui: Machiavelli insegna che si può odiare solo chi ci è superiore.
Da qui i rinnovati attacchi contro Putin, che una parte dell’opinione pubblica occidentale, sempre più minoritaria, vede come un dittatore sanguinario che fa ammazzare giornalisti, oppositori e gay. Proprio sulla vicenda dei gay, si è inserito l’ennesimo saltimbanco dell’Occidente, Elton John. Il «cantante», in verità meno noto per il talento musicale che per le proprie inclinazioni (fra le altre cose, ha la passione per l’acquisto di bambini) ha insultato Putin dicendo che le sue idee sui gay sono un mucchio di stupidaggini, e pretendendo (sic!) un confronto pubblico.
E qui facciamo un attimo una pausa. La legge «antigay» che in tanti condannano senza (volerla) conoscere, si limita a punire la propaganda sessuale (quindi anche etero) in presenza di bambini.
Gli “occidentali” usano queste tematiche come arma contro i Paesi in cui vogliono un «regime change» e in tutti quelli già sottomessi o da sottomettere completamente. Le ragioni sono semplici: si batte il tasto sulle libertà occidentali, associandole astutamente a immagini di benessere e di felicità. Si contrappone il tutto al «grigiore, conservatorismo, fascismo, nazismo, stalinismo, o altro» dei governanti. Poi si presentano gli USA ed, eventualmente, l’adesione alla UE, come unico baluardo della libertà (che viene tradotta dai media con: tu diventerai ricco, libero e felice) mentre qualunque movimento patriottico (non sciovinista, che questi invece sono utili sopratutto nell’est europeo) finirà per scontrarsi contro tale propaganda, quindi verrà additato come colui che vuole negare benessere e libertà ai connazionali. Il tutto, rafforzato da ossessive campagne mediatiche. Lo abbiamo visto nelle varie rivoluzioni colorate, ma anche nei paesi sottomessi, come l’Italia.
Lo scopo è anche quello di ridurre le persone a meri atomi individuali, la cui unica qualità sia il consumo, indebolendole, logorandole psichicamente con l’esigenza di non offendere certe lobbies col proprio linguaggio o con le proprie azioni.
Una prova di tutto ciò, è che di solito quegli attivisti che si occupano delle libertà individuali di certi popoli non hanno mai neppure provato a scatenare proteste nei paesi arabi “medievaleggianti” ma in buoni rapporti con gli USA (Arabia Saudita, Qatar etc).
Quindi Putin è la Grande Bestia, almeno per chi sperava di poter continuare a sfruttare la Russia come un bordello a cielo aperto, dopo che Eltsin aveva gettato il proprio Paese in pasto ai cani. Ma Putin guadagna consensi anche grazie all’opposizione fattagli dagli occidentali, ed è questa la cosa che più rende isterici gli americani e i loro vassalli: la «gioiosa macchina da guerra» mediatica, che permette agli USA di cambiare a piacimento i governi di mezzo mondo, non solo non è riuscita nel proprio intento dentro la Russia, ma non è neanche servita a isolarla diplomaticamente. Questo, nonostante gli USA abbiano «accorciato il guinzaglio» ai governanti europei, per costringerli a osteggiare Mosca. Il permanere al potere di Putin e, di riflesso, di Assad, rappresentano una aperta sfida al dogma del «nuovo secolo americano» dell’America quale «unico Paese indispensabile4.» E, tuttavia, il paradosso è che ora le altre opzioni sono tutte peggiori per gli stessi americani!
«“..In privato, mi dicono, il presidente Obama ha accettato – e forse ha anche incoraggiato – l’accresciuto sostegno di Putin al regime di Assad, avendo capito che è la sola speranza di scongiurare una vittoria degli estremisti sunniti. Ma in pubblico, Obama sente che non può far propria questa posizione razionale”.
La stupefacente asserzione qui sopra è una citazione di Robert Parry, uno dei più grandi giornalisti investigativi americani, con ottime entrature nel sistema di potere americano, specie oggi nella Casa Bianca democratica.5»

Federico Pastore – Massimiliano Greco


Riferimenti:

2. Ansa
4. Una famosa affermazione di Obama
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