15 settembre 2015

Il Santo Padre Francesco arreca “una ferita al matrimonio cristiano”? Suvvia, cerchiamo di non essere ridicoli …

Il Santo Padre Francesco arreca “una ferita al matrimonio cristiano”? Suvvia, cerchiamo di non essere ridicoli …


Durante le mie prediche nel deserto da anni vado dicendo che l’origine del problema è data dal fatto che il matrimonio sacramentale è concesso dai vescovi e dai loro preti con una leggerezza che grida vendetta al cospetto di Dio. 

Sposa ingresso chiesa
un prete che consente a una sposa in queste condizioni l’accesso in chiesa, merita i dovuti complimenti, naturalmente assieme al suo vescovo …

Raramente capita di leggere documenti giuridici improntati in maniera così profonda su criteri pastorali. Opera riuscita a meraviglia nella lettera apostolica in forma di motu proprio del Sommo Pontefice Francesco,Mitis iudex Dominus Jesus sulla riforma del processo canonico per le cause di dichiarazione di nullità del matrimonio [testo originale integrale, QUI]. Purtroppo nelle successive ore abbiamo assistito ad una diversa ridda di male informazioni ed all’Isola di Patmos sono giunte così molte lettere di lettori che hanno domandato spiegazioni sulle «nuove procedure» riguardo «l’annullamento del matrimonio» secondo le «nuove disposizioni del Santo Padre Francesco». Fatta eccezione per i presbiteri i lettori tendono a basare i propri quesiti su notizie giornalistiche di questo genere: «Francesco continua la rivoluzione: “Annullamento matrimonio rapido e gratis» [vedere QUI].
Ripetiamo ai lettori ciò che più volte abbiamo loro raccomandato: non bisogna mai basarsi sulle notizie riportate dai giornali o su estratti spesso male interpretati dalle agenzie di stampa; è sempre necessario andare alla fonte e leggere i documenti ufficiali, tutti reperibili sul sito della Santa Sede.

sposa in chiesa 2 Guendalina Tavassi e Umberto D Aponte
Roma, Chiesa di San Lorenzo in Lucina – Non è l’immagine di una pornostar ma di una sposa ammessa in queste condizioni dentro una chiesa della Diocesi di Roma. Questo impone di  porgere i più sentiti complimenti al Monsignor Rettore di questa chiesa metropolitana ed a quelli del Vicariato di Roma …

Nel titolo poc’anzi riportato, che è solo uno tra i tanti, spiccano due parole fuorvianti e scorrette: «rivoluzione», lemma caro alla passionaria argentina Elisabetta Piqué [vedere QUI]; e quella ancora più scorretta di «annullamento». Come infatti spiegheremo nessun Pontefice, incluso il Santo Padre Francesco, può annullare un Sacramento. Se ciò fosse stato possibile i Pontefici Clemente VII e Paolo III, che scomunicarono Re Enrico VIII rispettivamente nel 1533 e nel 1538 per le sue vicende matrimoniali e la sua pretesa di piegare la disciplina dei Sacramenti alle proprie volontà, si sarebbero risparmiati volentieri lo scisma d’Occidente con tutte le persecuzioni che ne seguirono per la Chiesa Cattolica d’Inghilterra, per il clero ed i laici fedeli a Roma, come prova il martirio di Thomas More e quello del Vescovo e Cardinale John Fisher, entrambi decapitati e proclamati in seguito santi martiri.
Chiariamo i termini facendo uso di parole corrette, perché nessuno, incluso il Romano Pontefice, può “annullare”, “cancellare”, “togliere” un Sacramento validamente celebrato o amministrato. Un Sacramento — in questo specifico caso il matrimonio – può essere nullo, che è cosa diversa dal concetto aberrante di “sacramento annullato”. Per esempio: io ho ricevuto validamente e lecitamente il Sacramento dell’Ordine i cui requisiti di validità richiesti sono minimi, come del resto lo sono per tutti i Sacramenti. Se però fosse appurato che non ho ricevuto il Sacro Ordine liberamente ma sotto minaccia e costrizione e che in verità non era mia intenzione diventare prete; se fosse appurato che sono giunto al Sacro Ordine per scopi malvagi e perversi, animato da sprezzo verso il deposito della fede, il Magistero della Chiesa e le verità di fede da essa custodite e annunciate … appurato il tutto verrebbe dichiarato che il Sacramento da me ricevuto è nullo. E, seppure consacrato sacerdote, il Sacramento da me formalmente ricevuto non sarebbe valido, perché l’imposizione delle mani e la preghiera consacratoria recitata dal vescovo su di me e la unzione dei palmi delle mie mani col sacro crisma, finirebbero col risultare solo segni fini a se stessi che non hanno potuto produrre alcuna efficacia sacramentale su una persona totalmente chiusa ai doni della grazia del Sacro Ordine.

sposi Basilica di Santa Maria in Aracaeli 2
Roma, Basilica di Santa Maria in Aracoeli. Sempre con rinnovati complimenti ai Frati Minori Francescani a cui è affidata la rettoria di questa basilica ed a quelli del Vicariato di Roma.

La Chiesa può dichiarare che un Sacramento è nullo, cosa sostanzialmente diversa dall’annullare un Sacramento. La Chiesa non ha alcuna facoltà di “annullare” un Sacramento perché non può disporre della sostanza dei Sacramenti in quanto beni non disponibili e quindi non variabili  e non alterabili nella loro essenza, essendo appunto mezzi e strumenti di grazia d’istituzione divina dei quali noi ministri siamo solo custodi e dispensatori secondo le diverse potestà dei tre gradi del Sacramento dell’Ordine; dei Sacramenti non disponiamo e di essi non siamo padroni. Tutto questo non è un gioco di parole e neppure una questione di lana caprina, tutt’altro: chi afferma: «il Tribunale ecclesiastico ha annullato il matrimonio di Tizio e Caia» dice un’enorme stoltezza. Il Tribunale ecclesiastico ha solo dichiarato che quel matrimonio è nullo dopo avere appurata la mancanza di uno o più requisiti necessari a renderlo valido.

sposi Basilica di Santa Maria in Aracaeli 3
Roma, Basilica di Santa Maria in Aracoeli. Sempre con rinnovati complimenti ai Frati Minori Francescani a cui è affidata la rettoria di questa basilica ed a quelli del Vicariato di Roma

Cercherò adesso di chiarire la questione: anni fa fui chiamato presso un tribunale ecclesiastico con un’altra persona a deporre per una sentenza di nullità matrimoniale. Il fatto sul quale resi testimonianza riguardava una vicenda accaduta anni prima che io divenissi prete; come infatti molti sanno sono divenuto sacerdote in età adulta. L’altra persona che depose con me era una mia ex fidanzata. Accadde infatti in passato che durante una cena, i due che poi divennero marito e moglie ebbero dinanzi a noi un colloquio che fu un vero patto scambiato alla nostra presenza come conditio sine qua non al matrimonio. Disse la futura moglie: «Io ti sposo ad una precisa condizione: sappi che non voglio figli e che userò sempre tutte le precauzioni per non averne. Io sono felice di vivere la mia vita con te, ma senza figli. Se quindi tu desideri avere figli è bene non sposarci». Replicai all’amica — che tra l’altro era pure una giurista — che a mio parere non era quello uno dei migliori presupposti per convolare a nozze. Due anni dopo ci perdemmo di vista e trascorsi altri 12 anni fui convocato presso il tribunale ecclesiastico, dinanzi al quale deposi — assieme a quella che in un’altra vita fu mia fidanzata — ciò che entrambi avevevamo udito una sera di 14 anni prima.
Non dimenticherò mai ciò che mi disse l’anziano confratello uditore [giudice ecclesiastico], prendendomi poi da parte a tu per tu. Se proprio devo raccontarla tutta mi fece anzitutto questa battuta: «Noto che prima di diventare prete avevi buoni gusti …», riferendosi in tal modo alla giovane bella Signora che aveva testimoniato assieme a me. E dopo questa battuta mirata a rompere il ghiaccio passò con un sorriso a ben più serie battute: «Questa procedura andrà sicuramente a buon fine non perché c’è di mezzo un prete, ma perché c’è di mezzo un prete che ha fede, che crede davvero al giudizio di Dio e che per questo non proferirebbe mai il falso; cosa che ho percepito subito». E proseguì affermando: «Sai quanti avanzano richiesta di riconoscimento della nullità del matrimonio basando le loro istanze sul fatto che si erano promessi di non avere figli, che si sono sposati sotto costrizione o che non erano capaci di avere rapporti sessuali di coppia in quanto sessualmente incompatibili?». E concluse: «Le motivazioni più addotte sono quelle più difficili da dimostrare anche scientificamente, per questo facciamo spesso ricorso alle formule di giuramento solenne». Replicai io: «Stai dicendo che molti si sono compromessi la salute dell’anima proferendo spergiuri?». Sorrise e non rispose niente più, mentre io proseguivo dicendo: «… ma il sacerdote che li ha accolti, che ha parlato con loro e che ha accettato il consenso che si sono scambiati, che genere di prete è … come li ha conosciuti … che cosa ha ascoltato prima che si unissero in matrimonio … quale percezione ha questo prete dei Sacramenti di grazia? Perché a monte di queste situazioni, se proprio vogliamo essere onesti finiamo sempre con lo scoprire l’immancabile presenza di un cattivo prete, o di un prete superficiale al quale il proprio vescovo consente ilpericoloso lusso di essere appunto un cattivo prete od un prete superficiale». E conclusi: «Ciò sul quale ho appena deposto sono di fatto le conseguenze della mancata applicazione della corretta disciplina dei Sacramenti da parte dei vescovi preposti alla vigilanza sui propri presbiteri».

Roma, Chiesa di San Pietro in Montorio al Gianicolo. Questa sposa è stata ammessa dentro una chiesa della Diocesi di Roma rivestita di un pizzo trasparente. Sempre con rinnovati complimenti ai Frati Minori Francescani a cui è affidata questa chiesa ed a quelli del Vicariato di Roma

Non esito a definire osceno fin dal titolo l’articolo firmato dallo storico Roberto de Mattei sull’agenzia Corrispondenza Romana: «Una ferita al matrimonio cristiano» [vedere QUIQUIQUI], al quale segue un testo che denota quanto l’Autore non abbia letto il motu proprio e, se proprio lo ha letto, ha deciso di ravvisare in esso ciò che a al suo interno non è contenuto. La differenza che corre infatti tra il cieco di Gerico [cf. Mc. 10.46-52] e Roberto de Mattei che torno oggi ad assumere come paradigma di una drammatica chiusura, è che il primo, accettò di aprire gli occhi alla grazia di Dio divenendo appresso fedele discepolo di Gesù dopo essere stato strappato alle tenebre e restituito alla luce; il secondo, nel legittimo esercizio delle sue libertà, gli occhi esige invece tenerli chiusi, convinto che la salvezza sia tutta quanta nelle tenebre. Perché solo chi vive ostinatamente nelle tenebre può ignorare l’incipit iniziale di questomotu proprio, che è il seguente:
«Il Signore Gesù, Giudice clemente, Pastore delle nostre anime, ha affidato all’Apostolo Pietro e ai suoi Successori il potere delle chiavi per compiere nella Chiesa l’opera di giustizia e verità; questa suprema e universale potestà, di legare e di sciogliere qui in terra, afferma, corrobora e rivendica quella dei Pastori delle Chiese particolari, in forza della quale essi hanno il sacro diritto e davanti al Signore il dovere di giudicare i propri sudditi» [Cf. QUI].

Santa prisca aventino
Roma, Chiesa di Santa Prisca all’Aventino. Ingresso della sposa a spalle e schiena scoperta. Sempre con rinovati complimenti ai Frati Agostiniani ai quali è affidata questa chiesa ed a quelli del Vicariato di Roma.

In quel testo non parla Jorge Mario Bergoglio e neppure semplicemente Pietro, perché in esso è Pietro che si esprime nel più alto esercizio di quella potestà che egli ha ricevuto da Cristo Dio in persona che ha conferito a lui il potere di «legare e sciogliere» [cf. Mt. 16,13-20]. Ora, se nessuno dei monsignori filosofi ed epistemologi che frequenta il de Mattei gliel’ha detto, è doveroso che glielo dica io: affermare che il Romano Pontefice «arreca una ferita al matrimonio cristiano» è un’eresia formale e sostanziale, perché si accusa il Principe degli Apostoli di ledere l’essenza di un Sacramento di grazia; e chiunque lanci di simili accuse al Romano Pontefice nel più alto esercizio del suo sommo magistero, è di per sé un eretico, non un difensore della “vera fede” e dei Sacramenti, ma un eretico palese. E per l’ennesima volta prendiamo atto con autentico dolore del pensiero ereticale di Roberto de Mattei e del piccolo circolo dei suoi, che pure sono avvezzi a presentarsi come autentici difensori della traditio catholica.
Sull’Isola di Patmos chiunque può leggere uno dei miei ultimi articoli nei quali ho dato al Santo Padre una filiale carezza con la mano rivestita di carta vetrata [vedere QUI] per una questione riguardante faccende di carattere pastorale; un testo accompagnato da altri due articolo che a loro modo hanno rincarato la dose [vedere QUIQUI]. In quel mio articolo ho espresso la mia perplessità a concedere ai sacerdoti validi ma illeciti della ereticale fraternità sacerdotale di San Pio X di amministrare confessioni; e ribadisco che in questo, il Santo Padre, a mio parere è stato pastoralmente inopportuno. Poi semmai un giorno emergeranno tutte le ragioni altamente opportune di questa sua scelta, ed in tal caso io sarò il primo a chiedere perdono per avere formulato un giudizio che a posteriori potrebbe risultare del tutto errato, ammettendo senza esitazione di avere sbagliato. In attesa di questo seguiterò a dissentire ogni volta il Santo Padre, in veste di mediatico papa piacione o ricoprendo il ruolo tele-giornalistico di Sua Simpatiaanziché di Sua Santità, esordirà come dottore privato in modo estemporaneo, a braccio o tramite messaggi privati su questioni e faccende non legate a tematiche strettamente connesse alla dottrina della fede e alla disciplina dei Sacramenti. O per meglio ancòra chiarire: io seguiterò a rivendicare la libertà dei figli di Dio ed il legittimo esercizio di critica rivolta sempre con dovuta devozione anche al Sommo Pontefice, limitatamente a ciò che concerne tutte quelle questioni nelle quali non ricorrano i tre diversi gradi della infallibilità pontificia indicati nella lettera apostolica Ad tuendam fidem redatta in forma di motu proprio da San Giovanni Paolo II [vedere QUI].

sposi a san silvestro e martino ai monti
Roma, Chiesa di San Silvestro e Martino ai Monti. Per seguire con la saga delle spose seminude davanti all’altare. Con rinnovati complimenti ai Frati Carmelitani ai quali è affidata questa chiesa ed a quelli del Vicariato di Roma

Se però io leggo sull’intestazione di un documento pontificio «motu proprio», prima ancòra di leggere quanto segue nel testo ne ho già accettati i contenuti senza condizioni e discussioni, memore che Pietro ha ricevuto da Cristo il potere di «legare e sciogliere»; ed io ho prestato devota e filiale obbedienza al Vescovo che mi ha consacrato nel sacro ordine sacerdotale a sua volta in piena comunione col Vescovo di Roma; non ho certo prestato obbedienza alle mie opinioni né al mio modo di vedere e di sentire; non ho prestato obbedienza alla mia superbia e alla mia arroganza. È in questo modo che come sacerdote del clero secolare sono stato formato ad agire e rapportarmi verso l’Autorità Ecclesiastica, a partire anzitutto dalla auctoritas del Supremo Pastore della Chiesa universale, il Successore di Pietro e Vicario di Cristo in terra, al quale il Verbo di Dio ha dato potere di «legare e sciogliere».
Se invece fossi un sacerdote religioso appartenente all’odierno Ordine della Sincretistica Compagnia delle Indie ― quella che Sant’Ignazio di Loyola chiamò a suo tempo Compagnia di Gesù ― il mio approccio sarebbe diverso. Infatti i gesuiti professano speciale voto di obbedienza al Sommo Pontefice che oggi rappresenta a mio parere quanto di più ridicolo possano professare da cinquant’anni a questa parte, appurata la loro propensione ad ubbidire al Successore di Pietro solo se il Successore di Pietro fa, dice e pensa ciò che vogliono loro, perché in caso contrario non esitano, persino attraverso il loro Preposito Generale, a ricordare di non essere le guardie svizzere del Papa [vedere QUI,QUI]. È bene infatti ricordare che sono tutt’oggi viventi e dotati di memoria ― alcuni sono divenuti anche vescovi ― numerosi sacerdoti che all’epoca in cui erano studenti alla Pontificia Università Gregoriana si sono dovuti sorbire tutti gli sfottò rivolti dalle cattedre nel corso degli anni Ottanta a Giovanni Paolo II da svariati accademici gesuiti. È altresì noto a quelli della Congregazione per la cause dei santi in che modo, certi gesuiti, abbiamo cercato di ostacolare in ogni modo il processo di beatificazione di Paolo VI e quello di Giovanni Paolo II, colpevoli a loro parere di essere stati severi con la Compagnia di Gesù, pur avendo in verità “peccato” a mio parere in una cosa: non essere andati fino in fondo nella questione. Infatti, se oggi siede sulla Cattedra di Pietro un Sommo Pontefice proveniente da questo Ordine, la cosa non mi irretisce né m’impedisce di esprimere che se Paolo VI prima, o Giovanni Paolo II dopo, avessero proceduto a sciogliere la Compagnia, si sarebbero evitati nei successivi quattro decenni tanti gravi problemi alla Chiesa universale, in modo particolare nel Nord dell’Europa, in America Latina e in Asia. E che dire delmeglio del peggio rovesciato dalla solare e ostinata eterodossia di certi studiosi e teologi gesuiti su Benedetto XVI?

Roma, Chiesa di San Giorgio al Velabro. Uscita della sposa dalla chiesa, rivestita da una specie di pareobianco da mare attorno al corpo. Sempre con rinnovati complimenti ai Frati Carmelitani che presso questa chiesa hanno messo in piedi un’autentica fabbrichetta di matrimoni [vedere QUIQUI], ed a quelli del Vicariato di Roma

Molti di questi pii religiosi votati alla speciale obbedienza al Sommo Pontefice, a questo futuro Successore di Pietro hanno fatto guerra più o meno sottile sin da quando era Arcivescovo di Monaco di Baviera, dove laintellighenzia gesuita sparse voce circa la sua “mediocrità teologica” e la sua “incapacità a fare il vescovo“. Se però l’allora Arcivescovo di Monaco di Baviera fosse stato come molti altri vescovi tedeschi un rahneriano e un romanofobo a tutto tondo, in tal caso sarebbe stato il teologo più capace e il vescovo più splendido di tutta la Germania, la cui deriva cattolica ci è nota da altrettanti decenni, anche per l’opera dei gesuiti, ridotti oggi in quel Paese a meno di trecento elementi vestiti in giacca e cravatta, l’età media dei quali è al di sopra dei 70 anni. E quì merita per inciso ricordare che i membri dell’allora Compagnia di Gesù di Sant’Ignazio di Loyola nel 1970 erano 32.898; i membri della odierna Compagnia delle Indie di Padre Adolfo Nicolás sono precipitati nel 2010 a 16.295, una caduta libera dinanzi alla quale possiamo solo suggerire la seguente appropriata giaculatoria da stampare e da mettere vicina ai libretti di meditazione di Enzo Bianchi che campeggiano in tutte le loro case di esercizi spirituali: «Rahner sia benedetto, benedetto il suo santo nome, benedetto Rahner vero teologo e vero gesuita …».
Ho affermato tutto questo non per sparare sui gesuiti, cosa che sarebbe crudele tanto quanto lo sarebbe sparare col mitra sulla colonna di carri funebri che sulla scia del peggio del post-concilio li sta portando al cimitero a ritmo di marcia d’una media di 400 decessi in un anno e 22 nuove ordinazioni avvenute perlopiù in India e in Africa; ho fatto questo amabile giro di valzer solo per esprimere in che misura il progressismo più esasperato e il tradizionalismo più cupo portano entrambi allo stesso risultato: la ribellione all’Autorità di Pietro, soprattutto quando si presta a lui speciale voto di obbedienza, ed il risultato inevitabile per gli uni come per gli altri è la colonna di carri funebri in marcia verso il cimitero, sia che si benedica Karl Rahner sia che si benedica Marcel Lefebvre.
Il caro de Mattei che contesta un atto di indiscutibile autorità del Romano Pontefice è animato dal medesimo spirito, muta la forma ma la sostanza di fondo è la stessa. E per meglio contestare un atto di somma autorità del Romano Pontefice riporta la “sacra” opinione di un ateo devoto, Giuliano Ferrara, tanto interessato alle pruriginose faccende social-politiche della Chiesa Cattolica per quanto nulla interessato ad accogliere la fede nel verbo di Dio incarnato, morto e risorto, che naturalmente è suo diritto rifiutare. Questo il motivo per il quale, de Mattei ed il suo circolo, confermano il loro spirito borderline del quale già in passato ha scritto sulle colonne dell’Isola di Patmos la nostra Ipazia gatta romana e filosofa insigne: da una parte contestano l’autorità del Romano Pontefice dall’altra portano come modello un ateo impenitente [vedere QUI].E questo è spiritoborderline, c’è poco da aggiungere …

Spose carmelitani
li boni Frati Carmelitani, per meglio pubblicizzare la loro redditizia fabbrichetta di matrimoni presso San Giovanni al Velabro, nel sito ufficiale della storica chiesa hanno inserito questa foto, tanto per invogliare le spose a entrare seminude [vedere QUI]

Non si capisce da dove proverrebbe la mortal «ferita al matrimonio cristiano», a ben considerare che il motu proprio del Santo Padre Francesco parte dalla premessa della indissolubilità del matrimonio. Recita infatti il testo:
«Nel volgere dei secoli la Chiesa in materia matrimoniale, acquisendo coscienza più chiara delle parole di Cristo, ha inteso ed esposto più approfonditamente la dottrina dell’indissolubilità del sacro vincolo del coniugio, ha elaborato il sistema delle nullità del consenso matrimoniale e ha disciplinato più adeguatamente il processo giudiziale in materia, di modo che la disciplina ecclesiastica fosse sempre più coerente con la verità di fede professata».
I problemi di comprensione del de Mattei, pure di fronte a testi di ineccepibile chiarezza, nascono da un dramma comunque risolvibile per lui come per i “suoi”: da un atto di conversione. Vale a dire: di apertura alla grazia di Dio, salvo rimanere dei ciechi in bilico tra la Chiesa Cattolica, i circoli lefebvriani e tanti occhi strizzati ai sedevacantisti, prigionieri di una propria idea di Chiesa che non è però la Chiesa di Cristo ma appunto un’idea vuoi romantica vuoi cupa della Chiesa di Cristo.

Sposa chiesa San Andrea e Gregorio al Celio
Roma, Chiesa dei Santi Andrea e Gregorio al Celio. Una volta queste erano sottovesti da mettere sotto i vestiti, non abiti da indossare in chiesa. Con rinnovati complimenti ai membri della Fraternità Sacerdotale di San Carlo Borromeo ai quali è affidata questa chiesa ed a quelli del Vicariato di Roma

Con questo motu proprio il Santo Padre cerca di porre rimedio a delle incontrollate e purtroppo incontrollabili derive legate alla disciplina dei Sacramenti. Egli non può essere presente in ogni diocesi del mondo a controllare ciò che di nefasto seguitano a fare molti preti sotto gli occhi indifferenti di numerosi vescovi, che con una leggerezza che spazia tra l’accidia e lo spirito dei mercanti del tempio concedono matrimoni a chiunque come se il Sacramento fosse un “diritto” dinanzi al quale non si possa dire no. Perché questo è il vero problema pastorale che cercheremo adesso di analizzare.
I problemi pastorali non si risolvono tentando l’impossibile impresa del raddrizzamento di un albero cresciuto storto; si cerca di agire all’origine impedendo che l’albero piantato sulla riva del fiume possa crescere storto. Se quindi viene diagnosticato un tumore, non si può lasciare che si sviluppi, tentando poi interventi inutili dinanzi alle metastasi diffuse, perché a quel punto si può intervenire solo con cure palliative per cercare di alleviare il dolore al malato, ma non certo per salvargli la vita. Oppure si può intervenire ponendo il malato che rifiuta la malattia e la morte di fronte alla realtà e alla sua gravosa responsabilità: la salvezza della propria anima.

Sposi chiesa di San Pietro in Montorio al GIanicolo
Roma, Chiesa di San Pietro in Montorio al Gianicolo. Spalle e schiena scoperta e … rinnovati complimenti ai Frati Minori Francescai ai quali è affidata questa chiesa ed a quelli del Vicariato di Roma

Durante le mie prediche nel deserto da anni vado dicendo che l’origine del problema è data dal fatto che il matrimonio sacramentale è concesso dai vescovi e dai loro preti con una leggerezza che grida vendetta al cospetto di Dio. Nel corso dei miei anni di ministero sacerdotale, a quante coppie più o meno giovani ho rivolto la preghiera: Non sposatevi in chiesa, perché mancate dei minimi requisiti richiesti per ricevere il Sacramento. Non sposatevi in Chiesa, perché non siete interessati alla vita cristiana, perché non accettate i principali fondamenti della nostra professione di fede … Ma le risposte sono sempre state le seguenti: «Si, è vero, non sono un credente, ma lo faccio per lei … si, è vero, noi siamo a favore dell’aborto, del divorzio, della libera convivenza, sosteniamo la cultura del gender … però dobbiamo sposarci in Chiesa per fare contenti i genitori, perché loro ci tengono a certe tradizioni … ».
Un trentenne al quale fu concesso di entrare in trionfo dentro una antica Chiesa cattedrale vestito in frac assieme a una sposa che pareva Lady Diana tra cascate di fiori, suoni d’organo e di violini, durante un colloquio privato avvenuto poche settimane prima alla presenza di undici persone nel corso di una cena in una casa privata, mi disse di non credere alla divinità di Cristo e tanto meno alla sua risurrezione fisica, che reputava cosa “infantile” credere che il pane e il vino potessero diventare realmente corpo e sangue di Cristo, che giudicava il Vangelo un bel libro di racconti leggendari e che fosse stato in suo potere avrebbe rinchiuso in galera il Presidente della Conferenza Episcopale Italiana ― che all’epoca era il Cardinale Camillo Ruini ―, perché a suo dire cacciava il naso in faccende politiche che non riguardavano né lui né i vescovi italiani. Ovviamente informai di tutto questo il vescovo di quella diocesi, riferendogli anche che nel corso di questa cena la futura moglie era entrata nel tema dell’aborto per sostenere la piena legittimità della donna ad abortire, definendo l’aborto un «grande diritto acquisito» ed una «conquista sociale», ed a tal fine aveva portato la sua stessa esperienza, avendo ella stessa abortito a 19 anni, età nella quale ― disse ― «Non ero né pronta né tanto meno avevo voglia di avere un figlio in quel momento», ed affermò: «Tornassi indietro farei altrettanto». Informato del tutto il vescovo di quella diocesi mi mandò, tramite un suo presbitero anziano, l’invito a essere «meno rigorista» perché «applicando le tue logiche avremmo forse dieci matrimoni all’anno in tutta la diocesi».

sposi chiesa sant Alessio Aventino
Roma, Chiesa di Sant’Alessio all’Aventino. Ecco … questa sposa ha avuto il buon gusto di scoprirsi decolté spalle e schiena ma di coprirsi le mani con i guanti trasparenti. Con rinnovati complimenti ai Frati Domenicani ai quali è affidata questa basilica ed a quelli del Vicariato di Roma

Oggi questo Vescovo, alla luce del motu proprio Mitis iudex Dominus Jesus dovrà assumersi tutte le proprie responsabilità anche dinanzi a casi del genere, perché quando poi molti di questi matrimoni invalidi a monte naufragheranno, il buon pastore ed i suoi preti saranno posti dinanzi all’innegabile evidenza dei loro fallimenti, ed a loro spetterà metterci rimedio, a pena della salvezza o della dannazione eterna delle loro anime.
All’ateismo delle numerose coppie che si sposano in queste o in condizioni analoghe va aggiunto il ben peggiore ateismo di certi preti, soprattutto di quei preti preposti come parroci o rettori di chiese di prestigio storico e artistico che tirano molto per questi “matrimoni sceneggiata”. Nella Diocesi di Roma i peggiori mercatini sono gestiti da sacerdoti appartenenti alle varie famiglie religiose. Molti di questi sacerdoti si comportano di fatto come mercanti che previa riscossione anticipata della “parcella” non si fanno scrupolo ad essere i primi a far scempio del Sacramento: spose ammesse in chiesa mezze nude con spalle scoperte e seni mezzi di fuori, fotografi e cameraman che la fanno da padroni sul presbiterio, assemblee composte da amici e parenti totalmente disinteressati al sacro rito, non essendo per loro quello spazio un luogo sacro e ciò che all’interno si celebra un Sacramento, bensì un teatro suggestivo nel quale si recita una sceneggiata che serve solo per le foto ricordo o per il filmato … e davanti a tutto questo molti pii religiosi tacciono e incassano quanti più soldi possono per le loro provincie religiose, conservando spesso male le chiese storiche, dotate non di rado di sacrestie all’interno delle quali sono stipati paramenti sintetici, camici ingialliti e male odoranti, tovaglie per altare logore, suppellettili e vasi sacri ingiovabili e corrosi all’interno, perché la prassi tende a essere quella del “prendere” e al tempo stesso non investire un soldo in “manutenzione“. E tutto questo posso dirlo per esperienza, perché sono stato consacrato sacerdote in un’antica chiesa storica di Roma affidata alla custodia di religiosi, anch’essa nota e redditizia fabbrichetta di matrimoni. Ebbene, per il pontificale del vescovo fummo costretti a portare non solo i paramenti per i numerosi concelebranti, ma anche la tovaglia per l’altare, le suppellettili ed i vasi sacri, fino alle ampolle per l’acqua e il vino; il tutto messo a disposizione dal vicino Convento dei Frati Domenicani e dal Monastero delle Monache Cistercensi. Il giorno prima dell’ordinazione mandai anche un’impresa di pulizie a pulire la chiesa, beccandomi per tutta risposta la battuta del pio frate rettore che mi disse: «Se vuoi spendere soldi fai pure, ma secondo me puoi farne a meno, te lo dico per l’esperienza che ho con i matrimoni; tanto nelle foto la polvere non si vede!». Risposi: «A me non interessa che si veda o no la polvere nelle foto, che non costituiscono per me alcuna preoccupazione, m’interessa che il vescovo che celebrerà il Sacrificio Eucaristico ed io che sarò consacrato sacerdote, non ci si debba muovere assieme ad altre decine di concelebranti in mezzo al lerciume dovuto a certi religiosi che pigliano soldi con tutte e due le mani ma che non ne versano neppure uno col pollice e l’indice per pagare una persona che usi ogni tanto la ramazza dentro la chiesa». Però, chi come me esige l’ovvio, cioè il rispetto dei Sacramenti, finisce col fare la figura del prete “rigorista” davanti all’immancabile vescovo accondiscendente che risponde con “lodevole” cinismo: «Applicando le tue logiche avremmo forse dieci matrimoni all’anno in tutta la diocesi».

san Anselmo aventino
Roma, Badia Primaziale di Sant’Anselmo. In questo caso ogni commento su spalle, braccia e scollature è superfluo, perché dai benedettini di Sant’Anselmo tutto è permesso fuorché ciò che è cattolico. Con rinnovati complimenti all’Abate Primate della Confederazione Benedettina ed a quelli del Vicariato di Roma

Questi sono i problemi da risolvere a monte partendo dal principio che i Sacramenti sono azioni della grazia soprannaturale, non un diritto, non un mercato, non uno scempio profano e sacrilego. Pertanto dentro le Chiese per unirsi in matrimonio devono essere ammessi solo i credenti, consapevoli che durante la celebrazione del Sacrificio Eucaristico i due sposi si scambieranno il consenso dinanzi al sacerdote e all’assemblea del Popolo di Dio; e quel consenso è un sacramento eterno e indelebile, a meno che domani non sia riconosciuto che a causa di un grave vizio il Sacramento, anche se formalmente celebrato, mancava di uno o più requisiti tali da renderlo effettivamente valido.
Questi gravi problemi a monte, ai quali va aggiunta la mancata preparazione degli sposi, i corsi di preparazione al matrimonio ridotti a due o tre incontri fatti da certi parroci con persone che non entravano in chiesa dal giorno che avevano ricevuto la Cresima, non si risolvono solo proclamando lo snellimento della procedura giudiziale canonica, ma facendo veramente pastorale e soprattutto catechesi, riservando i Sacramenti di grazia ai credenti e non ai miscredenti che usano le nostre chiese storiche come teatri di posa per le loro sceneggiate. Certi problemi si risolvono dicendo: no, tu non puoi sposarti in Chiesa, perché non hai i requisiti richiesti per farlo, ed i requisiti richiesti sono l’integrale e incondizionata accettazione di quanto contenuto nella Professione di Fede Cattolica e la concreta dimostrazione di avere una volontà tesa perlomeno a provare a vivere una vita cristiana.
Nel corso del tempo mi è capitato di assistere nelle Chiese più blasonate di Roma ― tanto per prendere la Diocesi del Romano Pontefice ― a matrimoni durante i quali il prete all’altare parlava a si rispondeva da solo; con gli sposi che non sapevano replicare neppure “amen ”, che non conoscevano le risposte da dare durante il rito di offertorio, che non conoscevano neppure il Padre Nostro … Tutti questi problemi si risolvono con decisa e seria fermezza pastorale dicendo: no, tu in chiesa non ti sposi, perché per quanto battezzato, pur avendo ricevuto i Sacramenti della iniziazione cristiana, nei concreti fatti non sei cristiano, perché non cristiano è il tuo pensare e il tuo vivere; e come tale noi vescovi, noi preti, noi Chiesa ti rispettiamo pure, ma non venire però nella Casa di Dio a prendere in giro Cristo ed i suoi santi perché, tutto tirato a lucido, con accanto a te la tua donna totalmente scollacciata e più simile nell’abbigliamento ad una sgualdrina agghindata a festa che a una sposa cristiana, dovete farvi un album fotografico od un filmato ricordo dentro una suggestiva chiesa del XVI secolo.

sposa santa costanza 2
Roma, Basilica di Santa Costanza. Sarebbe interessante sapere il sacerdote, dei Canonici Regolari Lateranensi, quale “rito sciamano” stia facendo attorno all’altare con una sposa abbigliata in tal modo che pare essersi appena staccata dal palo della lap-dance in un night club. Va da sé: rinnovati complimenti a quelli del Vicariato di Roma.

Per risolvere questi problemi difficilmente gestibili il Santo Padre ha scelto la via giusta: riconoscere ai Vescovi l’esercizio di una loro potestà, affinché dinanzi a certi danni prodotti provvedano poi loro a porci rimedio; e ad ogni rimedio che dovranno mettere in atto, sarà in qualche modo a loro chiaro il fallimento della loro pastorale, perchè loro dovranno appunto risolvere il problema senza più la possibiltà di scaricarlo addosso ad altri.
Il de Mattei non poteva poi mancare di riportare nel suo articolo il sacro verbo del Cardinale Raymond Leonard Burke. Perché ormai, per certi circoli, se una cosa è affermata da questo Porporato neppure Dio Padre può farci nulla, salvo cadere assieme al Figlio e allo Spirito Santo in “apostasia dalla vera fede cattolica”, in caso di loro divino dissenso dal sacro verbo burkiano. L’insigne storico ricorda quindi che il Cardinale Burke ha affermato:
«ha ricordato come esiste in proposito una catastrofica esperienza. Negli Stati Uniti, dal luglio 1971 al novembre 1983, entrarono in vigore le cosiddette Provisional Norms che eliminarono di fatto l’obbligatorietà della doppia sentenza conforme. Il risultato fu che la Conferenza Episcopale non negò una sola richiesta di dispensa tra le centinaia di migliaia ricevute e nella percezione comune il processo iniziò ad essere chiamato “il divorzio cattolico” [Permanere nella Verità di Cristo. Matrimonio e comunione nella Chiesa cattolica, Cantagalli, Siena 2014, pp. 222-223]».

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Roma, Basilica Santa Costanza … rinnovati complimenti a quelli del Vicariato di Roma

Anzitutto il Cardinale Burke non dice il vero e come ex Presidente del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica dovrebbe essere informato del fatto che in quegli anni giunsero numerose istanze dagli Stati Uniti d’America alla Rota Romana da parte di persone che si erano viste negare la sentenza di nullità matrimoniale dai tribunali diocesani americani; basta fare una accurata e seria ricerca negli archivi. A parte questo, dinanzi a simile problema vero o parzialmente vero, rimane più che mai in piedi quanto in precedenza ho già affermato: mettere i Vescovi nella condizione di assumersi tutte le loro responsabilità senza più la possibilità di fare danni e scaricare i problemi e le soluzioni spesso anche difficili addosso ad altri.
Vista infatti la oggettiva impossibilità di impedire a vescovi e preti di ridurre il matrimonio ad un redditiziomercatino de-sacralizzante e spesso veramente sacrilego, che allora si proceda a metterli nella condizione di assumersi tutta la responsabilità per i danni da loro stessi prodotti senza consentirgli di proseguire nella loro fallimentare pastorale matrimoniale. Perché quando i vescovi diocesani dovranno risolvere giudizialmente certi problemi, a quel punto verrà fuori tutta la leggerezza dei loro preti: la catechesi in preparazione al matrimonio ridotta spesso a due o tre incontri-farsa nel corso dei quali molti parroci si limitano solo a dire quanti soldi versare alla chiesa e presso quale fiorista e fotografo devono rivolgersi, affinché certi parroci lucrino ulteriore gabella in percentuale; la incapacità dovuta a ignoranza o peggio non di rado a vero e proprio dolo attraverso la quale, i preti, dimostrano di non saper distinguere neppure i credenti dai non credenti. E il problema principale, che è quello dei non credenti che rivendicano il “diritto” al Sacramento, spesso è risolto con svariate centinaia di euro lasciate in offerta al prete per la celebrazione del matrimonio. Quando però domani i Vescovi di questi preti dovranno risolvere spiacevoli problemi di inaudita leggerezza accogliendo le istanze di coppie che anche a pochi mesi dalle nozze domandano il riconoscimento della nullità del loro matrimonio, saranno costretti a raccogliere con le loro stesse mani ciò che di nefasto hanno permesso che fosse seminato nel campo del Signore.
Il motu proprio del Sommo Pontefice Francesco è un atto che mira a responsabilizzare i vescovi di una Chiesa contemporanea nella quale tutti vogliono diventare cardinali, ma nessuno pare però disposto ad assumersi neppure una minima responsabilità.
Dio Benedica il Santo Padre Francesco!
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