20 settembre 2015

Gino Strada: «Il Califfato non produce mine antiuomo, gliele vendiamo noi»


Gino Strada

«Che la gente scappi da un Medio Oriente in fiamme è normale, scapperei anch’io se non potessi mandare i miei figli a scuola e se non avessi cibo a sufficienza. Per non parlare del problema disoccupazione. L’istinto di sopravvivenza ci spinge a cercare situazioni meno drammatiche, ma spesso bisogna confrontarsi con l’intolleranza e il razzismo». Inizia così, commentando l’emergenza umanitaria in Europa, la chiacchierata con Gino Strada. Lo raggiungo nella sede milanese di Emergency, di ritorno dal Festivaletteratura di Mantovadove Gino Strada ha parlato dell’epidemia di 
Ebola in Africa.

Quali sono state le difficoltà incontrate nell’affrontare ebola?
Ebola ha una sua specificità, nel senso che era sconosciuta agli esperti di malattie cliniche, a conoscerla erano solo gli esperti e non i clinici. Il problema grave, gravissimo, è stato il ritardo nella risposta: purtroppo nessuno era preparato all’epidemia che non è stata affrontata con risorse adeguate.

Passiamo all’Afghanistan: come procede il lavoro di Emergency?
Purtroppo, ogni mese raggiungiamo un nuovo record perché il numero di feriti è in aumento e va di pari passo con l’incremento delle attività militari. Per la popolazione la guerra è un disastro. Potrei dire che sono soddisfatto del nostro lavoro, ma sarebbe cinico perché tutto quello che facciamo è direttamente legato alla sofferenza degli afgani.

Avete organizzato attività di formazione di operatori locali?
La formazione degli operatori locali esiste da anni, anche se la responsabilità delle attività è tuttora in mano a medici e infermieri internazionali.

Spostiamoci in Iraq: come procedono le vostre attività?
In Iraq abbiamo aperto cinque cliniche in cinque campi profughi. Lavoriamo sia con gli sfollati, ovvero con iracheni obbligati a lasciare le loro case, sia con i rifugiati siriani. Di fatto, abbiamo curato 75mila persone.


Buona parte dei problemi che Emergency si trova ad affrontare, soprattutto in Afghanistan, è dovuto alle mine. Mine prodotte anche da imprese italiane. Si può fare qualcosa per convincere queste imprese a convertirsi ad altri prodotti, o è una ingenuità?
Si può fare, anni fa avevamo dato avvio a una campagna contro le mine antiuomo e nel giro di tre mesi avevamo ottenuto una moratoria e successivamente la loro messa al bando. La cosa curiosa è che nel Califfato non esistono fabbriche di mine antiuomo, e nemmeno in Mali. Qualcuno gliele vende! L’80-90 percento delle armi sono prodotte dai cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito). Alla faccia della sicurezza! I cinque membri permanente del Consiglio di Sicurezza sono degli armaioli!

Le guerre in Medio Oriente sono in parte dovute a fenomeni locali, in parte all’ingerenza occidentale. L’opinione pubblica europea può fare qualcosa per la pace in Medio Oriente, oppure è fatica sprecata?
L’opinione pubblica europea deve scendere in piazza e protestare perché non possiamo aspettarci che siano i nostri governi a risolvere i problemi laddove sono stati questi stessi governi a scatenare le guerre. In altri termini, sono stati i governi europei a scegliere la guerra come modalità per gestire i problemi. Le crisi umanitarie di oggi sono il frutto delle politiche dell’Europa e degli Stati Uniti negli ultimi 15-20 anni. Nel 2003, in occasione dell’ultima guerra scatenata in Iraq, Emergency aveva lanciato l’appello “Fuori l’Italia dalla guerra” perché “se non stiamo fuori dalla guerra finiremo per avere la guerra in casa”. Per anni l’Italia ha mancato di sensibilità e di intelligenza politica, ricordo quando si discuteva se per tenere fuori gli stranieri fosse meglio la Legge Bossi-Fini oppure la Turco-Napolitano.

Veniamo all’Italia: come si può fermare la trasformazione da ospedali pubblici in aziende, e quindi la ricerca del profitto come obiettivo primario della sanità?
La sanità dovrebbe essere compito della politica, al pari dell’istruzione, e non dovrebbe essere consentito un profitto perché il profitto toglie risorse a quella che è un’esigenza condivisa: tutti, prima o poi, abbiamo bisogno di cure. Ogni euro di budget che va in profitto è un euro in meno per la cura di tutti. Purtroppo la politica non è consapevole di questa esigenza, o fa finta di non capire, e va in direzione opposta con la complicità della classe medica. Se una volta la sanità italiana era di ottima qualità, oggi rischia di essere smantellata. È importante tornare a strutture senza profitto, dove si spende quanto necessario. Oggi la qualità della sanità italiana è diminuita e molte persone non vi hanno accesso perché devono pagare e non possono permetterselo. Di fatto, questa è una forma di discriminazione.

Emergency ha strutture anche in Italia: quali sono i bisogni sanitari delle persone che si rivolgono a voi anziché al Sistema Sanitario Nazionale?
Sono bisogni diversi: persone che ci chiedono di pagare il ticket, altre che hanno problemi di medicina interna, questioni odontoiatriche. Un rapporto Censis stima che siano 10 milioni le persone che non hanno accesso al Sistema Sanitario Nazionale.

Parliamo di Emergency: quali sono le vostre difficoltà maggiori?
I progetti su cui siamo impegnati aumentano in modo esponenziale, non abbiamo risorse a sufficienza in termini economici e di personale.

Che cosa fate per rendere trasparenti le vostre attività?
Pubblichiamo sui quotidiani i nostri bilanci, disponibili on-line da sempre, anche quando non era prescritto. Dobbiamo essere trasparenti perché quello che facciamo è reso possibile dal denaro che ci danno i donatori.

Quanto sono coinvolte le popolazioni servite per capire le priorità?
Le priorità sono abbastanza evidenti, nei diversi paesi. Pensiamo all’Afghanistan e alla necessità di una maternità più sicura. Nel Panshir al momento gestiamo 6mila parti l’anno ma stiamo raddoppiando i letti. A conti fatti, abbiamo raggiunto (e siamo tra i pochi) gli obiettivi di sanità del Millennium stabiliti dall’OMS.

Negli anni avete elaborato una strategia di alleanze per accrescere la portata dell’azione di Emergency?
Non abbiamo alleanze particolari. Può capitare di collaborare con altri, in qualche frangente. Ma il nostro lavoro è specifico, non lo fanno tutti.

Emergency potrebbe continuare a esistere anche senza di lei, Gino Strada, se lei dovesse rivolgere l’attenzione ad altro?
Assolutamente sì, Emergency non è Gino Strada ma sono tante persone che collaborano a vario titolo: moralmente, finanziariamente, sul campo come operativi.

Sul Corriere della Sera di domenica 13 settembre, nel commentare l’elezione di Corbyn a segretario del Labour britannico, è stato scritto: “È come se Gino Strada fosse diventato segretario del PD “. Pensa, prima o poi, di candidarsi?
Non penso proprio di candidarmi, non ho la tessera di alcun partito, anche se sui mezzi di informazione il mio nome è spesso associato a una sinistra in cui peraltro non mi riconosco anche perché sono anni che non voto. Non ho intenzione di candidarmi anche perché nessuno me lo chiederebbe. E poi, sinceramente, sono già molto impegnato con il mio lavoro.
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