15 settembre 2015

Aborto, la grande censura. Perché è così difficile parlare del mega scandalo Planned Parenthood

Aborto, la grande censura. Perché è così difficile parlare del mega scandalo Planned Parenthood

Nonostante sia diventata un tema caldo della campagna elettorale, la clamorosa video inchiesta che ha messo nei guai il colosso Usa dell’aborto resta un argomento off limits per i giornali “moderni”. Perché? Storia di una colossale rimozione
«Mi lasci fare un esempio recente dell’ostinata ristrettezza del pensiero liberal nei media. Quando è stato pubblicato il primo filmato segreto su Planned Parenthood a metà luglio, chiunque si informi solo attraverso i media liberal è stato tenuto totalmente all’oscuro, perfino dopo l’uscita del secondo filmato. Ma quei video giravano non-stop in tutti i talk show conservatori alla radio e in tv. Era una storia enorme e inquietante, ma i media liberal sono rimasti in silenzio totale. Una censura scandalosamente non professionale. I maggiori media liberal stavano cercando di seppellire una notizia ignorandola. Ora, io sono stata un membro di Planned Parenthood e sono una convinta sostenitrice dei diritti riproduttivi senza restrizioni. Ma sono rimasta disgustata da quei filmati e ho subito avuto la sensazione che ci fossero state gravi violazioni dell’etica medica nella condotta dei rappresentanti di Planned Parenthood». (, 29 luglio)
aborto-planned-parenthood-tempi-copertinaLa Planned Parenthood Federation of America è la più grande fabbrica di aborti del mondo, anche se preferisce definirsi «provider di servizi per la cura della salute riproduttiva delle donne». Sotto la sua bandiera sono riunite 59 imprese affiliate, per un totale di quasi 700 cliniche sparse in tutti gli Stati Uniti, all’interno delle quali si consuma circa il 30 per cento di tutti gli aborti praticati nel paese. Sono più di 300 mila aborti ogni anno (nel report 2013-2014 erano esattamente 327.653), diversi milioni se si considerano i decenni di attività. Non solo. Planned Parenthood (Pp) è anche un gigante dal peso politico notevole: non è stato ininfluente per esempio il suo esplicito appoggio a Barack Obama, e soprattutto gode di finanziamenti pubblici per mezzo miliardo di dollari (528 milioni solo l’anno scorso, su un incasso totale di 1,3 miliardi).
Ovvio che sia diventata il nemico numero uno del movimento pro-life americano. Negli anni l’hanno accusata di tutto, dal razzismo alla manipolazione delle coscienze. Ma quella cominciata poche settimane fa è forse la più dura delle campagne mai orchestrate contro Pp. E potrebbe lasciare un segno indelebile su questo brand planetario dei “diritti riproduttivi”. Peccato che tanti giornali italiani non se ne siano proprio accorti.
La nuova bestia nera di Pp si chiama Center for Medical Progress (Cmp), ed è una organizzazione no profit californiana dedita al «controllo dell’avanzamento della medicina, con particolare attenzione alle questioni bioetiche che incidono sulla dignità umana». Erano emeriti signori nessuno fino all’inizio di questa estate. Adesso sono famosissimi. Per ben due anni e mezzo, fingendosi procacciatori di tessuti fetali da girare ai laboratori di ricerca, e aprendo perfino una start-up fittizia per essere più credibili, si sono infiltrati nelle strutture di Pp, hanno ottenuto colloqui d’affari con manager e dipendenti della società e di altre imprese attive nel mercato del “tissue procurement”, e hanno ripreso tutto, per lo più di nascosto. Il risultato sta uscendo a rate su internet, in duplice formato: un documentario a puntate intitolato significativamente Human Capital, capitale umano, e una serie di filmati con gli incontri tra gli emissari “undercover” del Cmp e i pezzi grossi di colosso abortivo. Tutto il materiale raccolto documenterebbe, secondo gli autori, un’accusa devastante: Planned Parenthood è al centro di un gigantesco traffico illegale di organi di feti abortiti.
L’orrore e la mobilitazione
Di sicuro, nella loro lunga incursione oltre la cortina della “libertà di scelta delle donne”, i militanti del Cmp si sono trovati davanti (e ora ripropongono al mondo) scene difficilmente riproducibili su carta. Colazioni di lavoro in cui si discute con disinvoltura di quantità e qualità di fegati, cuori, polmoni, reni, braccia e gambe “prodotti” in serie dalle cliniche affiliate a Pp. Battute su Lamborghini pretese in premio per gli ottimi accordi strappati, o su teste intere di bambini abortiti inviate ai laboratori di ricerca per garantire la conservazione del tessuto neurale richiesto («così aprono la scatola e fanno: “Oddio!”»). Manager che sorseggiano vino e gustano insalatine mentre spiegano di avere «fatto un 17 settimane proprio stamattina». O che discettano delle tecniche abortive più adatte alla conservazione degli organi. Testimoni che ricordano casi di bambini nati vivi e fatti a pezzi con le forbici. Intermediari di tessuti fetali che raccontano di ordini da «50 fegati a settimana» e di “prodotti del concepimento” letteralmente «caduti fuori» dalle pazienti.
È una lunga galleria degli orrori e di immagini vietate ai minori in cui spiccano per altro alcuni elementi documentali e dichiarazioni abbastanza compromettenti. C’è il volantino di StemExpress, una grossa società per la fornitura di tessuti fetali, distribuito alle cliniche affiliate a Planned Parenthood per proporre loro collaborazioni con grandi «benefici finanziari». C’è il listino dei compensi garantiti da un altro importante player di questo mercato per ogni campione di tessuto ricevuto. Ci sono soprattutto diversi accenni, sempre da parte dei rappresentanti di Pp, alla possibilità di «alterare il processo» per ottenere «intact fetal cadavers» e cioè «campioni migliori di tessuto» (confessione che secondo il Cmp configurerebbe una pratica illegale tanto quanto il commercio di membra umane: l’aborto a nascita parziale).
«La prima [sorpresa, ndr] è stata la facilità con cui abbiamo avuto accesso ai piani più alti di Planned Parenthood dicendo che volevamo comprare da loro parti di bambini (sebbene non l’abbiamo messa giù in maniera così crudele). Abbiamo detto le “parole magiche”. È stata la nostra corsia preferenziale per entrare nel cuore dell’industria dell’aborto». (David Daleiden, fondatore del Cmp, intervistato dal National Catholic Register, 11 agosto)
I vertici di Planned Parenthood, dall’inizio dello scandalo, ripetono che non si tratta affatto di vendita illegale di organi e tessuti fetali in cambio di denaro, bensì di regolarissime “donazioni alla ricerca” effettuate per volontà delle pazienti e dietro il versamento di semplici “rimborsi” per le spese sostenute per il servizio. Ma David Daleiden, il 26enne attivista cattolico fondatore del Cmp, giura che nei 30 mesi di inchiesta “undercover” lui e i suoi hanno scoperto che Planned Parenthood non si sobbarca alcuna spesa e che della raccolta dei tessuti si occupano direttamente i tecnici delle ditte intermediarie. «Più e più volte – dice – abbiamo sentito dalle loro bocche che fanno i soldi vendendo parti di bambini abortiti e che lo fanno per motivi di profitto».
Parallelamente, mentre prosegue il video-assedio del Cmp (a partire dal 14 luglio sono dieci i filmati già pubblicati su dodici, milioni le visualizzazioni su YouTube), è ripartita la battaglia politica per il “defunding”, il ritiro dei fondi federali destinati ogni anno a Planned Parenthood. Un primo tentativo organizzato dai repubblicani è già fallito al Senato il 4 agosto, ma ci saranno altre votazioni e inevitabilmente il caso è diventato uno dei temi più caldi della campagna elettorale per le presidenziali 2016. Prospettiva che preoccupa il colosso degli aborti anche di più di fattacci come l’incendio doloso appiccato nella notte del 4 settembre a una clinica Pp di Pullman, nello stato di Washington, subito definito «effetto degli attacchi falsi e incendiari che alimentano la violenza degli estremisti».
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«Quattro commissioni del Senato e della Camera stanno indagando attualmente sulle accuse contro Planned Parenthood. Al Senato si è già tenuto un voto in merito al tentativo di togliere il finanziamento federale a Planned Parenthood, e alla Camera potrebbe svolgersi una votazione simile in settembre. Numerosi senatori e deputati, al pari di alcuni candidati repubblicani alle presidenziali, prospettano lo “shutdown” del governo federale se non saranno cancellati i fondi a Planned Parenthood. Ovviamente prendiamo questo tema molto sul serio». (Cecile Roberts, presidente di Planned Parenthood Federation of America, lettera al Congresso, 27 agosto)
La politica si è mobilitata a tutti i livelli. Anche a livello dei singoli stati sono partite indagini sui presunti reati denunciati dal Cmp (alcune delle quali per la verità si sono già concluse a favore di Planned Parenthood). Giornali e siti di area conservatrice sono scatenati. Fox News ha mandato in onda l’inchiesta di Daleiden. Anche la Cnn ne segue gli sviluppi. E se diversi aspiranti candidati conservatori alla Casa Bianca si sono schierati con i pro-life, Hillary Clinton promette che non smetterà di sostenere il gigante degli aborti «per il diritto di scelta delle donne».
I furfanti dell’informazione
La linea di difesa di Pp, messa per iscritto dalla presidente della federazione Cecile Richards in una lettera inviata al Congresso e accompagnata da una “forensic analysis” dei filmati prodotti dal Cmp, è la seguente: quei video sono pesantemente ritoccati, non contengono alcuna prova dei reati denunciati, e se c’è qualcuno che ha infranto la legge quello è Daleiden, autore di una truffa industriale, falsario di identità e ladro di dati.
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Se sia vero o meno che Planned Parenthood non smercia organi di bambini abortiti ma si limita ad agevolare nobili “donazioni alla scienza” fra un aborto e l’altro, questo si vedrà. Ed è facile prevedere che la battaglia sul fronte legale sarà in larga misura tecnica e cavillosa. Qual è la linea di demarcazione che distingue una vendita da una donazione? E qual è il limite oltre il quale un rimborso diventa un prezzo? Forse davvero – benché resti da chiarire il coinvolgimento dei massimi vertici aziendali nel presunto mercato illegale di feti abortiti – questo scandalo alla fine risulterà poca cosa per Planned Parenthood a livello giudiziario (a livello di immagine il discorso è più complicato), specie se è vero che solo una minima parte delle cliniche afferenti al gruppo è coinvolta nella ricerca sui tessuti fetali, come sostiene la Richards.
Una cosa però è sicura. Daleiden è un mezzo furfante dell’informazione. Lui e i suoi segugi potrebbero aver violato diverse leggi federali spacciandosi per procacciatori di organi. Ne è convinta Planned Parenthood, che ha chiesto al Congresso (con l’appoggio di importanti esponenti democratici) di rendere la pariglia agli «estremisti» aprendo inchieste anche su di loro. Ne è convinta anche la californiana StemExpress, l’intermediario di tessuti fetali che esce malconcio almeno quanto Planned Parenthood da questa video inchiesta, e che si è rivolto ai giudici (finora invano) per mettere a tacere il Cmp. Anche la National Abortion Federation ha denunciato Daleiden alla giustizia, nel tentativo di impedirgli di diffondere le immagini “rubate” a un meeting annuale dell’organizzazione.
La rimozione collettiva
Prevedibilmente, i grandi giornali più o meno liberal, dal Washington Post al New York Times, si sono affrettatti ascendere in campo in difesa dei campioni della “salute riproduttiva” contro questo «tentativo disonesto di fare apparire come atroci e illegali quelle che invece sono donazioni di tessuti legali, volontarie e potenzialmente in grado di salvare vite» (Nyt, editoriale del 6 agosto), tentando di ricacciare dietro al paravento dei soliti termini eleganti l’ombra di una realtà ben più sconvolgente e sanguinolenta.
Può suonare curioso l’accento censorio assunto per l’occasione da un giornale, il New York Times, che poco tempo fa non si è fatto altrettanti scrupoli quando si è trattato di ospitare l’appello di Michael Moore e Oliver Stone «per il futuro della libertà di espressione» e cioè per Julian Assange, fondatore di Wikileaks, altro gran furfante dell’informazione. Tuttavia il quotidiano newyorkese ha quanto meno il merito di non essersi nascosto del tutto la notizia. E in Italia la grande stampa quando deciderà di occuparsi di questo “major theme” della campagna elettorale?
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Non è facile decidere di affrontare la (non) notizia di questo mega scandalo, non è mica un’inchiesta scomoda sul business dell’olio di palma. I video del Cmp obbligano a riesumare domande e dubbi considerati morti e sepolti nella maggior parte delle redazioni italiane. È roba da pro-life, e che schifo i pro-life con le loro immagini shock. Ecco. La sensazione è che l’inchiesta di Daleiden costringa a guardare cose, fatti, notizie che sono da troppo tempo oggetto di una grande rimozione collettiva. La più colossale e ostinata rimozione contemporanea. Di cosa parliamo quando parliamo di “diritto di scegliere”, di “salute riproduttiva”, di “donazioni alla scienza”? Di cosa parliamo quando parliamo di aborto?
Lo scandalo Planned Parenthood è la storia di una clamorosa auto-censura.
Cate Dyer (fondatrice e amministratore delegato di StemExpress): «In effetti molti laboratori accademici non ce la fanno».
Finto intermediario del Cmp: «Perché? Non capisco».
CD: «È quasi come se non volessero sapere da dove arriva [il campione di tessuto, ndr]. Io lo vedo proprio. Dicono: “Abbiamo bisogno di arti, ma non c’è bisogno che ci siano attaccati mani e piedi”. (…) Oppure vogliono ossa lunghe, ma ti chiedono di togliere tutto, in modo che non si capisca cosa sia».
Cmp: «Disossami il pollo e io lo mangerò, ma…».
CD: «Proprio così. Ma noi sappiamo di cosa si tratta (…)».
Cmp: «Si torna al grande stigma».
CD: «Sì. E i loro tecnici di laboratorio vanno fuori di testa, hanno crisi di nervi… Penso francamente che è per questo che tanti ricercatori, alla fine, alcuni di loro vogliono passare ad altro. Vogliono occuparsi di midollo osseo, vogliono occuparsi di tessuto adiposo, qualcosa che sia prelevato da umani adulti. Preferiscono evitare di pubblicare un articolo che dica che è stato ricavato da tessuti fetali».
Intervistato l’11 agosto dal National Catholic Register, Daleiden ha raccontato come sia stata dura anche per lui resistere davanti agli addetti in camice di Planned Parenthood mentre pescavano con le pinze i campioni di tessuto fetale tra i resti insanguinati degli aborti e glieli esibivano per mostrargli la qualità del “prodotto”. «È stata la cosa più difficile da sopportare», ricorda. Una grande sorpresa, invece, è stata scoprire «quale conflitto vivono molti medici abortisti riguardo al lavoro che fanno. Cercano in ogni modo di razionalizzare o intellettualizzare quel che fanno, rigirano la discussione in modo da non dovere affrontare le conseguenze delle loro azioni. Non vogliono affrontare il dolore e il rimorso che provano. Una dei medici che abbiamo incontrato, Deborah Nucatola (apparsa nel primo video “undercover” pubblicato dal Cmp, ndr), aveva la voce strozzata quando parlava dei particolari delle procedure. Si strofinava gli occhi, ma poi continuava e tentava di comportarsi come se nulla fosse. E non è l’unico medico abortista che abbiamo visto comportarsi così».
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C’è un altro segnale che conferma come il vero tema inquietante di questo caso censurato sia la rimozione di una evidenza. In una lettera inviata al Congresso di Washington il 31 agosto in risposta a quella di Cecile Richards, Daleiden sottolinea un dettaglio: è strano come Planned Parenthood nella sua “forensic analysis” (che per altro secondo il Cmp non è affatto un’opera di tecnici “indipendenti” come sostiene la Richards) si accanisca tanto su due frasette in particolare, contenute in una sequenza girata all’interno di una clinica affiliata, allo scopo di dimostrare che non è sicuro che a pronunciarle sia stato il personale della struttura. Le paroline fastidiose sono: «È un bambino!» («it’s a baby!») e «è un altro maschietto!» («another boy!»). È «significativo», nota Daleiden, che Planned Parenthood, con tutte le accuse che si ritrova addosso, si preoccupi di «isolare queste due frasi per sottoporle a un esame speciale: sono ammissioni da parte di abortisti di Planned Parenthood della violenza connaturata al loro lavoro. Ma il modo in cui il report si concentra su di esse (…) sembra suggerire che anche Planned Parenthood ha la coscienza sporca per l’uccisione di bambini».
La violenza in gioco
Avviso ai genitori: i termini in gioco in questa disputa sono violenti ed molto espliciti, così come sono violente ed esplicite le immagini rubate dal Center for Medical Progress. Si parla di bambini soppressi, aspirati, frullati e venduti a pezzi. Tutte cose che si vedono. È un tema da stomaci forti. Troppo “pro-life americano” per non apparire indigesto alle nostre moderne coscienze dopo tre o quattro decenni di “diritti civili”. Perciò, non sorprende il silenzio pressoché totale dei media italiani. Ma prima di decidere che non valga la pena di parlarne perché “i lettori non capirebbero”, bisognerebbe chiedere un parere a David Daleiden, di anni 26.
Foto protesta anti-Planned Parenthood: Ansa/Ap
Foto supporter Planned Parenthood da Shutterstock

Fonte: Tempi
Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)
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